
WONDER: WHITE BIRD È SOLO CONFEZIONE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: White Bird: A Wonder Story
USCITA ITALIA: 4 gennaio 2024
USCITA USA: 4 ottobre 2023
REGIA: Marc Forster
SCENEGGIATURA: Mark Bomback
CON: Gillian Anderson, Helen Mirren, Ariella Glaser, Bryce Gheisar
GENERE: drammatico, guerra, storico
DURATA: 120 min
VOTO: 4.5
RECENSIONE:
Insieme spin-off e sequel del fortunato Wonder con Julia Roberts ed Owen Wilson, Wonder: White Bird di Marc Forster porta il cautionary tale pieno di buoni sentimenti nel cuore della seconda guerra mondiale, della Francia occupata e della tragedia dell'olocausto. Fatti i conti con l'assurdità delle premesse, la pellicola si scontra fin da subito con una scrittura che pecca di approccio, pigra e grossolana, senza la minima complessità, ambizione od intelligenza nel trattare un tema di tale importanza. Il che la rende a malapena sufficiente per un cineforum scolastico.
Qualcuno si ricorda Wonder? Forse sì. E non solo perché si tratta della trasposizione di un romanzo che compare praticamente fra gli scaffali di chiunque e in tutte le librerie, anche nelle meno folte, ma soprattutto perché, a suo tempo (nel “lontano” 2017), fu un fenomeno che dominò i box-office di tutto il mondo, forte di una storia universale e molto tenera, del memorabile mascherone messo indosso al piccolo Jacob Tremblay, della presenza in ruoli significativi di star del calibro di Julia Roberts ed Owen Wilson, senza dimenticare la regia attenta e molto funzionante dello Stephen Chbosky (allora reduce da Noi siamo infinito, un altro grande successo che ha segnato e definito una generazione). Sono questi gli aspetti e le peculiarità che hanno garantito alla pellicola di avere vita lunga oltre il grande schermo, imponendosi nei cataloghi streaming per tanto tempo a seguire, fino ad arrivare ad oggi.
Una carriera ed un successo sensazionali, che, viceversa, non crediamo francamente possa incontrare Wonder: White Bird, il suo spin-off, che approda in sala in questo inizio 2024; una bizzarra via di mezzo tra un prequel ed un sequel dei fatti raccontati in quel film, solo con uno, due, esagerando tre diversi protagonisti, e filtrati attraverso una prospettiva del tutto nuova e un po’ fortuita. Alla base, c’è sempre l'immancabile penna e, in questo caso specifico, pure le matite dell’autrice R. J. Palacio: l’adattamento è infatti la graphic novel A Wonder Story - Il libro di Julian che segue le orme di Julian, il bullo del primo film, che, dopo esser stato espulso dalla Beecher Prep School, è ora costretto a frequentare un nuovo istituto. La punizione dovrebbe o, meglio, potrebbe servirgli per ricominciare da capo, per dare una svolta più virtuosa alla propria vita, ma la, seppur naturale, vergogna che prova nei confronti di ciò che ha commesso, unita al timore di tornare a fare del male ad un altro coetaneo, lo spingono a chiudersi in sé stesso, ad arrendersi, a scegliere di non agire, di estraniarsi dalla realtà e da questo dolore. Un giorno, riceve la visita di nonna Sara, donna vivace, generosa e dal cuore dolce che ha votato la propria vita alla pittura, la quale, alla vista dello stato d'animo del nipote, decide di raccontargli la storia della propria adolescenza da ragazza ebrea, nella Francia dell’occupazione nazista (storia che va poi a comporre il nucleo vero e proprio del film), nella speranza di insegnargli il significato e l’importanza della gentilezza.

