
AMERICAN FICTION, LA STEREOTIPATA SATIRA ANTI-STEREOTIPO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: American Fiction
USCITA ITALIA: 27 febbraio 2024
USCITA USA: 15 dicembre 2023
REGIA: Cord Jefferson
SCENEGGIATURA: Cord Jefferson
CON: Jeffrey Wright, Tracee Ellis Ross, Erika Alexander, Leslie Uggams, Sterling K. Brown
GENERE: commedia, drammatico
DURATA: 117 min
PIATTAFORMA: Amazon Prime Video
Candidato a 5 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior attore protagonista
VOTO: 6
RECENSIONE:
Candidato a 5 premi Oscar, American Fiction, esordio alla regia cinematografica di Cord Jefferson, prende il via da un'intuizione brillante: fare una black comedy sulla black culture e i suoi stereotipi. Guardando (col binocolo, sia beninteso) il cinema di Woody Allen, la pellicola si fa forte delle sue interpretazioni attoriali per far arrivare a chi guarda le proprie sferzate satiriche. Peccato che questa sostanza - a conti fatti, acre, pungente, complessa solo in potenza e nelle intenzioni di base - sia poi racchiusa in una confezione di tutt’altro tipo, che peraltro aderisce con esattezza ai cliché che denuncia.
Una black comedy sulla black culture. È questa la brillante, per non dire geniale intuizione, idea di cinema alla base di American Fiction, adattamento del romanzo Erasure di Percival Everett ed esordio dietro la macchina da presa del produttore e sceneggiatore televisivo Cord Jefferson. L’idea che senz’altro ne ha favorito il clamore e il chiacchiericcio in patria, ma soprattutto ne ha determinato il posto di rilievo nella corrente stagione dei premi. Dopo il premio del pubblico al festival di Toronto, ha vinto infatti un BAFTA alla migliore sceneggiatura non originale e, ad oggi, è candidato a ben cinque premi Oscar tra cui miglior film, attore protagonista e non. Aiuta, in questo senso, il portamento, il ritmo, la nonchalance con cui il neoregista - anche firmatario del copione - racconta e mette in scena la storia di Thelonious Ellison quasi stesse suonando del free jazz, seguendo (a molta distanza, s’intende) le orme e lo stile tanto di un maestro come Woody Allen quanto, più realisticamente, di un (di lui) degno successore Noah Baumbach, assistito da una colonna sonora sincopata e mimetica.
Meglio conosciuto come Monk, il nostro è uno scrittore talentuoso e affermato, ma non così noto. O meglio, non come vorrebbe pur mai ammettendolo chiaramente, e con lui il suo editore. I suoi sono libri complessi, stratificati, densi, rivisitazioni o figurativizzazioni black di grandi miti della tradizione che il più delle volte vengono però sottostimati e bollati, sia dal grande pubblico, sia dai produttori cinematografici, come troppo intellettualistici. Cosa che lo induce sull’orlo di una depressione e ne blocca l’inventiva, la creatività. Complice è pure la consapevolezza, maturata già da qualche tempo, che quello che le persone - specie i bianchi e privilegiati - cercano nella letteratura afroamericana è una rassicurazione della propria innocenza, estraneità, assoluzione; l’adesione ad uno stereotipo preciso, fatto di linguaggio gergale, stentato, parolacce, personaggi vittimisti e fintamente profondi, e storie crude di povertà e crimine, pistole, droga, sangue che molte volte arrivano a solleticare la pornografia. E, come tutti i cliché, questo finisce per impoverire e contingentare l’esperienza etnica e culturale in genere. Una notte, l’autore decide pertanto di iniziare a scrivere sotto pseudonimo, quasi per passatempo, per mero ludibrio, esorcizzazione o vero e proprio sbeffeggio, un romanzo che rispetta in pieno questi canoni predefiniti. E fa letteralmente il botto…

Quel che avete appena letto: vale a dire la satira (ben localizzata) di un mondo dell’editoria statunitense (ma le infiltrazioni si allungano fino al sistema-cinema hollywoodiano) che, nel suo voler essere pretestuosamente progressista, inclusivo, aperto a voci nuove, diverse, alla realtà nuda e cruda, finisce per essere tutto il contrario (non soltanto razzista, ma anche volgare, triviale, abietto, amorale, artificioso, sintomo di istanze retrive, forse inestirpabili), e di conseguenza - come dimostra limpidamente la sequenza d’apertura - di una società che, assediata dal politically correct, pare ormai aver sviluppato una cecità per ciò che è semplice, evidente, spesso banale... ebbene, questo è quanto di più interessante, soddisfacente e genuinamente esilarante American Fiction e Cord Jefferson hanno da offrire.
Col patrocinio produttivo di un acuto osservatore e dissacratore della contemporaneità quale Rian Johnson e la sinergia di un ensemble di interpreti brillanti e dinamici (fra i quali emergono, senza dubbio, Jeffrey Wright in una delle sue interpretazioni più divertite e convincenti, una splendida Erika Alexander, e un magnetico Sterling K. Brown, in grado da sé di farsi ricordare, a dispetto della scrittura raffazzonata del suo personaggio), la pellicola inanella situazioni dotate e descritte con gusto, controllo dei tempi comici e attenzione alle esigenze di chi guarda - cosa da non dare mai per scontata in operazioni di questo tipo. Tuttavia, a pochi minuti dai titoli di testa, si scopre che American Fiction non è solo - come ci piace definirlo - il controcanto, il gemello divertito e spiritoso di Origin di Ava DuVernay, bensì sembra soffrire quasi di un disturbo di personalità filmica.
Questa sostanza vera, autentica, ma purtroppo acre, pungente, complessa solo in potenza e nelle intenzioni di base, è infatti racchiusa in una confezione di tutt’altro tipo e idea cinematografica: quella di un classico melodramma familiare di ricordi, rivendicazioni, non detti, ma anche una specie di dramedy dei sentimenti nella parabola romantica del protagonista con una vicina. Un’opera di fatto antitetica, opposta agli intenti; un feel-good movie prevedibilissimo e programmatico che tenta a tutti i costi, in maniera tanto facile quanto goffa, di coinvolgere, suscitare un qualche tipo di emozione accorata, umettare gli occhi. E, qualora riuscisse infine a farlo, sarebbe, di nuovo, soltanto per la convinzione dei suoi attori!
Malgrado tenti furbamente di sviare l’attenzione, crearsi un alibi e darsi un tono metacinematografico (va da sé, del tutto pretenzioso), American Fiction non riesce allora a scampare - lui per primo - allo stereotipo del “prodotto da Oscar” di cui si fa beffe. Si ferma all’apparenza, a quel Fuck! in copertina, puntando tutto su(i sensi di colpa dello spettatore e su) un gioco di prestigio narrativo polveroso, ingiallito per non dire altro, che, se proprio non rappresentasse il suo difetto più eclatante, sarebbe comunquela sferzata più precisa e puntuale (tra le tante che cadono invano) al nostro presente, al suo febbrile immobilismo, ma irrimediabilmente pure ai testi, alle “fiction” che vorrebbero squarciarne il velo di indifferenza.
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