
NON SERVE GUARDARE IL COLORE VIOLA, BASTA ASCOLTARLO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Color Purple
USCITA ITALIA: 8 febbraio 2024
USCITA USA: 25 dicembre 2023
REGIA: Blitz Bazawule
SCENEGGIATURA: Marcus Gardley
CON: Fantasia Barrino, Taraji P. Henson, Danielle Brooks, Colman Domingo, Corey Hawkins, H.E.R., Halle Bailey
GENERE: musicale, drammatico, sentimentale
DURATA: 141 min
Candidato al premio Oscar per la miglior attrice non protagonista
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Dal trio (Steven Spielberg, Oprah Winfrey, Quincy Jones) già riunitosi attorno al classico letterario di Alice Walker nel 1985, il nuovo adattamento de Il colore viola, per la regia del semi-esordiente Blitz Bazawule prende il via dall'omonimo musical di Broadway e cerca di darne una visione moderna e attuale, così sottostimando l'effettiva modernità e attualità di provocazione intellettuale, morale, letteraria, religiosa del materiale originale. È questo il peccato originale di una pellicola che, al di fuori delle interpretazioni di un cast azzeccassimo, per gli occhi ha ben poco da offrire. Basta quindi ascoltare la colonna sonora.
Non è necessario guardarlo, (il nuovo adattamento de) Il colore viola, basta ascoltarlo. Sì, avete letto bene. Invero, pur potendo contare su nomi, firme produttive e (inevitabilmente) anche sui rispettivi brand artistici e iconici di un trio già riunitosi nel lontano 1985 attorno al romanzo premio Pulitzer di Alice Walker - parliamo, nella fattispecie, di Steven Spielberg, regista di quella prima traduzione, di Oprah Winfrey, indimenticabile volto di una delle sue protagoniste, e di Quincy Jones, storico producer di Michael Jackson e allora compositore delle musiche -, la versione diretta da Blitz Bazawule, cantautore ghanese, ora esordiente regista (dopo aver co-firmato il visual album di Beyoncé Black Is King), ha ben poco da offrire per il grande schermo.
Cosa che mai ci si augurerebbe venisse pronunciata (e tantomeno a chi scrive piace riconoscere) a proposito di uno dei generi hollywoodiani per antonomasia: il musical, nel quale - lo ricordiamo - musica e immagini si combinano al fine di animare e dar forma ad un corpo cinematografico sinergico, dinamico, spesso funambolico e spettacolare, che, quando davvero efficace, vigoroso, virtuoso, può toccare vette espressive rare e inebrianti. Può spingersi in là, in su fino a quella che un certo Wagner definiva Gesamtkunstwerk, la cosiddetta opera d’arte totale. Nulla di tutto questo (ahinoi) avviene nel caso de Il colore viola, che si rifà tanto alla nota favola moderna ambientata nella Georgia della prima metà del ‘900 (e quindi, al racconto epistolare dell’afroamericana Celie, attraverso cui l’autrice arriva a toccare con mano e verità argomenti come razzismo, affermazione ed emancipazione, maschilismo, violenza di genere e sessualità, rapporto con Dio e con i suoi modi misteriosi, perdono e redenzione, sogno e speranza), quanto alla pièce broadwayiana che ne venne tratta ad inizio anni Duemila.
