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            12 Aprile 2024
            Via Don Minzoni N.6 Recensione Cinemando
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            VIA DON MINZONI N.6 CI RICORDA COSA POSSONO ESSERE GLI ESORDI

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Via Don Minzoni n.6
            USCITA ITALIA: 22 febbraio 2024
            REGIA: Andrea Caciagli
            SCENEGGIATURA: Andrea Caciagli, Francesco Gaudiello
            CON: Francesco Gaudiello, Lia Grieco, Giusi Merli, Mirko Risaliti, Irene Battaglia
            GENERE: drammatico, commedia
            DURATA: 88 min

            VOTO: 6/7

            RECENSIONE:

            Dopo anni da aiuto-regista, Andrea Caciagli firma il suo esordio da regista con Via Don Minzoni n.6, racconto dagli echi evidentemente intimi, personali, quando non autobiografici, che tenta di ridurre ad una notte insonne il senso di una vita, racchiuderlo nel racconto del luogo che, quella vita, l'ha accompagnata, cullata e definita. Una misuratissima riflessione sulla complessità dell'abitare che non cade mai nelle tentazioni tipiche delle opere prime.

            Fa bene il giovane Andrea Caciagli (già aiuto-regista in numerosi progetti, a spasso tra cinema e serialità) a tenere fede ad una delle lezioni più utili dei debutti e delle prime volte al cinema. Fa bene a scegliere il soggetto di Via Don Minzoni n.6 - la sua opera d'esordio alla regia di un lungometraggio di finzione - e a filmare qualcosa che nessuno come lui conosce. Nella fattispecie, prendendo le mosse da un’esigenza più personale che prettamente cinematografica, e portando su schermo storie, discorsi, sentimenti che, per l'appunto, lo riguardano in primissima persona.

            Solo così egli riesce a superare ogni tipo di ostacolo produttivo (fra cui una sospensione forzata delle riprese per via dell’emergenza pandemica), la naturale ristrettezza di mezzi a propria disposizione, la congenita condizione che accomuna la maggior parte degli esordi (italiani e non), e risultare comunque autentico, sincero agli occhi dello spettatore. Meglio ancora, forte di un copione molto misurato, Caciagli allarga gli orizzonti del proprio racconto ben al di là delle quattro mura o del piccolo giardino del civico numero 6, (ri)accendendo pensieri, emozioni, momenti che chiunque arriva a sperimentare almeno una volta nella vita. Parlando a tutti indistintamente.

            Protagonista del film è Andrea Ceccanti, alter ego ideale dello stesso regista: ragazzo equilibrato, quadrato, sistemato e sistematico (portato in scena da un intenso Francesco Gaudiello, scritturato con grande oculatezza e precisione); che si ritrova a dover trascorrere l’ultima notte nelle stanze della casa dei suoi nonni, da poco venuti a mancare. In quell’appartamento dov’è cresciuto, accudito da quelli che per lui sono stati a tutti gli effetti secondi genitori, e che ora deve essere lasciato, venduto ad una giovane famiglia. Ad Andrea non spetterà però solo il compito di chiudere le scatole e approntare le ultime cose prima del momento fatidico, ma anche un amarcord, per definizione, amaro e mesto. Un viaggio indietro nel tempo e fatto di memorie, spazi, colori, oggetti che riportano immancabilmente a galla il suo passato, e durante cui vi è pure il modo di rivedersi con il suo gruppo storico di amici e concedersi un’ultima partita di poker - una tradizione che, forse, nemmeno ci si ricorda quando e come è iniziata, e che purtroppo morirà con la vendita della casa.

            Via Don Minzoni N.6 Recensione Cinemando

            Il giovane autore scrive insomma del superamento di un lutto, di una metabolizzazione della perdita: degli affetti, dei ricordi, di una parte di sé. Eppure, Via Don Minzoni n.6 è soprattutto un tentativo (impossibile, se non sprofondando nel fantasmatico e nell’onirico) di ridurre ad una notte insonne il senso di una vita; racchiuderlo nel racconto del luogo che, quella vita, l'ha accompagnata, cullata e definita. E quindi trattare la complessità dell’abitare, del vivere davvero un luogo o, in questo caso specifico, un appartamento.

            E non parliamo solo della praticità, della concretezza, dell'ergonomia o dell'economia dello stare, di adoperare gli spazi, occuparli, arredarli, curarli, mantenerne il decoro e la funzionalità. Abitare significa creare, collocare, farvi risiedere i propri ricordi, qualsiasi essi siano. Significa dar vita ad un piccolo, grande mondo che ammanta e permea tutto, sia quel che si vede, sia quel che non si vede; ad un microcosmo (rigorosamente analogico!) di cose, oggetti, cimeli, videocassette e audioregistrazioni, disegni, lettere, che diventano altro, che assumono densità (in)visibili e poteri unici, che bisogna rispolverare, rivivere, seppur tardivamente, per imparare a lasciare andare - ma non per questo dimenticare(!). Segni tangibili di un tempo che insieme scorre - con tutte le naturali conseguenze - e rimane come sospeso, fermo. Giochi di ombre necessari per vedere il presente sotto una luce diversa, o per riacquistare fiducia in ciò che verrà. Anche se non ci sarà più un posto in cui tornare.

            Già ghost story dai motivi malinconici, lievi e delicati, Via Don Minzoni n.6 può essere visto allora pure in termini più collettivi, in quanto rappresentazione di uno stato d'animo esistenziale e giovanile che trova perfetta allegoria tanto nello scambio economico, di compravendita dell’appartamento, quanto in quello emozionale che i personaggi instaurano con quelle stesse quattro mura. Un racconto sulle difficoltà del crescere, certo comuni a tutte le generazioni, ma che, nel caso dei trentenni d’oggi, sono particolarmente tinte di cinismo e ironia, disillusione, così come di un’ansia opprimente verso l’insuccesso (o meglio, la sua eventualità), una nostalgia parimenti soffocante nei confronti di ciò che è stato e una paurosa incertezza riposta nel futuro.

            Sentimenti, questi ultimi, di cui il giovane esordiente sa rendere molto bene la temperatura, complice un cast in parte, e che irrimediabilmente compongono il cuore della pellicola, senza che finiscano tuttavia per nuocerne la genuinità, la naturalezza o anche soltanto il gusto prettamente cinematografico. A suo merito, Caciagli riesce inoltre a non cadere nella tentazione tipica degli esordi. Quella del dover giustificare il proprio intervento, del dover emergere in ogni modo possibile, del dover dimostrare a tutti i costi, magari abbandonandosi a vezzi fini a sé stessi e facili patetismi, oppure portando la propria vicenda su terreni forzati.

            Stilisticamente sarà pure acerbo, potrà adottare soluzioni derivative, e spesso la rigidità della messa in scena (cucita su misura della caratterizzazione del protagonista) va a discapito, suo malgrado, di uno slancio ulteriore della storia. Ciò nondimeno, il rigore, la geometria compositiva che il regista mantiene salda dalla prima all'ultima inquadratura, non è conquista da poco. Anzi, a dirla tutta, è il vero souvenir, quello più valido e promettente, che si può portare via da questa visita in Via Don Minzoni n.6.


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