Tolta la pochezza, se non proprio l'assurdità del pretesto narrativo (così come delle premesse produttive), Wonder: White Bird nulla avrebbe da invidiare al suo predecessore, anzi avrebbe idealmente la strada spianata per un destino simile. La storia dai buoni sentimenti e dalla morale cristallina; il cautionary tale anti-bullismo ed anti-discriminatorio che cerca la luce nelle piccole, grandi oscurità della vita, non soltanto è presente, ma va ben oltre il contesto scolastico, abbracciando una dimensione ancor più ampia. Che è appunto quella di una tragedia umana attraversata, descritta, analizzata, rielaborata in lungo e in largo dalla produzione artistica, in particolare dal cinema, che ne ha firmato alcuni dei testi definitivi (alcuni, tra l’altro, citati apertamente qui). Pure sul fronte recitativo, si tende a seguire una logica simile. Al di là di un cresciuto Bryce Gheisar - che torna a vestire i panni di Julian -, figura tra gli interpreti una sempre raggiante Gillian Anderson, che, dopo la fine e il breve reboot di X-Files, specie grazie al successo di Sex Education si trova nel pieno di una sua personale e piccola rinascita. Ma non solo: nonna Sara ha infatti le fattezze, l’eleganza e il carisma nientemeno che del premio Oscar Helen Mirren, in grado di riempire e ravvivare ogni inquadratura anche solo con uno sguardo. Infine, il passaggio di consegne in cabina di regia non poteva essere dei più azzeccati: a Chbosky subentra Marc Forster, un buon professionista in primis, un filmmaker che, di pellicole e storie del genere, di fiabe formato Hollywood, ha fatto una sua (piccola) nota distintiva.
Ciò nonostante, sempre secondo chi scrive, White Bird è il dimenticabile seguito, più spirituale che altro, di una pellicola, Wonder, che della sua sincerità ed amabilità ha fatto le ragioni dei buoni esiti, ma che è forse fin troppo facile in alcuni suoi frangenti. Come facile e molto comodo è il tentativo di Forster, il quale, una volta divincolatosi dall’assurdità e dalla forzatura del soggetto, deve fare i conti con un racconto già poco brillante in forma cartacea, ulteriormente svalutato dal modo del tutto pigro e grossolano con cui la sceneggiatura di Mark Bomback maneggia, si pone e si muove (anche drammaturgicamente) all’interno dei confini di un argomento che il mezzo cinematografico ha esaurito, in termini sia espressivi, sia narrativi. Di cui insomma è stato detto tutto e, va da sé, il più delle volte meglio di quanto avviene qui. Per quanto gli attori (più che altro, la Anderson e i giovani, veri protagonisti Ariella Glaser e Orlando Schwerdt) e la colonna sonora di Thomas Newman provino a soffiare un po’ di genuina emozione in queste due (cosa?) ore, alla poca autenticità del discorso e del racconto rispondono a tono e di conseguenza tutta la confezione, che emerge nella sua schiacciante artificialità, inclusa il ruolo di Helen Mirren, prevista alla stregua di un cameo o, nel peggiore dei casi, di una griffe pubblicitaria.
Ci troviamo di fronte allora ad un’operazione produttiva n cui la tragedia viene imbellettata, inamidata, privata di ogni forma di complessità o del benché minimo orpello più intelligente del necessario, per andare incontro non tanto agli spettatori affezionati (ormai cresciuti) del primo Wonder, bensì a quello che oggi sarebbe stato il pubblico di riferimento di quel film. Nella pratica, ad una stagnazione direttamente proporzionale a quella che affligge la marca del “franchise”, che in questa sua nuova avventura si approccia in egual misura, con la stessa gravitas, lo stesso tono e la stessa maniera, ai problemi che possono aver luogo in una scuola media americana, come agli eventi che possono invece aver luogo in un paese occupato da un regime dittatoriale che sta rastrellando e mandato allo sterminio migliaia di persone.
Ciò detto, il cuore e gli intenti di Wonder: White Bird saranno senz’altro nel posto giusto. Eppure, una tale sciatteria, povertà e gratuità nel concepire e nel mettere in scena un racconto dalla base storica tanto importante può essere a malapena sufficiente o, meglio, essere sottoposto unicamente agli spettatori (purtroppo per loro, costretti) di un cineforum scolastico.
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