
LA CHIMERA, D'AMORE, DI MORTE E DEL TEMPO PERDUTO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: La chimera
USCITA ITALIA: 23 novembre 2023
REGIA: Alice Rohrwacher
SCENEGGIATURA: Alice Rohrwacher, Marco Pettenello, Carmela Covino
CON: Josh O'Connor, Isabella Rossellini, Carol Duarte, Alba Rohrwacher, Vincenzo Nemolato
GENERE: drammatico, commedia, sentimentale
DURATA: 130 min
Presentato in concorso alla 76ª edizione del Festival di Cannes
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
Terzo ed ultimo capitolo di una trilogia sul nostro rapporto col passato, La chimera di Alice Rohrwacher racconta di un inglese in grado di percepire, sentire, scovare i resti sepolcrali e funerari della civiltà etrusca nella Tuscia degli anni '80. Mitico e realista, ermetico ed imprendibile al pari del suo cast, tra aedi popolani, fil rouge (di Arianna), Orfei ed Euridici, retaggi da cinema muto ed echi felliniani, il più straniante, impressionista, trasognato, ipnotico, sottile dei film di questa cineasta aliena e preziosissima per il panorama nostrano.
La chimera. Per le popolazioni antiche, un mostro leggendario costituito da parti del corpo di animali diversi: Esiodo lo descrive con testa e corpo di leone, coda di serpente, ma anche con un’ulteriore testa di capra sulla schiena, mentre Omero nell’Iliade scrive che avesse “leone la testa, il petto capra, e drago/la coda; e dalla bocca orrende vampe/vomitava di foco”. Figurativamente, invece, una chimera è un’idea senza fondamento, un sogno vano, una fantasticheria strana, un’assurdità, un’utopia.
Quella o, meglio, quelle di Arthur - protagonista del nuovo film di Alice Rohrwacher, voce registica indefinibile, aliena, oltre che talentuosissima del panorama nostrano - si trovano in un tempo e in un luogo indefiniti. Nel suo passato, nel suo futuro, nel presente, dietro di sé, ma anche sotto di sé. Sotto terra. La più grande di queste sue chimere risponde al nome di Beniamina (interpretata, non a caso, dal Corpo Celeste Yile Yara Vianello), una ragazza che ha conosciuto in vita e forse nella morte, di cui è stato, è o forse sarà follemente innamorato e verso cui sembra incamminarsi, una volta tornato a casa, in una Tuscia di pieni anni ‘80 - in cui è di fatto uno straniero, un pesce fuor d’acqua -, dopo un periodo in galera.
Arthur, infatti, fa parte ed è un po’ il centro di gravitazione, la mascotte di un gruppo di tombaroli, un'esotica bestia da circo, l’animale da soma che porta sulle sue gracili spalle i destini, i sogni, le speranze e la fame di danaro di tutti loro. Questo perché il giovane possiede un dono tanto speciale quanto misterioso: alla stregua di un rabdomante con le fonti d’acqua, egli è in grado di percepire, sentire, scovare i resti sepolcrali e funerari della civiltà etrusca che ha dominato queste zone, quelle della Toscana e del Lazio odierni, tra il VIII e il III secolo a.C.

Nonostante si sia preso anche la colpa degli altri e sia finito agli arresti, non passa molto tempo dal suo ritorno che Arthur torna ad assecondare e collaborare con - come sintetizza bene, a mò di tarocco, la locandina della pellicola - i suoi infidi strozzini (travestiti, ovviamente, da amici), rimettendosi alla ricerca di corredi funebri, di reperti di un tempo dimentico e dimenticato che lui (forestiero, sinceramente accettato da pochi, molto simile ad un’altra ragazza, brasiliana, che ironicamente si chiama Italia) non solo percepisce, ma sa forse comprendere e rispettare meglio dei suoi colleghi (italiani), i quali sono al contrario votati solo ed esclusivamente ad un bieco e facile profitto, senza guardare in faccia a niente e nessuno. Né alla (propria) storia, né ai vivi, né tantomeno ai morti, figurarsi a sé stessi, al proprio vuoto presente e al proprio ancor più vuoto futuro.
