
THE WARRIOR, NEL NOME DEL PADRE, DEI FIGLI E DELL'ARTIGLIO DI FERRO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Iron Claw
USCITA ITALIA: 1° febbraio 2024
USCITA USA: 22 dicembre 2023
REGIA: Sean Durkin
SCENEGGIATURA: Sean Durkin
CON: Zac Efron, Jeremy Allen White, Harris Dickinson, Holt McCallany, Lily James
GENERE: drammatico, biografico, sportivo
DURATA: 132 min
VOTO: 6/7
RECENSIONE:
Zac Efron è il protagonista di The Warrior - The Iron Claw, il nuovo, ma molto diverso gioco al massacro di Sean Durkin. Un film dagli intenti biografici e non solo, incentrato sulla tragica storia dei Von Erich, la famiglia che, negli anni '80, rivoluzionò il mondo del wrestling statunitense. La storia di un rapporto tra padre e contendenti al titolo di figli, di un vortice autodistruttivo, che riecheggia la dannazione e tutte le illusioni del più generale sogno e spirito americani. Per quanto ci provi, tuttavia, la pellicola non riesce a servire il knockout emotivo per cui vorrebbe essere ricordata, e resta perciò giusto una riconferma del furbo vezzo e dell’ormai nota abitudine di A24.
Un crocefisso. Una vetrinetta piena di pistole. Una fila di coppe, premi e coccarde. Altresì detto: fede, violenza, ambizione o sete di successo. Sono questi i pilastri fondativi della cultura e della società americana secondo Sean Durkin e il suo nuovo (dopo The Nest), ma molto diverso gioco al massacro, The Warrior - The Iron Claw. Non a caso, queste immagini, queste istanze, le mette in comunione, le affianca, le dispone l’una dietro l’altra nei primissimi minuti della pellicola. Immagini, istanze, concetti, appunto, che sono al contempo qualcosa di complementare, consequenziale, intercambiabile, uno e trino. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo rivisti attraverso la parabola (discendente e catabasica, ovviamente) della famiglia Von Erich, tra le più importanti dinastie sportive del paese a stelle e strisce. Loro sono tra i fieri guardiani dei sacri valori appesi, custoditi in teche o lucidati e messi in bella mostra, e, a loro modo, anche esemplare incarnazione dello spirito statunitense e della sua più truce, tragica e inevitabile dannazione. Meglio parlare allora del Padre, dei (quattro, forse cinque) Figli e dell’Artiglio di Ferro, che Durkin sceglie precisamente come titolo originale, poiché è e diventa segno, effigie, sinonimo del peso di un’eredità che fa rima - neppure troppo nascostamente - con rimorso, livore, vanità.
È quella di Fritz Von Erich, il quale, nella sua lunga carriera da wrestler, mai è riuscito a conquistare il titolo di campione mondiale dei pesi massimi. Così, qualche tempo più tardi, negli anni ‘70, una volta sceso dal ring e divenuto proprietario della federazione World Class Championship Wrestling, egli decide di proiettare ed introiettare questa frustrazione, questo sogno bruciante nei figli già da piccolissimi, nei giochi sul prato di casa. Loro sono Jack Barton Jr., il primogenito, morto all’età di sei anni, David, il ciarliero e l’affabulatore, Kerry, il riservato, con una carriera olimpica (nel lancio del disco) stroncata dalle crescenti tensioni tra blocco statunitense e blocco sovietico, Mike, l’eterno incompreso, l’artista e musicista, di fatto disinteressato ad una carriera sportiva, eppure costretto dalle pressioni paterne, ma soprattutto Kevin, il secondogenito, punto di riferimento per tutti gli altri, primo ad assecondare le ossessioni di Fritz e tentare la fortuna nel mondo del wrestling.
Un’anima dolce, gentile, generosa e molto sensibile, malgrado quel che sembrerebbe dalla notevole prestanza fisica, nonché vero protagonista di The Warrior, colui a cui si riferisce questo pleonastico titolo italiano. Specie perché (e non vi è motivo di spoiler, trattandosi di una storia vera) egli è l’unico Von Erich a non essere caduto vittima della "maledizione". Vale a dire della logica machista e patriarcale della forza, del successo, della violenza, della prevaricazione, dell’orgoglio mascherato da destino, culto o culturismo... che informa e si insinua nei rapporti, ne tempra la morbosità, intossicando i suoi protagonisti all’effetto palliativo di un dolore fisico direttamente proporzionale alle ferite intime, esistenziali, profonde, inconfessate; ingaggiandoli in un duello inconscio e autolesionista, in un avviluppante vortice masochistico, votato malamente ad essere accettati, ben voluti, approvati, (ri)conosciuti, adottati da questo padre edipico, di questo ennesimo e prosaico Crono.

