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            19 Aprile 2024
            Il mio amico robot Oscar 2024 Recensione Cinemando
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            IL MIO AMICO ROBOT SI PERDE IN UN (FORZATO) MARE DI LACRIME

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Robot Dreams
            USCITA ITALIA: 4 aprile 2024
            REGIA: Pablo Berger
            SCENEGGIATURA: Pablo Berger
            GENERE: animazione, commedia, drammatico, musicale
            DURATA: 90 min
            Candidato agli Oscar 2024 come miglior film d'animazione

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            A più di dieci anni dall'originale Blancanieves, Pablo Berger torna, con Il mio amico robot, al mutismo della parola in favore di un atto di fede nei confronti delle immagini, della loro capacità di comunicare, suggerire e suggestionare chi guarda, ma anche dell’energia, del potere pervasivo ed irresistibile della musica. Purtroppo però, la (talora coraggiosa) parabola di amicizia tra un cane solitario e un robot deve fare i conti con sviluppi artefatti e tutt’altro che entusiasmanti.

            Sarà pure una questione che va avanti più o meno da quando il cinema ha deciso di farsi traduzione, talora addirittura nuovo veicolo di altri testi e media, ma forse è proprio per questo che puntualmente rifà capolino nei nostri, nei discorsi di tutti. La domanda è sempre quella: cosa può diventare cinema? O, per entrare così nel merito della riflessione, cosa può dirsi adeguato alla misura e all'estensione di un lungometraggio?

            Simili quesiti sorgono spontanei o, meglio, sono sorti a chi scrive, durante la visione de Il mio amico robot, il nuovo film firmato dal regista spagnolo Pablo Berger, un altro piccolo progetto, dopo l'originale cult movie Blancanieves, capace ancora una volta di farsi largo nella proposta e nel panorama contemporanei fino a solleticare, in questo caso specifico, l’interesse degli statunitensi e di Hollywood, che ha scelto di candidarlo come miglior film d’animazione all’ultimissima edizione degli Oscar.

            Stiamo parlando di una pellicola d’animazione, per l'appunto, realizzata in tecnica classica 2D, cosa che, per quanto possa sembrare paradossale, già ne inquadra la contemporaneità. Ma che inquadra parimenti l’occhio, la sensibilità dell’autore, la sua attenzione nei riguardi delle evoluzioni, dell'inversione di tendenza rispetto al predominio del digitale, del lento e progressivo cambio di gusto e percezione, nonché dell’importanza che il cinema animato si sta ritagliando nel mondo dell’audiovisivo. Del suo spirito e stato di salute attuali. Al contempo, del tutto contingente - seppur abbia sulle spalle cinque anni di gestazione, e sia quindi più vecchio di quanto si immagini - è pure l’idea di relazioni che Il mio amico robot mette in campo, parlando di fluidità, diversità, trasformazioni dei costumi, o affrontando simmetricamente l’egoismo e l’utilitarismo che spesso entrano a far parte dei legami che creiamo, qualsiasi essi siano, senza che questo comprometta le primarie funzioni del divertimento e dell’emozionalità e dissuada il principale pubblico di riferimento (ossia le famiglie e la prima infanzia). Insomma, quella di Berger è un(‘altr)a fiaba (moderna) capace di parlare trasversalmente a più generazioni e tipi di pubblico, alla maniera della Pixar dei tempi d’oro o della gestione Pete Docter.

            Dal canto suo, il cineasta non si spreca, anzi sceglie di ricorrere a gesti di chiara sperimentazione, come esemplifica la scelta di tornare - a più di un decennio dal già citato Blancanieves - al mutismo della parola in favore di una pura devozione all’immagine, di un atto di fede nei confronti del suo potenziale espressivo, della sua capacità di comunicare, suggerire e suggestionare chi guarda; oppure dell’energia, del potere inebriante e pervasivo della musica. Scelta che va ben al di là del mero vezzo d’autore, di una postura, o di un pletorico esercizio di stile, riuscendo anzi a trovare nuovi significati, la giusta dimensione.

            Dall'altro lato, gli strumenti, i veri e propri dispositivi di cui Il mio amico robot si serve per affrontare e trattare quegli stessi temi farebbero e fanno pensare ad un balzo indietro, non solo nel tempo e nello spazio, nella New York degli anni ‘80 (forse del 1986, anno di pubblicazione dell’antologia Robot Dreams di Isaac Asimov, omaggiata dal titolo originale). Invero, oltre ad uno stile di animazione molto classico, i robot e automi che compaiono nel film descrivono un rapporto con la tecnologia oggi praticamente impossibile, tra digitale e il discusso ed inquietante spettro delle intelligenze artificiali, uno fondato ancora sul cuore e il sudore, sulla concretezza e la manualità. Qualcosa che è ancora, e oggi non più, analogico e meccanico.