Eppure, malgrado i riferimenti e i possibili stimoli, il musical rimane saldo a terra. A tal punto che, come anticipato sopra, è sufficiente dare un ascolto alle trascinanti, intense, colorate e numerose composizioni, tra gospel, blues e tribal, che popolano la soundtrack firmata, in primis, da Brenda Russell, Allee Willis e Stephen Bray, e riarrangiata ad hoc da Kris Bowers (quest’ultimo, storico collaboratore di Jay-Z, Kanye West, Alicia Keys, Kelly Rowland, Mary J. Blige e della già citata Beyoncé), e (ri)scoprire, sentendo e risentendo, le voci eccezionali, sontuose e seducenti di tutte le attrici coinvolte, per sperimentare di fatto quel minimo briciolo di emozione che la pellicola riesce a conservare. Ciò non significa - sia beninteso - che queste stesse artiste non siano parimenti dedite alle loro interpretazioni per lo schermo. Trapiantata qui dalle scene di Broadway, Fantasia Barrino è una sorprendente scoperta, senz’altro la presenza che si ricorda con maggior facilità. Ma non sfigurano certo Taraji P. Henson nel ruolo di Shug Avery e Danielle Brooks chiamata a seguire le orme di Oprah in quello di Sofia: due presenze magnetiche che, da sole, si fanno carico dell’affabulazione del film. Così come apprezzabili sono Colman Domingo, Corey Hawkins, Halle “La sirenetta” Bailey e la popstar Gabriella Sarmiento Wilson, meglio conosciuta come H.E.R., tutti adeguati alle rispettive parti, oltre che elementi imprescindibili per le emozioni della storia.

Semmai, il vero problema di questa reimmaginazione cinematografica de Il colore viola sta proprio nell’immaginazione o, più precisamente, nella sua latitanza. In tutto ciò, insomma, da cui Barrino & co. tentano di distogliere la nostra attenzione con le loro doti canore e il loro fisic du role.
Tuttavia, alla stregua di Wonka (altro musical, sempre distribuito da Warner Bros.), quel che proprio non convince è l’inadempienza di chi si trova dietro la macchina da presa rispetto alle regole basilari del genere. La regia di Bazawule, esattamente come quella di Paul King, si mostra titubante, incerta, poco cinetica, incalzante, turbinosa ed effervescente. E non basta la derivazione teatrale a giustificare una sequela di deficit. Un’estetica da cine-teatro. La disarmante scarsità di intuizioni e la sudditanza nei confronti dei vezzi e dei guizzi degli attori. La ridondanza di soluzioni nei movimenti di macchina, nell’esecuzione e coreografia fotografica dei momenti più prettamente di genere. La farraginosa disarmonia tra segmenti recitati e non, e una mancata sintesi tra il preteso realismo dei primi e l’astrattismo e stilizzazione dei secondi. E ancora, l’insipidità nel valorizzare gli ingredienti pro-filmici, nel mero rappresentare, nel rendere vivo, palpabile, viscerale il mondo che si intende raccontare, reso viceversa asfissiante da una patina stereotipata, assolata, eccessivamente artificiosa, applicata sulle immagini. Per non parlare, in ultimo, della derivatività latente, del vincolo inevitabile, del (letterale) passaggio di consegne (dalle stesse “mani” di Whoopi Goldberg) stipulato con l’originale spielberghiano - che, dal canto suo, malgrado venga unanimemente considerato tra i tentativi meno memorabili del cineasta, costituisce comunque un punto di svolta, un passaggio essenziale per la sua filmografia, una continua lezione di neoclassicismo hollywoodiano.
Forse però il peccato originale, la lacuna più incolmabile de Il colore viola si trova a monte. Ossia in una sceneggiatura poco equilibrata nella scansione narrativa e nella gestione dei tempi, che per di più sottovaluta il materiale di partenza, del quale pare non riconoscere la profonda attualità e modernità di provocazione morale e intellettuale, oltre che di esercizio di stile e linguaggio. Ancora una volta, al bisogno di rendere tutto più urgente, ergo esplicito, spiccicato, esibito, truce ed efferato, al limite della retorica e dell'aforisma (“non siamo solo regine, siamo al centro dell’universo”), corrisponde matematicamente un depotenziamento dell’intensità, della sincerità drammaturgica di alcuni passaggi e della carica discorsiva.
Pur ritrovando allora la centralità dell’aspetto religioso, la pellicola finisce per rendere triviale, grossolano, pomposo un testo che deve tutto proprio ad una delicatezza e sensibilità insieme preziosissime e molto acu(mina)te. E che viene alfine privato, svuotato di tutto, ridotto ad un palcoscenico sgombro, polveroso, scricchiolante, in penombra, con sopra un manipolo di ottimi interpreti che vorrebbero, ma non riescono a vivere di luce propria.
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