
VENEZIA 80
THE CAINE-MUTINY COURT MARTIAL, REQUIEM PER UN MAESTRO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Caine-Mutiny Court Martial
USCITA ITALIA: 2023
REGIA: William Friedkin
SCENEGGIATURA: William Friedkin
CON: Kiefer Sutherland, Jason Clarke, Jake Lacy, Monica Raymund, Lance Reddick, Lewis Pullman, Elizabeth Anweis, Tom Riley, Francois Battiste, Gabe Kessler, Jay Duplass, Gina Garcia-Sharp, Stephanie Erb, Dale Dye, Denzel Johnson
GENERE: drammatico, guerra
DURATA: 109 min
Fuori concorso alla 80ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
L’opera postuma di William Friedkin consiste nell’ennesima trasposizione (per la televisione) della pièce teatrale di Herman Wouk. Un film afflitto inevitabilmente da numerosi problemi produttivi, che ciononostante riesce a revocarli con un uso esemplare di tutti gli strumenti del linguaggio e del mezzo cinematografico. Protagonista assoluto un Kiefer Sutherland mai così sofisticato.
È un film pensato e prodotto per la televisione (più precisamente, per il network Showtime), The Caine-Mutiny Court Martial, l’ultimo lungometraggio del compianto William Friedkin, “il regista del Male”, assoluto maestro del grande cinema di genere, tra le maggiori voci della Nuova Hollywood, profondo innovatore e sperimentatore delle possibilità della Settima Arte. Lo si intuisce fin dalla primissima inquadratura, dalla sua fotografia sgargiante e grezza. Per non parlare della sequenza del titolo, che pare fuoriuscita da uno di quei libri o comics di serie B anni ‘70, o ancora da un serial di seconda mano.
È anche una storia già vista ed affrontata molte volte, The Caine-Mutiny Court Martial: nata (nel 1951) dalla mente di Herman Wouk in forma di romanzo (e col titolo L’ammutinamento del Caine), poi trasposta, sempre da Wouk, in un dramma teatrale in due atti, più noto e celebrato, nel 1953, il racconto dell’ammutinamento di un giovane ufficiale di marina imbarcato su un vecchio caccia-dragamine e del processo marziale a carico suo e della sua scelta, secondo i più, ingiustificata; è stata portata sul grande e il piccolo schermo più e più volte. Tra i tanti, ricordiamo l’adattamento del 1988, a firma nientemeno che di Robert Altman.
Si tratta poi di un film ammantato, suo malgrado, da un velo mortifero, mesto, imprevisto senz’altro, quasi un requiem, trattandosi per l’appunto dell’ultimissimo lavoro di Friedkin dietro la macchina da presa, ma anche dell’ultima interpretazione di Lance Reddick, anch’egli venuto a mancare recentemente.
Al di là di tutto e dei numerosi problemi produttivi (tra cui la malattia del regista, che ha costretto Guillermo Del Toro a prenderne più volte il posto come “scorta”), The Caine-Mutiny Court Martial è un’opera che riesce a sopprimere, se non proprio a revocare queste complicazioni e ad andare oltre gli evidenti limiti imposti prima dal formato televisivo e poi, ovviamente, da una traduzione, sì contemporanea ed attualizzata, eppure molto fedele - ergo di impostazione teatrale, composta dallo stesso Friedkin -, grazie ad un utilizzo esemplare dei rudimenti e degli strumenti del linguaggio cinematografico.
Parliamo quindi, inevitabilmente, di un testo verboso, al cui centro ci sono la parola, il suo peso, la sua ambiguità di significato ed interpretazione, il suo potere suggestivo, e tutte le possibili distorsioni, interrogazioni e contro-interrogazioni che può subire e a cui può andare incontro. Non per questo diventa però meno importante il modo in cui queste parole vengono dette, recitate, comunicate e, soprattutto, messe in scena. Ecco allora che, grazie ad un montaggio e ad ritmo serratissimi, e ad interpretazioni maiuscole da parte sia di un (quasi) mai così raffinato Kiefer Sutherland, sia di un intenso Jason Clarke, 109 minuti di court drama, di dramma da camera, di deposizioni, arringhe, interrogatori, appelli, racconti, fatti, verità e bugie diventano puro e coinvolgente spettacolo cinematografico. Al pari di una “guerriglia da camera”.
Del resto, nel tribunale e sul grande schermo quel che è importa è sempre la qualità, la solidità e l’affabulazione di una drammaturgia, di una narrazione. E, si sa, non c’è niente di meglio di una storia ben raccontata. Anche William Friedkin lo sa(peva), e fa(ceva) di tutto per fornire vertigini nuove all’arte del racconto. Portandola sempre e per sempre verso confini ignoti.
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