
PALAZZINA LAF, UNA FAVOLACCIA TUTTA ITALIANA
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Palazzina LAF
USCITA ITALIA: 30 novembre 2023
REGIA: Michele Riondino
SCENEGGIATURA: Maurizio Braucci, Michele Riondino
CON: Michele Riondino, Elio Germano, Vanessa Scalera, Domenico Fortunato, Paolo Pierobon
GENERE: drammatico, commedia
DURATA: 99 min
Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2023
VOTO: 7-
RECENSIONE:
L'attore Michele Riondino esordisce alla regia con Palazzina LAF, il racconto, grottesco, deforme, assurdo, ma sempre rispettoso, dei poco noti fatti dell'Ilva di Taranto e del suo reparto-lager. Una vicenda che, da tarantino doc, il regista conosce a menadito e di cui sa perciò scomporre e ricomporre a dovere i frammenti, giocando con il punto di vista e rendendone le sfaccettature e i contorni anche tragicomici e quasi surreali. Una favolaccia nera che riecheggia i fasti del cinema "pol-pop" di Elio Petri.
Ha il cuore al posto giusto, Palazzina LAF, e gli occhi rivolti nella migliore direzione possibile per raccontare (bene) e rendere giustizia ad una storia del genere. Una storia che, da tarantino doc, l’attore, ora regista (qui appunto al suo esordio) Michele Riondino conosce a menadito e di cui, proprio per questo motivo, sa scomporre e ricomporre a dovere i frammenti, modificare la densità e graduare l’intensità, giocando al contempo con il punto di vista, con i lembi di racconto e messa in scena, e rendendone le sfaccettature e i contorni anche tragicomici e quasi surreali, mai oltrepassando i limiti di rispetto e compostezza.
Per chi non lo sapesse, la storia in questione - come già anticipa il titolo - è quella dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto e di alcuni suoi dipendenti (all’inizio 12, presto diventati 79), che, nel 1997, vengono forzatamente trasferiti dai dirigenti e proprietari (Fabio e Nicola Riva) in uno stabile in disuso, questa famigerata Palazzina LAF (acronimo di laminatoio a freddo), nel quale devono trascorrere le loro normali di lavoro in attesa, senza fare nulla, senza portare avanti la benché minima mansione. Le vittime erano, in gran parte, i lavoratori più sindacalizzati e qualificati dell'azienda, specialmente coloro che non avevano firmato la clausola contrattuale che li avrebbe demansionati ad operai. Così facendo, i capi speravano di costringere questi lavoratori a licenziarsi di loro spontanea volontà o, in alternativa, a commettere quell’errore che avrebbe prodotto la “giusta causa” per lasciarli a casa di conseguenza.
Stiamo parlando del primo - ma non certo l’unico - caso italiano di mobbing (o bossing). Una vicenda che ha fatto scuola nella giurisprudenza del lavoro, analizzata ed interrogata nel libro-inchiesta Fumo sulla città, uno dei lavori più noti ed apprezzati del compianto Alessandro Leogrande, giornalista arguto ed inarrestabile (tarantino anch’esso) che avrebbe dovuto co-firmare la sceneggiatura, non fosse venuto a mancare per un malore improvviso proprio durante la lavorazione della pellicola. Della sua penna, rara e pungente, è rimasto qualcosa nella trattazione che lo stesso Riondino e Maurizio Braucci fanno di questa storia complessa e ai più sconosciuta, che affonda le proprie radici nelle viscere, negli strati della città che ne fa da palcoscenico e della sua storia. Che solo nel nostro paese sarebbe potuta accadere così, in questo modo, con questo mix innato e disarmante di dramma e commedia.

È nell’energia convulsa e travolgente - che si propaga naturalmente al montaggio lesto e perfettamente accordato di Julien Panzarasa (A Bigger Splash, Lo chiamavano Jeeg Robot) - e nel tono grottesco, deformato, assurdo con cui si riannodano i fili di una realtà man mano più vile ed efferata, che risiedono la più grande virtù e la migliore intuizione di Palazzina LAF. Di pari passo, segue, come già accennato sopra, la scelta del punto di vista, unita alla trasfigurazione che il duo di scrittura compie sullo stesso "reparto-lager".
Protagonista del film è infatti tal Caterino Lamanna (un Riondino che ricorda il McConaughey di Dallas Buyers Club, solo più volgare e de noantri, ovviamente), un operaio semplice, un uomo qualunque, un inetto a dirla tutta, un buono a nulla, sinceramente ignorante, se non analfabeta, qualunquista ed arrivista. Un essere ripugnante forse solo perché, in lui, riecheggia qualcosa, un sentire che, alla fin fine, è in ognuno di noi. E ancora, una maschera mostruosa, ma verissima attraverso cui il neoregista delinea un confine, una dimensione più estese e generali, e può così raccontare uno dei tanti emarginati ed oppressi - con le sue colpe, le sue responsabilità e la sua punizione, sia chiaro - della cui sincera inconsapevolezza e miseria economica ed umana, il potere e i potenti approfittano per i propri fini, per farne perfetti, omertosi, utili ingranaggi di una macchina ben oliata. Di un’industria dell’illecito e della malvivenza che rende poveri Giuda ed altrettanto poveri Cristi. Che - lo si suggerisce in filigrana - corrode ed inquina l’anima, ma pure il corpo. La natura umana, ma anche la natura ecologicamente intesa.
È mediante lo sguardo offuscato, mai del tutto lucido di Lamanna, al suo medesimo passo, che lo spettatore inconscio viene a conoscenza e riassembla la storia vera che abbiamo già sintetizzato. Essa emerge, per chi guarda, dal sottile velo farsesco che ammanta la narrazione e che sottende alla già citata rappresentazione della Palazzina (sospesa, com’è il tempo passato lì, insieme manicomio, carcere, ufficio, casa), al pari della lenta presa di coscienza dell’operaio riguardo alla promessa di un posto da sogno. Che è poi come lui intende inizialmente l’impiego offertogli dal piccolo, grande capo Giancarlo Basile, interpretato da un Elio Germano al solito sublime e magnetico, che troneggia ogni volta che è in scena e solletica ogni possibilità offertagli dal labile spettro di registri che abbraccia la pellicola; e dall’indecifrabile Pietro Moretti di un Paolo Pierobon efficientissimo.
Lo si intuisce già nella primissima sequenza, quella dei titoli di testa, quale sia l’interesse di Palazzina LAF. Nella commistione suggestiva, di musica (di rotiana memoria) ed immagini, tra alto e basso, tra impegnato e popolare, tra una tradizione permeabile ed una modernità travolgente, quasi una dichiarazione estetica ed intenti; sta il centro di una favolaccia nera che riecheggia i fasti di un cinema, il “pol-pop” di Elio Petri, che, quantomeno in Italia, non si è rinnovato, rimanendo rinchiuso tra le mura di un tempo preciso e di una nazione che pare lontana, ma in fondo è sempre la stessa. E di un film, al contrario, non sempre concentrato contenutisticamente, il quale, seppur in buonissima fede e con una generosità da non sottovalutare, snellisce fin troppo ed osserva forse con eccessiva semplicità una storia che, sì, conosce visceralmente, ma da cui non riesce a trarre una provocazione che possa dirsi davvero incisiva.
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