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            20 Ottobre 2021
            Marilyn ha gli occhi neri Cinemando
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            MARILYN HA GLI OCCHI NERI È UNA FOLLIA FIN TROPPO LUCIDA

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Marilyn ha gli occhi neri
            USCITA ITALIA: 14 ottobre 2021
            REGIA: Simone Godano
            SCENEGGIATURA: Giulia Steigerwalt
            GENERE: commedia, sentimentale

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            Matteo Rovere produce e Simone Godano dirige un melodramma dal soggetto caratteristico ed insolito, nel quale Stefano Accorsi e Miriam Leone tornano a calcare le scene fianco a fianco, interpretando per l’occasione due pazienti di un centro diurno di riabilitazione psichiatrica. Purtroppo, quello che - compatibilmente con la carriera di Rovere - avrebbe potuto rappresentare un qualcosa di innovativo ed originale per il cinema italiano, è in realtà una dimenticabile, nuova e superflua iterazione all’interno di un panorama nazionale ormai saturo di pellicole del genere. Un testo che limita, schiaccia, costringe a forza nel quadro filmico ed infine soffoca ogni possibile sbocco assurdo, sregolato ed eccentrico - riscontrabile tanto nella scenografia di Gaia Zambelli, quanto nelle interpretazioni di un cast complessivamente convincente - con una scrittura dai risvolti spesso prevedibili ed una messa in scena fin troppo conformista e misurata. Che peccato!

            CHI SI SOMIGLIA, SI PIGLIA

            Una lucida (per non dire controllata) follia, purtroppo. Così potremmo sintetizzare il nostro giudizio complessivo su Marilyn ha gli occhi neri, melò di Simone Godano - prodotto da Matteo Rovere (e della sua Groenlandia) - nel quale Stefano Accorsi e Miriam Leone tornano a calcare le scene fianco a fianco (dopo le tre stagioni di 1992), interpretando per l’occasione due pazienti di un centro diurno di riabilitazione psichiatrica.

            Lei, Clara, è una mitomane che sogna di fare l’attrice e questo suo desiderio lo proietta in una vita che è tutta una bugia ed una finzione rattoppata alla bell’e meglio. Lui, Diego, è invece un abile cuoco, divorziato, con una figlia che vede raramente (e solo in presenza degli assenti sociali), affetto a sua volta da molteplici spasmi e tic nervosi, e segnato indelebilmente dalla traumatica assenza di una figura materna nella sua vita. Ma, come si suol dire, chi si somiglia, si piglia. Ecco dunque che, per una serie di eventi di fortuiti, i due finiranno per collaborare, legare e aprire, insieme ad un altro manipolo di “pazzi”, un ristorante per le persone del quartiere…

            UN POTENZIALE INESPRESSO

            Avrebbe potuto rappresentare un qualcosa di innovativo ed originale per il cinema italiano, Marilyn ha gli occhi neri, se solo non fosse che ad un soggetto così caratteristico, che, in alcuni punti, potrebbe ricordare anche quello di un tipico melò francese (del tipo che normalmente sbanca i botteghini), o tutt’al più di una di quelle commedie hollywoodiane esteticamente esuberanti, frizzanti e colorate; e che inoltre coniuga al suo interno elementi apparentemente inconciliabili o comunque vicendevolmente insoliti; corrisponde viceversa una scrittura dai risvolti spesso prevedibili, dalle tappe forzate e dai frequenti sbocchi nella proverbialità, ed una messa in scena conformista e misurata, ridondante in alcune sue scelte registico-fotografiche (gli zoom energicamente didascalici, per esempio), ed impersonale pure nelle sue espressioni più dinamiche.

            Infatti, la sensazione che torna ciclicamente durante la visione è che la pellicola abbia un potenziale inespresso - percepibile in quanto tale - che tuttavia non riesce mai a fuoriuscire e concretizzarsi in maniera decisa, totale e preponderante. Un’idea semplicemente inaudita, specialmente se pensiamo a quanta innovazione ed ambizione hanno apportato negli anni Groenlandia e Matteo Rovere all’interno del panorama audiovisivo italiano.

