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            12 Marzo 2024
            How to Have Sex Recensione Cinemando
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            HOW TO HAVE SEX CONOSCE BENE CIÒ CHE FILMA

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: How to Have Sex
            USCITA ITALIA: 1° febbraio 2024
            USCITA UK: 3 novembre 2023
            REGIA: Molly Manning Walker
            SCENEGGIATURA: Molly Manning Walker
            CON: Mia McKenna-Bruce, Lara Peake, Samuel Bottomley
            GENERE: drammatico
            DURATA: 91 min
            Premio Un Certain Regard al Festival di Cannes 2023

            VOTO: 6/7

            RECENSIONE:

            Vincitore del premio Un Certain Regard a Cannes 2023 ed esordio alla regia di Molly Manning Walker, How to Have Sex è un romanzo di formazione accordato ai ritmi e agli schemi di TikTok, volta ad indagare i rapporti, i valori e il costante senso di inadeguatezza delle nuove generazioni. Tuttavia, quel che parte come un affresco generazionale diventa man mano un cautionary tale sul tema del sesso, del consenso e sul trauma dello stupro, che la neoregista rende molto bene con uno stile di regia efficace e l'interpretazione magnetica e intensa di Mia McKenna-Bruce.

            Come diceva qualcuno, bisogna filmare quel che si conosce. Specie - aggiungiamo noi - se si è alle prime armi dietro la macchina da presa. È il caso di Molly Manning Walker, regista londinese classe 1993, già direttrice della fotografia in numerosi corti e videoclip, la quale dimostra di conoscere davvero molto bene ciò che racconta e inquadra nel suo esordio alla regia, che ha letteralmente rapito l’ultimo Festival di Cannes, facendole vincere tra l'altro il primo premio nella sezione (per le nuove voci) Un Certain Regard.

            Il titolo è How to Have Sex, anche se forse sarebbe stato più corretto intitolarlo How “Not” to Have Sex, con buona pace della musicalità. Difatti, sin dalle prime battute, esso risponde in toto ai canoni estetici e discorsivi del cautionary tale e mira quindi a scioccare, a disarmare lo spettatore. Ad ingaggiarlo in una parabola morale e moralizzante, la cui precipua intenzione è mettere in guardia le nuove generazioni, i nuovi soggetti sociali, coloro che si affacciano sul mondo adulto, rispetto ai pericoli e ai traumi potenziali che possono annidarsi là fuori. Il tutto, aggiornato ai ritmi e schemi della cosiddetta Gen-Z, se non proprio agli ultimissimi Alpha; allo tempo dei social network o, più precisamente, dei reels e di TikTok.

            A loro è dedicato il film: agli iper-digitalizzati, virtuali e virtualisti, che, avendo prestissimo a proprio uso, consumo e abuso una finestra sul mondo a sua volta iper connesso e globalizzato, perdono in maniera congruente e proporzionale l’illusione, l’ingenuità dell’età infantile. A loro: una generazione, per certi versi più simile ad un branco, di cui la stessa Walker fa parte, e che lascia libera di esprimersi ancor prima che finiscano i cartelli di testa. Ecco che, qualche istante prima di venire abbagliati dalla luce estiva, calda, rovente della cittadina greca di Malia [sull’isola di Creta], iniziamo a sentire un gruppo di ragazze essere semplicemente sé stesse. Entusiaste, incontenibili, sovraeccitate, cariche a palla (di aggettivi, insomma, c’è solo l’imbarazzo della scelta), per quella che si intuisce essere la loro prima vacanze da sole, libere, senza alcuna supervisione dei genitori - i quali, a dirla tutta, già è tanto se le chiamano o mandano un messaggio di premura.

            Per questo rumoroso trio, qualsiasi cosa è assoluto o, come direbbero loro, “fichissimo”. Addirittura, il pidocchioso e anonimo ostello in cui passeranno le ore di sole. Sì, perché le giornate sono solo iati da assecondare o tentare invano di riempire, mentre la notte è quel che conta. Questa è, in altre parole, il quando e dove in cui qualcosa deve(?), dovrebbe(?) sempre accadere; la dimensione temporale in cui tutto avviene, pur essendo parimenti vacuo, effimero, fugace. Nulla di quello che queste neo-sedicenni fanno sembra infatti appartenergli veramente, anzi sembra essergli ordinato, suggerito da una bussola congenita. Quasi una programmazione o un algoritmo, facile riparo dall’inadeguatezza (ben resa dalla sinergia tra istanza narrante e interpretazioni), unica reazione possibile a convenzioni sociali, egemonia dell’apparenza o, semplicemente, aspettative, stereotipi. Inevitabilità.

