
IL GUSTO DELLE COSE, O L'ETERNA RICETTA DELL'UMANITÀ
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: La Passion de Dodin Bouffant
USCITA ITALIA: 9 maggio 2024
USCITA FRA: 8 novembre 2023
REGIA: Trần Anh Hùng
SCENEGGIATURA: Trần Anh Hùng
CON: Juliette Binoche, Benoît Magimel, Emmanuel Salinger, Patrick d'Assumçao
GENERE: drammatico, sentimentale
DURATA: 134 min
Premio alla miglior regia al Festival di Cannes 2023
VOTO: 8
RECENSIONE:
L'ex coppia Juliette Binoche e Benoît Magimel riunisce le forze sul grande schermo per Il gusto delle cose di Trần Anh Hùng, la storia di un gastronomo di fama internazionale e di una cuoca eccelsa nella Francia di fine Ottocento, e della loro mutua passione. La poesia della cucina diventa metafora e transustanziazione della prosa della vita, e il gesto cinematografico quello culinario (e viceversa), in un film prezioso, sensuale che racconta la rispettosa ricerca della perfezione, il sapore inimitabile dell'umanità.
Il gusto delle cose di Trần Anh Hùng inizia con una soluzione che ne sostiene e anticipa la grandissima raffinatezza cinematografica. Attraverso un utilizzo oculato dei luoghi, una reazione precisa e un semplicissimo stacco di montaggio, infatti, il regista riesce sapientemente a far intendere cosa informi e quanto intenso sia il legame che stringe il gastronomo Dodin Bouffant e la sua inseparabile cuoca e amica (anche se lui desidera diventasse qualcos’altro, qualcosa di più) Eugénie.
In questo segmento, i due si trovano in luoghi diversi dell’enorme villa del primo, immersa nella ridente e raggiante campagna della Francia di fine Ottocento. Lui, al pari dell’emanazione architettonica del suo prestigio, del suo nome e della sua nomea internazionale (che si estende pure oltralpe, fino ai confini dell’Eurasia), si trova immerso, solo in una vasca, mentre si sta godendo il suo bagno caldo. Lei invece è, al solito, affaccendata intorno ai fuochi e alle pentole, impegnata nelle prime preparazioni per il banchetto che Dodin ha indetto con alcuni amici e conoscenti.
Malgrado la distanza e la divisione spaziale enfatizzata dal netto taglio al montaggio, il rianimarsi di lui al semplice fiutare (e, per chi guarda, immaginare) i profumi che salgono dalla cucina appiana, annulla immediatamente ogni tipo di separazione - cinematografica e non -, addirittura riesce a superare, a travalicare la punteggiatura e l'intenzione dell’impalcatura filmica, permettendoci, di conseguenza, di saggiare l’entità e la densità della sua passione.

Proprio di questo - come recita il titolo originale: letteralmente, La Passion de Dodin Bouffant; e come, del resto, s’intitola il romanzo da cui il film è tratto:La Vie et la Passion de Dodin-Bouffant, gourmet dello scrittore svizzero Marcel Rouff - parla la fuga nel passato e verso Occidente del premiato regista vietnamita-francese de Il profumo della papaya verde e (dell'adattamento) di Norwegian Wood.
Ossia di come il cucinare, l’arte del gusto e dei sapori diventino un territorio dalle dimensioni insieme micro- e macroscopiche nel quale si approntano, dispongono, sfiorano, curano, accendono, infiammano, consumano, gustano e infine, inevitabilmente, evaporano i sentimenti di una coppia. Una di quelle che è impossibile definire senza incorrere in semplificazioni immeritate. Se capiamo ben presto che la loro vita e la loro storia sono un tutt’uno con ciò che - al pari di tanti altri - amano di più al mondo, dall'altro lato l’ambiguità di cui godono il loro rapporto ventennale, gli equilibri che ne definiscono scambi, interazioni, non-detti, il mistero dei loro ruoli reciproci (padrone e domestica? gastronomo e cuoca? amanti? marito e moglie?) sono destinati a rimanere insoluti. Un qualcosa di cui bearsi, da contemplare e da cui lasciarsi sedurre.
