
LA VERITÀ SECONDO MAUREEN K. E L'INCUBO DI UNO SGUARDO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: La Syndicaliste
USCITA ITALIA: 21 settembre 2023
USCITA FRA: 1 marzo 2023
REGIA: Jean-Paul Salomé
SCENEGGIATURA: Jean-Paul Salomé, Fadette Drouard
CON: Isabelle Huppert, Grégory Gadebois, François-Xavier Demaison
GENERE: thriller, drammatico
DURATA: 122 min
Presentato nella sezione Orizzonti alla 79ª edizione del Festival del Cinema di Venezia
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
A tre anni da La padrina, Isabelle Huppert torna a collaborare col regista Jean-Paul Salomé ne La verità secondo Maureen K., un thriller politico basato sulla storia vera della sindacalista Maureen Kearney e dell'aggressione da lei subita nel 2012 dopo aver scoperto una verità scomoda per l'élite del nucleare francese. Un film che, dopo un inizio ed un primo ritratto fin troppo scolastici, ci immerge nell'incubo di uno sguardo soggettivo, diretto, interrogativo, con un Isabelle Huppert comodamente portato a primeggiare.
Era il 2016 quando Isabelle Huppert, forse l’ultima, grande diva del cinema francese, interpretava, per la macchina da presa del maestro provocateur Paul Verhoeven, una donna che veniva aggredita e stuprata in casa sua, portandola prima a dubitare di tutti gli uomini che fossero mai stati parte della sua vita e, in un secondo momento, decisa a smascherare il colpevole, arrivando tuttavia a lambire lo sfocato e pericoloso confine che scinde la vendetta dal consenso. Un film, Elle, senz’altro ardito e coraggioso, come solito in Verhoeven, e che, in quanto tale, è interessato ed osserva la relazione fra gli individui, mina tutto ciò che diamo per certo e rassicurante. Un grande testo sull’ideologia sociale e sull’automatismo della vergogna e della morale, nel quale l’attrice regala forse la prova più complessa e magistrale della sua lunga e densissima carriera.
Oggi, o meglio nel 2022 (visto che il film in oggetto è stato presentato alla penultima edizione del Festival di Venezia, e solo oggi fa il suo arrivo nelle sale italiane), Huppert torna a lavorare col sodale Jean-Paul Salomé - per cui era stata La padrina giusto due anni prima - per dare corpo e, soprattutto, sguardo ad un altro grande (auto)ritratto femminile. Ad un’altra donna attaccata e violentata fra le quattro mura di casa propria da uno o forse più assalitori. Con le due uniche differenze, rispetto al meraviglioso film verhoeveniano, che La verità secondo Maureen K. racconta una storia, un fatto di cronaca realmente accaduti, già riferiti sistematicamente dall’autrice Caroline Michel-Aguirre nel libro La Syndicaliste, a cui la pellicola si è ispirata; e che il fulcro del copione co-scritto dallo stesso Salomé e da Fadette Drouard si concentri di fatto sulla ricerca e sul tentativo di definizione della o di una verità, della versione effettiva ed autentica in merito a ciò che pare essere accaduto a questa donna.
Nel 2012, alla vigilia dell’insediamento di François Hollande all’Eliseo, Maureen K(earney) - sindacalista della CFDT e segretaria del comitato aziendale europeo di Areva, multinazionale francese leader del nucleare, personalità ben vista e apprezzata da amici, colleghi e da tutti coloro i cui diritti lei protegge e salvaguarda strenuamente col suo lavoro, osservata invece con sguardo sprezzante e denigrata sottovoce nella riservatezza degli uffici dell’élite - viene in possesso di informazioni scottanti, oltre che di un documento compromettente, secondo cui sarebbe in atto un accordo segreto di cooperazione tra EDF, la stessa Areva (appena reduce da un dibattuto cambio di leadership) e l’azienda cinese CGNPC che metterebbe a rischio il futuro di 50.000 operai dell'intera industria nucleare francese.
