
PRIMA DANZA, POI PENSA NON MERITA IL SUO CAST
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Dance First
USCITA ITALIA: 1° febbraio 2024
USCITA UK: 3 novembre 2023
REGIA: James Marsh
SCENEGGIATURA: Neil Forsyth
CON: Gabriel Byrne, Fionn O'Shea, Aidan Gillen, Sandrine Bonnaire
GENERE: drammatico, biografico
DURATA: 100 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Subito dopo aver ricevuto il Nobel per la letteratura, Samuel Beckett si ritrova in un non-luogo, in uno spazio della mente, allestito come la scenografia essenziale, mortifera, tombale, granitica di una delle sue opere teatrali, nel quale è chiamato a ripensare a tutta la sua vita e alle persone che l'hanno contraddistinta. Parte da una buona idea, Prima danza, poi pensa del regista premio Oscar James Marsh con Gabriel Byrne, dove si cerca di sintetizzare non tanto la grandezza dell’artista, quanto la sua umanità, i suoi dolori, le proprie fragilità. Purtroppo però, al di fuori di un cast a regola d'arte, la pellicola si rivela quanto di più programmatico e calcolato.
Dance first, think later. Prima danza, poi pensa. È (questo) l’ordine naturale delle cose secondo Samuel Beckett. Ed è sempre questo il titolo del nuovo film biografico (dopo La teoria del tutto su Stephen Hawking) che James Marsh - noto anche per il documentario premio Oscar Man on Wire - dedica alla vita di uno degli scrittori e intellettuali più importanti e influenti del secolo scorso, tra i principali inventori e animatori del teatro dell’assurdo, autore di pietre miliari della drammaturgia come Aspettando Godot e Commedia, che gli hanno garantito, nel 1969, il Premio Nobel per la letteratura.
Proprio da quella serata a Stoccolma, da quella celebrazione, prende il via la pellicola: Beckett viene invitato sul palco, accompagnato dagli scroscianti (e catastrofici, direbbe lui) applausi della platea, ma subito dopo aver ritirato la vincita scappa a gambe levate, si arrampica su uno dei tralicci dei riflettori, giusto per ritrovarsi in uno strano luogo. Un luogo che esiste solo nella sua mente; un luogo dell’anima, arredato e allestito come la scenografia essenziale, mortifera, tombale, granitica di una delle sue opere teatrali. Ad attenderlo qui non vi è altri che sé stesso o, meglio, una personificazione del suo inconscio, il quale - ora che ha finito di vivere - lo invita a pensare, a ripercorre un’esistenza colma di rimpianti e fantasmi che gli sono rimasti addosso, popolando la sua produzione. Egli è chiamato, più concretamente, a scegliere il beneficiario, la persona o l’ente a cui destinare l’assegno in denaro accluso alla medaglia. Ha così inizio un viaggio frammentario, episodico con cui lo sceneggiatore Neil Forsyth e lo stesso Marsh cercano di sintetizzare non tanto la grandezza dell’artista, quanto la sua umanità, i suoi dolori, le proprie fragilità, le idiosincrasie, l’inesorabile misantropia e, al contempo, una tenera e bambinesca ingenuità, a partire appunto dalle persone con cui ha incrociato il proprio cammino, da cui è stato ferito o alle quali ha fatto male.
Sono i nomi di queste persone ad intitolare i capitoli lungo cui si informa Prima danza, poi pensa. La madre castrante e severa, che biasima e definisce osceni e “uno spreco” i suoi primi racconti, verso la quale l’autore svilupperà un perfetto complesso di Giocasta. Il maestro James Joyce e la figlia Lucia, quest'ultima mentalmente instabile, dal cui fidanzamento a tavolino fugge. E ancora, l’amico Alfie con cui si arruola nella Resistenza durante l’occupazione nazista della Francia e che perde nei campi di concentramento. Ma anche e soprattutto, la moglie Suzanne Dumesnil - che gli fa da manager e da seconda madre, altrettanto austera e spietata - e la traduttrice inglese della BBC e amante Barbara Bray.
È allora davvero raffinato ed affascinante il modo in cui un veterano, un grande attore (di cinema, televisione e teatro) quale Gabriel Byrne fa suo, porta in scena, lascia percepire la segreta intimità, l’impossibile verità dell’artista. Come anche molto funzionali sono Fionn O'Shea nei panni di un giovane Beckett, il ben ritrovato Aidan Gillen nel ruolo di un Joyce decadente, frustrato (dalla vita familiare), ormai immune a qualsiasi epifania, che meriterebbe un film tutto per lui; e Sandrine Bonnaire nel dare il giusto tocco ad una Suzanne rancorosa, consumata dal successo e dell’uomo per il quale ha scelto, in pratica, di sacrificarsi, ma anche legatagli indissolubilmente.
Sono loro: i volti, gli interpreti; d’altronde, la nota dinamica, notevole, un minimo intensa di un’opera che è viceversa quanto di più programmatico e calcolato, del tutto antitetica all’irrazionalità paradossale, assurda, estemporanea che ha sempre guidato la penna, il pensiero e la filosofia beckettiani. Per quanto invero tenti di imitare lo stile dell’autore - specie nel dialogo sospeso e sagace tra due diverse parti del suo io -, la sceneggiatura di Prima danza, poi pensa sembra non potersi sottrarre allo stereotipo di un cinema d’autore e da festival. Perché sì, la pellicola centra e chiude, seppur in maniera un po’ scolastica e retorica, tutte le allegorie, i riferimenti, le figurativizzazioni e i discorsi, ma, in fin dei conti, rimane salda a terra, appare sempre fin troppo radicata e votata più alla correttezza, alla riscoperta e all’indulgente conferma delle proprie intenzioni, che non alla ricerca di un’elevazione. Del respiro inatteso dell’eternità.
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