Ciò non toglie che anche il tristo, ingenuo, un po’ ingobbito ed emaciato rabdomante profani, si aggrappi alle vestigia di un passato che forse non ha mai smesso di parlarci, di inviarci segnali in sonno, di tracciare parallelismi con quello che è o forse sarà il nostro vivere quotidiano. Che oggi potrebbe apparire appunto al pari di una chimera, di un’utopia (come utopica è l’idea di una comunità, quella etrusca, interamente retta da donne e sorretta su un matriarcato). Eppure lo fa semplicemente accostandovisi, intrecciando con esso una relazione profonda e tattile, adoperando una delicatezza, un ossequio, una spiritualità senza cui non sarebbe in grado di “stimare (davvero) l’inestimabile” e, così facendo, a vedere l’invisibile.
Un indizio possibile di questo suo - come già detto - misterioso ed abissale rapporto con i tesori del sottosuolo e con ciò che essi rappresentano tuttora, ce lo fornisce anche solo la sua abitazione, accostata lievemente addosso ad un muro di cinta di ovvie e più remote origini. Una casupola misera, arrabattata, avversa alla monumentalità di quest’ultimo, eppure impegnata in una comunione precaria ma conciliante. E ancora, una sistemazione temporanea, fugace, come temporanea e fugace è la nostra vita e il nostro passaggio sciancato, sgualcito, corrugato e spesso corrosivo su questa Terra. Alla spasmodica ricerca di qualcosa verso cui ci spingiamo, incuranti degli avvertimenti del destino, e che costantemente ci sfugge, anche superata la soglia di un altro mondo: quello dei morti.

Terzo ed ultimo capitolo di una trilogia (iniziata con Le meraviglie nel 2014 e proseguita con Lazzaro felice nel 2018) intenta a investigare il rapporto che abbiamo col passato o - azzardiamo noi - con il tempo che ci è dato da vivere e non vivere, i suoi luoghi dell’anima e i suoi affascinanti segreti; La chimera è un’opera archeologica, nel senso che funziona e fa ciò che dovrebbe fare ogni rinvenimento di reperti storici, qualsiasi essi siano, negli effettivi scavi di antichità come nel cinema. Vale a dire ridandogli nuova vita e nuovo significato, (am)mirandoli non con nostalgia, ma al fine di rintracciarvi i segni, le tracce del nostro oggi e del nostro domani.
Grazie alla fotografia tripartita - nei formati 16mm, super 16 mm e 35mm, che indicano rispettivamente ad un diverso reame della coscienza (realtà, sogno, ricordo) e della percezione (di Arthur) delle cose - e al solito analogica, prensile della sodale Hélène Louvart, la cineasta riesce ad integrare sul piano filmico, nel montaggio, la sospensione e la coesistenza temporale, e quindi l’atemporalità immobile, alienante che, nei suoi lavori, si è sempre ed innanzitutto espressa nelle scenografie e nei contesti socio-culturali dei racconti. Questi ultimi, cronicamente spartiti tra sacro e profano, tra un passato che trascina a sé, che induce ad una catabasi, ed un futuro che si realizza specularmente, nella dimensione immaginativa, nei termini di un’emancipazione astratta, man mano e quanto più procede questa discesa. Più si scende, più si sale, finché sotto e sopra, inferno e paradiso non arrivano a coesistere, a darsi significato, ma anche ad annullarsi tragicamente.
Insieme inedito e postmoderno, idillico e soffocantemente urbano, mitico e realista, ermetico ed imprendibile al pari del suo cast (guidato da un gentile Josh O’Connor, a cui si aggiungono una magnetica Carol Duarte, un perfetto Vincenzo Nemolato, un’inedita Isabella Rossellini e la sorella e complice immancabile Alba in un ruolo che finalmente esula dai canoni del suo divismo), tra aedi popolani, fil rouge (di Arianna), Orfei ed Euridici, retaggi da cinema muto ed echi felliniani (rimessi coerentemente a nuovo) di Roma e de La città delle donne, con La chimera Alice Rohrwacher firma insomma il capitolo più straniante, impressionista, trasognato, ipnotico, sottile (ma non per questo compiuto!) di una filmografia, spersa nelle sue ossessioni, ma fortemente incastonata nella realtà del nostro paese, di cui purtroppo non si sono ancora cantate abbastanza le gesta.
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