La vitalità elettrica, l’energia che muove Dodin e Eugénie è la stessa che si estende sotto i loro (e i nostri) piedi, che gli (e ci) cresce tutt'intorno secondo una ritualità ciclica e imprescindibile. È l’ordine delle cose, del mondo e della rigogliosa natura da cui sono assediati, è il ciclo delle stagioni con i suoi frutti e i suoi addii, è il tempo che scorre. È insomma un funzionamento primigenio, elementare, meccanico, eppure, per molti, ostico da padroneggiare. Un po’ come mangiare. Regolare e sistematico come assolvere il movimento innato del cibarsi - quello che Dodin ben descrive in una sequenza - e liturgico come il cucinare. Cose che, per il gastronomo e la chef, contemplano ma, lo stesso, vanno oltre il mero sostentamento, l’urgenza materiale, viscerale, necessaria dell'alimentarsi. Esse incarnano i processi più frivoli e quelli più sostanziosi, diventando un fatto di volontà e voluttà, di sentimentale e parimenti fisico, sensuale, erogeno, erotico, di benessere e pace dei sensi (che Anh Hùng sintetizza magistralmente nel parallelismo tra una pera cotta e le sinuose linee di un corpo femminile), finanche di politico e poetico, di storico e scientifico, ontologico, assoluto, totalizzante.
E quindi: cucinare quale atto di altruismo, di dolce asservimento, ma anche di sovversione sottile dell’ordine sociale e dominante. Oppure: la poesia della cucina quale metafora e transustanziazione della prosa della vita, nel tentativo di cristallizzare i momenti, i ricordi, i sapori della vita, il tempo che scorre più velocemente di quanto se ne abbia contezza, con le sue piccole, grandi rivoluzioni che - lo sottolinea costantemente il regista servendosi solamente di un emblematico movimento di macchina - può avere origine pure sporgendosi oltre il (vertiginoso) bordo di una pentola, dentro un piatto, con un accostamento inedito e ardito di sapori.
La tentazione e la passione di Dodin Bouffant sono le stesse che, dalle prime e più note: dalla mela di Adamo ed Eva al sacrificio cristologico; informano la ricetta e il gusto della cosa umana. Che custodiscono la traccia di chi siamo, siamo stati e probabilmente saremo da qui al sipario finale. Sono, in altre parole, una vocazione quasi mistica, spirituale a vivere (bene) inteso come dono, come rispettosa ricerca della perfezione e della felicità, come individuale e generosa misura del mondo.

Con il nuovo film di Trần Anh Hùng, il matrimonio annoso, lo stretto legame, il connubio squisito e curioso tra cinema e cucina si arricchisce pertanto di un addendo raro, prezioso come la ricca e raffinata sceneggiatura scritta dallo stesso regista.
Quest'ultimo - assistito dal direttore della fotografia Jonathan Ricquebourg e dalle interpretazioni al limite della perfezione, misurate, complici [senz'altro per motivi biografici, ndr] di un’affabile e splendida Juliette Binoche e di un tenero e gustosamente romantico Benoît Magimel - racconta questa affascinante e aggraziata coreografia di piatti, tegami, recipienti, mestoli, coltelli, grembiuli, descrivendo ogni singola preparazione nei minimi particolari fino all’ornamentale. Con il suo occhio mimetico e discreto, il cineasta dialoga con i propri personaggi, innamorandosene in corso d’opera. Innamorandosi prima dei loro movimenti, del loro occupare gli spazi (interni ed esterni alla cucina e alla magione, che il succitato Ricquebourg illumina e organizza con gusto e riferimenti pittorici), di un vivere reso travolgente, orgiastico, ma anche loquace grazie a vere e proprie sinfonie onomatopeiche che costituiscono di fatto la colonna sonora del film; e solo in seguito della storia che condividono. E la correlazione tra rappresentante e rappresentato è a tal punto naturale, logica, istintiva, per quanto idealmente paradossale, che cinema e cucina - rispettivamente l’arte che contiene tutte le altre e l’arte di tutti i tempi che può abbracciare e applicarsi a tutto lo scibile umano -, finiscono per collimare. Per essere, come mai prima d’ora, l’uno il riflesso esatto dell’altra. In breve, il gesto cinematografico diventa il gesto culinario, e viceversa.
Il risultato è un’opera-menu meticolosa in tutte le sue portate, dall’entrée al dolce (in tutte le accezioni possibili), dotata di classe impareggiabile, spiccata intuitività e ricchezza drammaturgica, nonostante la linearità dell’intreccio. Una in grado di appagare veramente anche quei sensi che, per deformazione, il mezzo cinematografico solletica, suggestiona solo astrattamente. Un tuffo, una fuga, come scrivevamo in apertura, verso l’opulenta semplicità dei tempi andati, che tuttavia conserva il sapore inimitabile della nostra umanità. Da sempre e per sempre bisognosa di (buon) cibo per il corpo, l’anima e il cuore.
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