
MUR, (SEMI)SOGGETTIVA DI UN PAESE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: MUR
USCITA ITALIA: 20 ottobre 2023
REGIA: Kasia Smutniak
SCENEGGIATURA: Kasia Smutniak, Marella Bombini
GENERE: documentario
DURATA: 110 min
Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2023
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Lo stesso anno in cui Paola Cortellesi firma il suo esordio alla regia con C'è ancora domani, un'altra attrice italiana passa dietro la macchina da presa. È Kasia Smutniak che, con MUR, dà vita ad un documentario in cui racconta due, forse tre Polonie (tutte percorse da muri più o meno visibili). Quella del presente, scissa bipolarmente episodi di indicibile ferocia e altri di grande umanità, accoglienza e solidarietà, quella di un passato più remoto ed una più intima e personale. Uno sforzo, umano prima che registico, di tutto rispetto con cui Smutniak vuole ricomporre la propria (e la nostra) idea della propria madrepatria.
Ci sono due, forse tre Polonie in Mur, l’esordio dietro la macchina da presa della nota attrice Kasia Smutniak. La prima è quella del passato prossimo (il marzo 2022), che è anche quella di oggi, scissa bipolarmente tra episodi di indicibile ferocia e altri di grande umanità, accoglienza e solidarietà (a cui assistiamo sul finale e in cui si annida il germe dell’ipocrisia che purtroppo non viene denunciato con la voluta intensità), tra un’immigrazione illegale ed una legale. La seconda è quella le cui vestigia, i cui segni rimangono lì, a portata di sguardo, per chi ha desiderio di ricordare, di guardare davvero; quella di un passato più remoto, dei ghetti ebraici, dell’occupazione nazista, delle parimenti bestiali deportazioni, della Seconda Guerra Mondiale. La terza è una Polonia più intima e personale, legata agli affetti e alla giovinezza della stessa neoregista, che ha abbandonato a neanche vent’anni per inseguire la vita prima di modella e poi di attrice.
Queste tre visioni, questi tre lati e temporalità della medesima nazione coesistono, con gravità diverse l’una rispetto all’altra, in questo documentario, in cui Smutniak - come tanti altri documentaristi e cineasti prima di lei - parte con uno scopo, un obiettivo ben preciso: filmare quello che non può essere filmato. In questo caso specifico, non perché esso non esista o sia qualcosa di astratto, intangibile, impalpabile, quanto piuttosto perché è difficilissimo arrivarci anche solo ad un centinaio di metri di distanza, senza essere fermati dalle forze di polizia o peggio.
“Noi siamo qui per il muro, per vederlo e farlo vedere” chiarisce la stessa attrice ad un certo punto. Il muro in questione - che intitola poi il film - è quello che il governo polacco ha iniziato ad erigere, appunto, nel marzo del 2022 al confine con la Bielorussia, e che è stato completato in tempi record nell’estate dello stesso anno. Lunga ben 186 chilometri, 5 metri e mezzo di ferro e filo spinato, e costellata di videocamere di sorveglianza e scanner termici, questa recinzione servirebbe idealmente a bloccare l’ingente afflusso di migranti clandestini che, dalla Bielorussia, tentano di raggiungere la Polonia e, di conseguenza, l’Unione Europea.
In realtà, è la concretizzazione di una strategia di tensione e pressione geopolitica reciproca tra i due stati di confine, conseguente alla crisi del 2015, cinicamente architettata dal dittatore bielorusso Aljaksandr Lukašėnko nel tentativo di provocare l’Europa. Una guerra silenziosa le cui sole vittime sono però, come sempre, gli ultimi: proprio quelle persone fuggite dai loro territori d'origine col sogno dell’asilo, che sono scappate dalle guerre e dalla miseria (umana) solo per ritrovarsi intrappolate, a loro insaputa, in qualcosa di ben più subdolo e non meno atroce.
In un vero e proprio "ping-pong di esseri umani" che la regista polacca Agnieszka Holland rende e racconta visceralmente nel suo instant movie quasi coevo The Green Border (presentato in concorso all’80ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia), muovendosi idealmente proprio in quel confine verde, in quelle insidiose foreste paludose che visita, riprende e affronta anche la stessa Smutniak, arrivando ad una sintesi più o meno simile, seppur secondo tutt’altro registro. Il suo è infatti più che altro il vlog, il reportage, il diario di bordo di una settimana di viaggio e ricognizione, ma anche e soprattutto di un ritorno sentito e necessario (umanamente, prima che umanitariamente) per riscoprire appunto quel passato prossimo e il presente della sua madrepatria.

Allora, quello che - non senza un pizzico di sana e cieca ambizione - tenta di fare la regista, unitamente alla missione più prettamente documentale e documentaristica (del vedere per riprendere, e quindi per certificarne l’esistenza, farne testimonianza), è pure risolvere un rompicapo, rimettere insieme i pezzi, ricomporre la propria (e, di riflesso, la nostra) idea di un paese. E quindi, in un certo senso, pure a rendere visibile qualcosa di teoricamente invisibile, com’è la complessità di una nazione, mostrando entrambi i lati ideologici di un altro muro, che è un tema, una condizione, una realtà che purtroppo non ha ricevuto e non sta ricevendo la giusta attenzione da parte dell’opinione pubblica.
Smutniak entra nelle basi militari, parla con alcuni soldati, mostra addirittura quali sono le strategie e i mezzi che questi utilizzano per individuare e respingere chi tenta di valicare il confine. Ma soprattutto si confronta con attivisti e volontari (del posto ed esteri), ascoltando ed interrogandosi su quella che ormai è diventata la loro quotidianità (“fare la cosa giusta”) e, al contempo, un peso umano e morale insostenibile, di fronte a cui sono costretti ad esercitare distacco per non esserne annientati. Non solo, ella si imbarca, anche e soprattutto, e in prima persona, in una missione di recupero, sfidando ed eludendo i checkpoint della polizia e i loro droni, addentrandosi, con la medesima circospezione ed angoscia, negli stessi luoghi e nelle stesse foreste che migliaia di persone hanno percorso di nascosto, fino a riuscire magari a catturare in video quello che nessuno aveva mai “ripreso così da vicino”. Così facendo, Mur insieme alla sua regista provano, per quanto possibile, ad immedesimarsi e a farci identificare con le atrocità di cui vengono e veniamo a conoscenza sempre per procura, attraverso i racconti o mediati dallo schermo di uno smartphone.
È insomma uno sforzo - umano, prima che filmico - di tutto rispetto, l’esordio alla regia di Kasia Smutniak. Una semi-soggettiva comunque interessante, più nei frangenti di azione diretta sul campo, dotati di una tensione automatica che non perde il minimo battito, e tutto sommato convincente, malgrado un montaggio che avrebbe necessitato di una maggior compattezza discorsiva, o anche quando il modo in cui vorrebbe parlarci non corrisponde, non è tanto intenso quanto ciò che vorrebbe dirci.
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