Spinta dal suo insopprimibile senso del dovere nei confronti di tutte queste persone, Maureen tenta in tutti i modi di farsi ascoltare da chi di dovere, suscitando non poco scompiglio, causando ritardi alla chiusura dello stesso accordo, e ricevendo numerose pressioni e minacce dai suoi superiori, dai burattinai nell’ombra, unite a chiamate notturne da completi ignoti. Finché, una mattina, non viene assalita nel bagno di casa sua, trascinata in cantina, bendata, imbavagliata, legata a una sedia, ferita sul ventre e stuprata col manico di un coltello. La prima pista che seguono gli investigatori è ovviamente quella indicatagli dalla vittima: un tentativo dunque di intimidazione per metterla a tacere, una volta per tutte, ed ultimare l’accordo. Eppure, man mano che ci si addentra nel caso, la storia di Maureen appare agli inquirenti come un tripudio di inesattezze, coincidenze fortuite, lati oscuri, dettagli poco chiari, tant’è che la sindacalista, dapprima perseguitata, finisce per diventare perseguita, la principale sospettata e magari la sola colpevole.

Come avviene in alcuni dei migliori thriller, in alcuni dei migliori profili criminosi o presunti tali (tra i più fulgidi e recenti ricordiamo la docuserie The Staircase), è quello del dubbio, delle apparenze, così come della semantica dei segni, dei gesti, delle reazioni, degli sguardi, o ancora dell’arbitrarietà decisionale dello spettatore, il territorio in cui il racconto di Jean-Paul Salomé si muove con maggior convinzione ed intensità, corteggiando e spalleggiato decisamente da Isabelle Huppert. Quest'ultima, dal canto suo, scivola scioltamente nei panni di Maureen K., pur conservando - com’è proprio delle grandi attrici e dei grandi attori - un’aura ed un eco personalissimi ed appropriandosi pertanto del personaggio che interpreta per condurre un discorso parallelo sul proprio, attuale stato divistico, per raccontarci del suo stacanovismo e della sua instancabilità, per dirci chi è e cosa rappresenta ora all’interno del panorama, del mondo e dell’industria cinematografica, a livello francese ed internazionale.
Serve quasi più a questo proposito il profilo che il regista si premura di dipingere nella prima metà della pellicola, quando ancora quel dubbio di cui sopra non ha ancora bussato alla porta. Un profilo che Salomé (che, neanche a dirlo, non è certo Verhoeven) porta avanti purtroppo con agio e compassata facilità, in maniera fin troppo sicura, scolastica, poco coinvolgente, per certi versi televisiva, con gli strumenti più rudimentali, didascalici e retorici di cui può predisporre qualsiasi ritratto di donna forte, intraprendente, sicura di sé, self-made che dir si voglia; oltre che qualsiasi film di suspense (i temi musicali di Bruno Coulais, in tal senso, sono praticamente uno stereotipo). In questi frangenti, l’istanza narrante si limita ad allestire il migliore, più accogliente e accomodante palcoscenico per permettere (fin troppo) semplicemente ad Isabelle Huppert di primeggiare e giganteggiare (ciò nondimeno, qualche suo piano d’ascolto e qualche suo urlo spaventato avrebbero potuto essere rigirati), mancando dunque di uno sguardo ben preciso su ciò che sta riannodando e ripercorrendo con un approccio meramente cronachistico, se non proprio pseudo-documentaristico.
Del resto, come anticipato sopra, è proprio di sguardo che parla La verità di Maureen K.. Dello sguardo con cui la sindacalista ci accompagna lungo la sua (versione della) storia, e quindi anche del nostro sguardo e della nostra posizione e distanza all’interno del racconto di questa vicenda. O ancora, nell’unico slancio di sofisticatezza (meta)cinematografica, dello sguardo distante, onnisciente, neutrale, meccanico della macchina(!) da presa, certificatore di una realtà visibile e(rgo) inoppugnabile, sull’effettivo momento di violenza negatoci da Salomé, il quale lo sostituisce con uno iato che, pur tardivamente e schematicamente, spazio al dubbio, ci lascia sprofondare in tutt’altro film. In tutt’altro incubo, incerto, problematico, ambiguo, oscuro, inquietante.
Che è letteralmente quel che ci dice il titolo italiano. Non solo l’incubo della post-verità, ma anche quello di uno sguardo soggettivo, diretto, interrogativo, che scruta gli abissi della nostra coscienza, chiedendoci fin dove siamo disposti a spingerci per essere padroni della nostra storia. Della nostra verità, appunto.
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