            Il mio amico robot Oscar 2024 Recensione Cinemando

            Ebbene, al centro esatto di questo bipolarismo filmico, vi è la storia - adattata ed effettivamente (ri)animata, nel senso etimologico di (ri)portata in vita, a partire dall’omonimo fumetto di Sara Varon e dal suo tratto snello, dal suo design insieme infantile e accattivante - di un cane un po’ impacciato di nome(n omen) Dog, che vive in completa solitudine in un tipico flat di Manhattan, alienato, senza alcun amico. Un isolamento, il suo, a dir poco lacerante a cui però egli non riesce più a resistere. Il nostro decide così di avallare la proposta di una televendita e ordinare un robot, un amico a distanza di assemblaggio. Tra Dog e Robot - questo il suo nome - nasce ben presto una simpatia, un affetto, pur con qualche cono d’ombra. Insieme trascorrono l’estate più bella di tutta la loro vita, purtroppo però, una notte, il cane è costretto ad abbandonare il suo compare tutto rotelle e bulloni sulla spiaggia. Sarà solo per qualche ora, crede, giusto il tempo di prendere l’occorrente e tornare la mattina successiva per riportarlo a casa. Ma il destino ha in serbo ben altro per loro, li vuole divisi. E intanto le ore diventano giorni, i giorni settimane, e le settimane mesi…

            Ciò detto, torniamo alla domanda d’apertura e chiediamoci: quella di Sara Varon era ed è davvero una storia, un testo adatto per un lungometraggio? La risposta è presto detta e, per sfortuna di Berger e dei nostri simpatici protagonisti, è negativa. Lo dimostrano, del resto, i primissimi quindici minuti della pellicola, in cui essa sprigiona e libera tutto il proprio potenziale, sia esso narrativo, teorico, artistico, emotigeno, finendo tuttavia per esaurirsi. Ecco: fosse stato un cortometraggio di venti, venticinque minuti, o fosse stato immaginato, nella fattispecie, quale unione di quel quarto d’ora iniziale e del segmento finale, che ci sentiamo di definire coraggioso nel suo messaggio duplice: uno per il pubblico adulto - che ricalca Past Lives di Celine Song - sulla transitorietà della vita e sull’importanza del (sapere quando) lasciar andare via qualcosa o qualcuno, senza che questo significhi per forza dimenticare, e l'altro, più pedagogico, pensato per gli spettatori in erba... ebbene, se così fosse stato, il film di Berger sarebbe, sì, il capolavoro da molti applaudito.

            Viceversa, la parabola di Dog e Robot deve fare i conti con sviluppi tutt’altro che coinvolgenti o entusiasmanti. L'impressione, allora, è che Berger quasi non sapesse come giustificare, come approdare a quel finale tanto ardito e anti-romantico, quanto tenerissimo. E che, di conseguenza, l’intreccio si stiracchi per un’ora di troppo, indulgendo su momenti e situazioni che, quando non sterile nell’economia del racconto, si limitano a reiterare caratterizzazioni, discorsi e conclusioni già intuibili poco dopo i titoli di testa. O ancora, rifugiandosi in opache visioni oniriche, lasciandosi distrarre da scherzetti metatestuali, strizzatine d’occhio cinefile e una galleria di citazioni che, in alcuni casi, rasenta la scopiazzatura. Al di là di Zootropolis: a tratti si potrebbe pensare a Il mio amico robot come ad una versione family friendly di Bojack Horseman.

            Seppur statica, basica, facile, incapace di ridare ai personaggi e reinstillare nelle vicende il medesimo vigore e l’incisività delle prime battute, la partitura rompe quell’incantesimo di cui forse lo stesso regista si era illuso, sacrificando la misura, la delicatezza, la vera tenerezza sull’altare di diverse insensatezze: da abbozzi di quadretti metropolitani nostalgici e dolceamari il cui unico effetto è disperdere il focus della narrazione, arrivando ad una scansione drammaturgica che non pare seguire alcuna logica se non un algebrico schematismo. Il film diventa quindi solo(!) una questione di matematica, espone pericolosamente le maglie della finzione, e soprattutto corrompe e falsifica la sincerità delle sue emozioni, riducendo queste ultime ad input, a comandi ai quali lo spettatore è costretto a reagire. Quasi non volesse davvero raccontarla, questa storia, ma solo indurre (artificiosamente) una lacrima. Come se il vero robot, alla fin fine, fosse chi guarda.

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