Ciò detto, il rapporto tra patriarca e rampolli, contendenti al titolo di figlio, è in realtà una manifestazione in scala ridotta, consumata nel ring e sintetizzata metaforicamente (da Durkin) come un massacrante molleggio tra le quattro corde di una prigione (esistenziale), di quello intrattenuto, più generalmente, con il proverbiale sogno americano, il desiderio di un successo fai-da-te, di un'auto-realizzazione che tuttavia deve sempre e comunque fare i conti con un riconoscimento altro, sia esso di una figura ben precisa o di un’intera comunità. Un sogno - o meglio, quella che si è più e più volte scoperta essere la tangibile e inevitabile illusione di un sogno - che trova, in The Warrior e nel modo in cui tratta la parimenti palese finzione, nella messinscena e nella messa in scena, in quanto scritta, sceneggiata, costruita a tavolino (e a suon di verdoni), del wrestling; una dimensione di scrittura ferrea (pardon), ispirata e molto convincente. Come convincente è, in tal senso, la prima ora, la quale - al di là delle atmosfere, di una filologica ricostruzione filmica e pro-filmica, e di un valore produttivo davvero molto alto - fa leva e si poggia proprio su queste buone intuizioni di soggetto e sceneggiatura, seppur non certo inedite.
Purtroppo, più ci si avvicina ad una crisi tutto fuorché imprevista - anzi rimandata a lungo e fatta montare fino al punto di ebollizione -, più la pellicola scopre la sua convenzionalità, ravvisabile, in primis, nel mancato sviluppo o, in altre parole, nell’accontentarsi delle idee iniziali e nel limitarsi ad una loro stanca reiterazione per ben due ore e dieci. Addirittura, si ha come l’impressione crescente che, una volta chiarita e calibrata la traiettoria che implacabilmente prenderà la storia, Durkin non sappia bene che cosa raccontare e, soprattutto, come farlo. Da qui, ne deriva pure una certa frettolosità e farraginosità nella scansione narrativa, resi, a loro volta, ancor più impersonali e poco interessanti da scelte registiche ed estetiche abbastanza elementari, che non vanno oltre l’oppressione naturale del primo piano, la patina granulosa anni ‘70 applicata alla fotografia di Mátyás Erdély, qualche simmetria sonora e la palpabilità della rappresentazione degli ambienti.
Allora, come spesso accade in confezioni del genere, filmicamente consuete e polite, a dare slancio, energia, calore, peculiarità, nonché una prospettiva d’immortalità a The Warrior sono le interpretazioni di un cast composto a regola d’arte, malgrado la sceneggiatura non gli metta a disposizione tantissimo materiale utile su cui impegnarsi. È il caso di un Zac Efron irriconoscibile, ma sempre e comunque perfetto (poiché plasticoso, artefatto, incredibile, se non quasi impossibile) corpo semantico. Ma è anche quello di un Jeremy Allen White in grado di svettare e raccontare tutto un mondo interiore con un breviario di micro-espressioni, di un Harris Dickinson dal ruolo ingiustamente ridotto, eppure memorabile anche soltanto per uno scambio di battute, e ancora di una Lily James, al solito, calorosa e raggiante.
Ciò nondimeno, per quanto loro stessi ci provino, per quanto si cerchi di assestare qualche corpo a tradimento, neppure questo affiatato ensemble di attori - ora ferini, ora invece dolcissimi e delicatissimi - riesce a servire il knockout emotivo per cui il film di Sean Durkin prova in qualsiasi maniera a farsi ricordare. In tal senso, The Warrior resta più che altro una riconferma del furbo vezzo e dell’ormai nota abitudine di A24 (qui impegnata come produttrice) e, allo stesso tempo, pure di una sua apertura ad un mercato e ad un pubblico più mainstream. In altre parole, resta l’ennesima variazione sul tema e sul genere estremamente conformista, mascherata - questa volta, solo in parte - da tutto il suo contrario, da controcanto indie, da cinema d’autore iconoclasta, urticante e alternativo.
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