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            2 Settembre 2022
            Princess Recensione Cinemando
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            FESTIVAL DI VENEZIA 2022

            PRINCESS È IL RACCONTO DI DUE CUORI PURISSIMI IN UN'ITALIA DESOLATA

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Princess
            REGIA: Roberto De Paolis
            SCENEGGIATURA: Roberto De Paolis
            GENERE: drammatico
            Film d'apertura della sezione Orizzonti alla 79ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Roberto De Paolis (che ha esordito nel 2017 con Cuori puri) apre la sezione Orizzonti della 79ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia con Princess, il suo secondo lungometraggio, incentrato sulla figura di una ragazza nigeriana immigrata in Italia e costretta a fare la prostituta per guadagnarsi il minimo indispensabile per (soprav)vivere. Tanto per la delicatezza e sensibilità con cui il regista sa trattare determinate situazioni ed immagini e raccontare i propri personaggi, tanto per i numerosi spunti che offre su di un tema, vittima di soluzioni comode, come l’immigrazione, Princess è un inserto oltremodo felice, oltre che originale, per il cinema italiano. Peccato che De Paolis non riesca a lasciar andare i propri personaggi e la propria storia, né ad evitare di cadere in trappole allegorie abbastanza superflue.

            Il fatto che Roberto De Paolis sia oggi uno dei pochi autori italiani a mettere in scena le emozioni, le sensazioni, i turbamenti e le suggestioni e a costruire i dialoghi, gli scambi, le relazioni, soprattutto i litigi, in maniera quanto più naturale, vera, mai evidentemente mediata dalla macchina cinematografica [un altro nome che gli potremmo accostare, pur trattandosi di un mondo cinematografico ben diverso, è quello della giovanissima Giulia Steigerwalt], e che il suo Cuori puri rappresenti tuttora, a cinque anni di distanza, uno degli esordi più fortunati e folgoranti della storia del cinema nostrano è vero, è indubbio ed assodato, tanto quanto è indubbia la leggera sopravvalutazione che, di Princess - suo secondo lungometraggio, apertura della sezione Orizzonti alla 79ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia -, è stata fatta in questi giorni al Lido da parte di molteplici testate e soggetti.

            Perché sì, Princess - che, ricordiamo, racconta la storia di una ragazza nigeriana immigrata in Italia, costretta, insieme ad altre tre malcapitate, a fare la prostituta per sopravvivere in un paese che la emargina ed isola nei suoi spazi più rurali ed ancestrali (la foresta, il bosco di fiabesca memoria), che non la considera, anzi la sfrutta, quasi fosse un oggetto, per sfogare le proprie delusioni, la propria ipocrisia o, al contrario, il proprio ridicolo e vanaglorioso egocentrismo – rappresenta, tanto nel modo in cui riesce a mettere in scena determinate situazioni e passaggi più carnali ed espliciti, senza scadere nella trivialità, nel bieco voyeurismo o addirittura nella provocazione che diventa pornografia; quanto nella sensibilità, eleganza e consapevolezza con cui “scrive”, immagina e poi dirige la propria protagonista (interpretata da una magnifica attrice non-professionista, di nome Glory Kevin, che interpreta fondamentalmente sé stessa), un nuovo inserto felice per un cinema italiano che finalmente dimostra di saper affrontare con mano anche storie di questo tipo.

            Anzi, potremmo già considerare Princess come un pezzo davvero importante e, per certi versi, inedito ed originale di una narrazione - quella sull’immigrazione clandestina - che, nelle poche occasioni in cui è stata affrontata, si è mostrata quasi sempre preda di soluzioni confortevoli e di (co)modo, oltre che di perbenismi e moralismi vari.

            Ciò nonostante, non riconoscere al film la più completa incapacità nel sopprimere un impulso allegorico e nell'abbandonare una missione innanzitutto narrativa; dunque, nel lasciar andare la propria storia, la propria protagonista, la propria creazione, quando quest’ultima, e pertanto l’esperienza di visione, più ne necessiterebbero (il tutto sarebbe potuto essere infatti accorciato di una ventina, trentina di minuti), così come un utilizzo oltremodo scolastico e banale dell’immaginario fantastico e magico a cui De Paolis fa riferimento sin dal titolo e che spande successivamente ad una trama romantica, quest'ultima giustificata ed impreziosita da un Lino Musella, principe azzurro sui generis, adorabile e coinvolto anima e corpo in quella che è una delle sue migliori interpretazioni; altro non è che una forma d’indulgenza ed eccessiva adulazione che, come spesso accade, rischia di danneggiare e viziare innanzitutto l’autore esordiente, e poi il film stesso. Film che, unitamente a quanto riportato nelle righe sopra, ha inoltre il pregio di riuscire nell’ardua, pericolosa, se non decisiva impresa di rendere credibili, intonate e “cinematografiche” le interpretazioni di un numero considerevoli di interpreti improvvisati, non-professionisti (come la già citata Kevin, d’altronde) e, d’altra parte, di non far risultare troppo bravi e “troppo professionisti” volti e personalità plasmate invece su misura del grande schermo.

            Impegnato nella scrittura e nell’incontro/scontro, fatto di piccoli gesti, momenti (solo) apparentemente vani, dialoghi molto concreti e sguardi molto sinceri, di due cuori ancora più puri di quelli inquadrati e messi in scena nel suo esordio berlinese, Roberto De Paolis dà vita, con Princess, ad una pellicola molto interessante, indiscutibilmente sentita, di cui è possibile percepire, durante la visione, l’arduo lavoro di conciliazione tra sceneggiatura, costruzione drammaturgica e vita vera, quest'ultima riproposta, ripresa e catturata dal mezzo più immersivo e presente che esista.

            Princess è insomma un film complessivamente convincente, anche per un lieto matrimonio di registri ed ispirazioni, ma è pure un racconto sull’altro, sullo straniero, sull’immigrato, sul più sfortunato, che, in quanto italiani, ci mette davvero in discussione, parlando indirettamente di noi, che ci inventiamo altri ego immaginari ed apparenti e che utilizziamo altri corpi per scaricare, alleviare, trasportare altrove il peso, il dolore, l’indegnità, la vergogna della nostra situazione attuale.


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