            How to Have Sex Recensione Cinemando

            Inevitabile, appunto. Lo è o parrebbe essere ingurgitare litri e litri di alcol, fumare pacchetti su pacchetti di sigarette, vestirsi con abiti in cui non si sta comodi per essere più ammiccanti, rimanere svegli fino all’alba altrimenti non si è “fichi” abbastanza, altrimenti si è “strani”, ma soprattutto fare sesso. Così, per il solo gusto di dimostrare qualcosa a qualcuno. Se poi si è vergine, come nel caso di Tara, la protagonista de facto della storia di Manning Walker, allora il sesso, la fantomatica e stigmatizzata prima volta diventa un metro di rapporto, paragone, equilibrio all’interno del proprio gruppo (una parte per il totale). E ancora, una prassi, una clausola, un dazio da pagare, l’oggetto di una bieca transizione sociale o, peggio, di una competizione che può talora trascinare in una spirale che annienta, distrugge, inghiotte. Figurarsi se il primo rapporto non dovesse essere nemmeno consenziente.

            È infine questo: il tema e il trauma dell’abuso; ciò che Manning Walker mira ad estrapolare manifestamente da un racconto che viceversa parte più ampio, quale realistico affresco giovanile ricalcato sul cinema estremo e radicale di Harmony Korine o Abdellatif Kechiche, oppure sulla rivoluzionaria serialità teen di Sam Levinson. Un ricalco calligrafico, millimetrico, dunque mai davvero fresco, eppure privato per fortuna di tutti gli orpelli potenzialmente pornografici e le pieghe spettacolari che, ad una prima occhiata, parrebbero viceversa decisivi, se non (touchè) inevitabili.

            Un cinema, sì, di derivazione - e, di conseguenza, affiliato ad una specifica linea produttiva, editoriale giovanile e indie che, in questo caso, fa rima con Mubi -, solo portato avanti con sensibilità, capacità e nerbo dalla neoregista. La quale attesta la sua e, va da sé, la nostra vicinanza con chi e ciò che descrive e rappresenta, adottando uno stile di proverbiale pedinamento, di prossimità, financo di immersione, con una handycam dinamica, epidermica, delicatamente invadente, che non solo cattura, ma talora quasi sfiora e tenta di insinuarsi in questi corpi giovani: già custodi di un mistero dai risvolti malevoli, dolorosi, violenti, resi untuosi dalla calura estiva e così esibiti nella loro ambiguità semantica, tesi inoltre a riempire, a colmare invano uno spazio vacuo, un’assenza, un vuoto che, a sua volta, non sembra possa accogliere altro che il dramma. Quello stesso dramma a cui la regia di Walker si adatta con disinvoltura cambiando di senso e di segno. La vicinanza, l’ingerenza e l’intrusione si convertono perciò nell’enfatico sinonimo di una lesione (fisica e psicologica), di uno shock, di una sensazione agghiacciante che rimane appiccicata addosso, sulla pelle, magari indicibile a parole, ma intuibile senz'altro in uno sguardo, in una sua sfumatura, e per questo rappresentabile, con la complicità di una scoperta folgorante di nome Mia McKenna-Bruce, intensa, magnetica, volto di serie come Get Even e Vampire Academy .

            Nientemeno, la direzione attenta e coinvolgente degli interpreti è la punta di diamante di How to Have Sex. O comunque, è l’elemento che permette di saggiare la sommaria ispirazione e la bontà filmica di un esordio in piena regola e che, in quanto tale, si abbandona a qualche ingenuità. Come, ad esempio, ad una seconda parte che, dovendo perdere la frenesia e il ritmo della prima e facendosi più greve, si adatta e acquieta di conseguenza. O anche ad un finale che favorisce un didascalismo e lascia purtroppo via libera ad una lezioncina, una sintesi, un’immagine che, per contrasto e grossolanità, stordisce tanto quanto la cassa in quattro che accompagna i titoli di coda.


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