
VIAGGIO IN GIAPPONE HA UNA SOLA, BELLA INTUIZIONE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Sidonie Au Japon
USCITA ITALIA: 11 gennaio 2024
REGIA: Élise Girard
SCENEGGIATURA: Élise Girard, Maud Ameline, Sophie Fillières
CON: Isabelle Huppert, August Diehl, Tsuyoshi Ihara
GENERE: drammatico, sentimentale
DURATA: 95 min
In concorso alle Giornate degli Autori durante il Festival di Venezia 2023
VOTO: 6+
RECENSIONE:
È un racconto che nasce da un'idea non del tutto originale, Viaggio in Giappone di Élise Girard. Quella di un viaggio in un luogo nuovo e sconosciuto quale metafora di un percorso interiore, in questo caso nel lutto di un'autrice che si reca in Giappone in occasione della riedizione del suo primo, fortunato romanzo. Tuttavia, la regista riesce a trattarla con una intuizione di cui, questa sì, può prendersi il merito, figlia del miglior cinema. Peccato che la pellicola finisce per capitombolare negli immancabili vezzi della produzione d'autore. E né l’eleganza, la classe e la compostezza espressiva di una sempre magnetica Isabelle Huppert, né tantomeno la sua intesa con Tsuyoshi Ihara vi possono supplire.
Tante grandi opere nascono da formule banali, da momenti archetipici, da frasi proverbiali. È come inizia, per esempio, il primo romanzo - quello più noto e celebrato - di Sidonie Perceval, autrice e romanziera, anche se non posa una penna su un foglio bianco da moltissimi anni. Ed è, a sua volta, da un’idea parimenti sdoganata ché prende il via Viaggio in Giappone - terzo lungometraggio da regista della francese Élise Girard, di cui la forse scrittrice è protagonista. Quella, nello specifico, di un viaggio fisico, effettivo, geografico verso un luogo del tutto nuovo, a tratti enigmatico, ma indubbiamente affascinante come può essere, in questo caso, il Giappone, quale metafora di un percorso, al contrario, verso un territorio della mente e dello spirito. Di un’esplorazione di sé stessi. Di un’opportunità di riflessione, meditazione, introspezione, riconciliazione e riscoperta di sé.
È un viaggio nel lutto, in un mondo di confine, sospeso tra vita e morte, tra passato e presente, tra corpo e mente, sconosciuto allo stesso modo, se non di più, dalle premesse tormentata, dai lati e dagli sviluppi perturbanti, e dai risvolti malinconici ed agrodolci; a comporre e proporre il film di Girard, che appunto segue le vicende della nostra Sidonie, vedova da qualche tempo dell’amatissimo Antoine, e della sua trasferta nel paese del Sol Levante, in occasione della riedizione del suo primissimo libro. Qui, è accolta dall'editore locale che la accompagna in ogni suo spostamento a Kyoto e dintorni, le sta affianco durante i firmacopie e le interviste, tanto da trasformarsi, col trascorrere dei giorni, in qualcosa di più, in qualcuno di più importante per lei. Immersi tra i fiori della primavera giapponese, entrambi iniziano infatti lentamente ad aprirsi e a raccontare il proprio dolore. Anche lui, come tanti, come tutti, ha perso cari e amici al ritmo mortifero delle grandi tragedie che hanno segnato la storia giapponese: dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki agli svariati terremoti della regione; e che inevitabilmente hanno segnato pure la sua, di storia. Eppure, il fantasma del marito non sembra voler abbandonare la nostra Sidonie. O forse è proprio lei, ché ancora non è riuscita a far pace con la sua scomparsa, a richiamarlo ad una forma eterea, evanescente, estranea e straniante, flebile e trasparente che egli, d’altro canto, sarebbe già pronto ad abbandonare…
Quello di Girard è allora un melodramma raffreddato; un racconto ovattato e lunare à la Mizoguchi che nasce - per stessa ammissione della sua autrice - “dalle sensazioni che ho provato quando ho scoperto il Giappone nel 2013” e che, in tal senso, riesce ad abbracciarne le atmosfere e coglierne alcune specificità, dando vita ad una messa in scena geometrica ed asciutta e, assieme a Maud Ameline e Sophie Fillières, ad una sceneggiatura compunta, sobria, essenziale, meditabonda nella quale (salvo qualche segmento di troppo) ogni parola ed ogni gesto assumono una valenza, una densità, un peso nell’economia del tutto. Allo stesso tempo, Viaggio in Giappone è pure un’opera visibilmente europea, tanto nella composizione visiva bressoniana, quanto soprattutto nel punto di vista, nello sguardo tutto occidentale che getta sia sul paese, che fa da unico palcoscenico possibile e da testimone silenzioso della storia, sia sulla seducente e magica geografia di inchini, distanze, pose, comportamenti che ne compongono le tradizioni e convenzioni secolari.
Affascinante com’è poi l’unica (ahinoi) grande intuizione e, per certi versi, invenzione che centra la pellicola di Girard. Difatti, pur essendo tutto fuorché una grande opera - a dispetto di quanto scritto in apertura -, la maniera in cui Viaggio in Giappone riesce a rappresentare prima l’inquietudine, il turbamento del vivere luttuoso, di un’esistenza mortifera, servendosi di linee e modellando la luce, e poi il palesarsi del soprannaturale, del fantasmatico, di un extraterreno, di una presenza anche artificiosa, illusoria, mentale, mediante una pura illusione cinematografica (nella fattispecie, un August Diehl illuminato con luci irreali, teatrali, finte, e di seguito sovraimpresso ed incluso in post-produzione all’interno del girato), è propria del miglior cinema. Di tutto il miglior cinema, anche e soprattutto di genere, non solo d’autore, nei cui stereotipi e vezzi Girard capitombola purtroppo con tutte le scarpe nell’ultima mezz’ora. Questa si mostra incoerentemente immobile, priva ed esaurita di qualsiasi trasformazione e reale novità di scrittura o rappresentazione, indolentemente protesa verso un finale indeciso, ritardato e, a conti fatti, poco sensato. Uno a cui né l’eleganza, la classe e la compostezza espressiva di una sempre magnetica Isabelle Huppert, né tantomeno la sua intesa con Tsuyoshi Ihara possono supplire.
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