            Marilyn ha gli occhi neri Cinemando

            STAR SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

            Ciò che rimane di quell’anima inespressa e sintomatica di tale innovazione ed ambizione è possibile ritrovarlo nella scenografia di Gaia Zambelli che, con il Monroe, il locale aperto dalla “banda di pazzi”, riesce a spezzare lievemente la monotonia di una restante porzione scenografica che, d’altra parte, propone tutto il ricettario degli ambienti simbolo del dramedy italiano moderno e contemporaneo; ma, ancor prima, in un duo protagonista che avrebbe potuto erompere e bucare lo schermo con carisma ed energia, ma che purtroppo non brilla abbastanza.

            Se l’interpretazione di Accorsi convince solo a tratti, apparendo talora fin troppo marcata, artificiosa e così appariscente (specie per quanto riguarda la sua trattazione del disturbo di Diego) da far intravedere i suoi meccanismi interni, la Leone è semplicemente magnifica, l’imprescindibile colonna portante della produzione, ricordandoci ancora una volta perché è giusto considerarla una delle attrici più talentuose, singolari e preziose attualmente in circolazione.

            Malgrado ciò, è proprio questo evidente squilibrio recitativo e dunque affabulatorio che li separa che non permette alle due star di brillare veramente e fino in fondo. Non vi è mai infatti una vera e propria coesione, coerenza e lavoro di concerto tra questi due volti e corpi che, a loro modo, rappresentano e tentano di apportare a Marilyn ha gli occhi neri quel senso di assurdità, sregolatezza, eccentricità e quella verve che, come anticipato sopra, nella concretezza del testo sono sfortunatamente assenti. Se a questo uniamo un’istanza narrante che, nelle sue varie emanazioni, sembra quasi limitarli, schiacciarli, costringerli a forza nel quadro filmico ed infine soffocarli, forse sarebbe meglio chiamare l'opera di Godano per ciò che è: un'occasione sprecata.

            SQUILIBRI MENTALI E FILMICI

            Come se non bastasse, questa completa mancanza di coesione, coerenza e cooperazione tra le varie componenti del film torna insistentemente anche in quella che è la scrittura dei personaggi secondari e di contorno, i quali, non fosse per la credibilità e gli stremati tentativi di una ristretta cerchia di bravi caratteristi, apparirebbero in tutto il loro convenzionale bozzettismo; ma anche e soprattutto in uno squilibrio e in una modulazione (seppur coerentemente) schizofrenica dell’anima più comica, ironica, allucinata, talora tragicomica ed assurda del racconto ideato da Giulia Steigerwalt, in relazione a quella più tipicamente ed italianamente drammatica.

            Sì, con Marilyn ha gli occhi neri si ride, e spesso pure di gusto. Ciò nonostante, appare pressoché evidente come l’origine di queste risate non sia da ritrovare in un’ideale ispirazione o in particolari intuizioni della sceneggiatura, quanto piuttosto nell’indubbia bravura e capacità affabulatoria con cui i suoi interpreti le si dedicano. Questi ultimi danno invero corpo e respiro ad un testo che è figlio e discepolo devoto della tradizione cinematografica melodrammatica italiana; di un modo di intendere il racconto che si fonda su un’esasperazione di rapporti, dinamiche e caratterizzazioni, che porta poi i personaggi ad esplodere ed esternare violentemente i propri conflitti interiori - riflessi poi in tutto ciò che li circonda.

            Marilyn ha gli occhi neri Cinemando

            CONCLUSIONI

            Nel film di Godano, questa esplosione è pertanto così perenne, chiassosa ed autosufficiente da convertirsi col tempo in un qualcosa di snervante e prosaico. Allora non bastano quelle poche (e puerili) risate che stimola la (im)prevedibile deflagrazione dei disturbi dei suoi protagonisti, una trattazione esplicita ma alla fin fine innocua del tema psichiatrico, ed una serie di momenti ben concepiti e realizzati, per fare di Marilyn ha gli occhi neri qualcosa di più di una dimenticabile, nuova e superflua iterazione all’interno di un panorama nazionale ormai saturo di pellicole del genere.

            Dal momento che, in produzione, troviamo una personalità come quella di Rovere e che, almeno inizialmente, chi scrive ha riscontrato un’intenzione quasi fumettistica nel modo in cui l’istanza narrante presenta i singoli disturbi psichici dei personaggi, avremmo pensato (senza nulla pretendere) a quest’ultima come ad una pellicola più simile - nel tono, nell’estetica, nella freschezza e nelle ambizioni - a Smetto quando voglio, che non all’ennesimo proselita sciapo ed irriconoscibile, di cui ci si è dimenticati tutto (o quasi) già al solo comparire dei titoli di coda.


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