Knives Out – Cena con delitto, WOW!

Il regista dell’amato/odiato Star Wars: Gli Ultimi Jedi torna alla regia con un giallo mystery in pieno stile Agatha Christie con un cadavere, una schiera di parenti e conoscenti, una magione sperduta nel nulla ed un detective arguto e perspicace. Quello che manca? La verità. Un film imperdibile per amanti del genere e non

Il cadavere di un grande scrittore. Un coltello. Sangue. Un apparente suicidio. Una sequela di parenti (vicini e non), conoscenti e dipendenti vari. Una villa aristocratica dispersa nel nulla che “assomiglia a quella di Cluedo“. Un detective intelligente, furbo, sagace, sempre con la battuta pronta. Questi gli ingredienti principali del nuovo cocktail firmato Rian Johnson, qui, alle prese con regia e sceneggiatura. Elementi che potrebbero comporre benissimo ed essere alla base di un tipico e classico racconto giallo scritto da Agatha Christie (Assassinio sull’Orient Express), Arthur Conan Doyle o Georges Simenon. Johnson, dimostrando una conoscenza ampia, da cultore ed appassionato del genere, prende tutti questi stilemi, questi archetipi e li ribalta completamente, regalando al pubblico una visione fresca, frenetica, appassionante ed esclusivamente intrattenitrice. Il film rapisce completamente lo spettatore e lo fa assistere – sempre da un punto di vista favorito e predominante – allo svolgersi degli eventi e dei fatti, come se si stesse assistendo ad una piéce teatrale. L’intrigo è istantaneo ed efficace, merito di una sceneggiatura ben studiata e congegnata e il film gode anche di un apparato tecnico, registico e visivo niente male. Knives Out – italianizzato banalmente e semplicisticamente in Cena con delitto – è un film imperdibile sia per gli amanti del genere, che verranno sorpresi dalla trattazione e dal rinnovamento di alcuni dogmi del giallo classico; che per i neofiti e spettatori casual proprio per l’efficacia ed il congegno ottimo della trama e dell’intreccio. Se, leggendo il titolo del film, si potrebbe pensare ad un altro, solito, thriller/giallo con un cadavere ed un assassino da rivelare ed ammanettare, la pellicola di Johnson mostra i muscoli e mostra che, al di là della patina da Dieci piccoli indiani, Knives Out nasconde molto di più.

La famiglia Thrombey

Con questo film, Rian Johnson porta al compimento e alla massima dimostrazione le sue abilità da cineasta e da scrittore/autore cinematografico. La vicenda, già di per sé intrigante, viene condita da una regia tecnicamente impeccabile, citazionista, con un stile fresco ed un registro dinamico, svelto, frenetico, al cardiopalma. Sebbene la pellicola sia un giallo, grazie al poliedrico stile di regia e scrittura, l’ultima fatica di Johnson raggiunge le vette dell’intergenerico, passando da thriller/detective story/noir/hard-boiled a commedia nera, politica, sarcastica, ironica, a tratti quasi grottesca e surreale (soprattutto negli istanti finali). Il film è una continua ascesa, salita, da un punto di vista di qualità narrativa e di ritmo, fino ad arrivare al climax, esplosivo, sorprendente e veramente inaspettato. All’interno del lungometraggio, inoltre, Rian Johnson mette in mostra tutta la sua conoscenza e la sua passione per il genere trattato, giocando, burlandosi, arrivando quasi a parodiare gli stilemi tipici del genere, come la questione del vassoio – oggetto classico, che ogni volta cade dalle mani di chi trova il cadavere, con correlata inquadratura di rottura di piatti o tazze o bicchieri – oppure per quanto riguarda la struttura narrativa adottata dal testo filmico. Johnson opta, infatti, per un’esteticaaiutato in maniera esponenziale dal montaggio ad opera di Bob Ducsay – ed una tecnica narrativa decostruttiva, discontinua e frammentata, quasi post-moderna. Già dalle prime sequenze, in cui vengono rappresentati i vari interrogatori ai diversi membri della famiglia, Johnson non rappresenta il tutto in maniera sequenziale o tematica, concettuale, ma estremamente spezzata, in un continuo avanti e indietro tra passato e presente, tra flashback e tempo corrente. Il regista, in più, si diverte a prendersi gioco dello spettatore, anticipando molti dei passaggi fondamentali per la vicenda già nei primi minuti della pellicola e lo sorprende, rivelando fin da subito come si sono svolti, almeno parzialmente, i fatti. Il film si tramuta. infatti, in un giallo al contrario, perché, fin dall’inizio, sappiamo la verità, o almeno una parte di ciò che è accaduto al fu Harlan Thrombey. Il divertimento sta, perciò, nello scoprire dove il regista e la scrittura vogliano andare a parare e in che modo improbabile si risolverà tutta la faccenda. E sorprendentemente, la costruzione di Johnson regge e risponde a tutti i possibili quesiti in maniera cristallina. Tra i fattori determinanti la riuscita della pellicola, ci si pone di fronte il modo con cui viene costruita l’empatia, da parte del pubblico, nei confronti dell’assassino (che ha fatto ciò che ha fatto in modo volontario o meno; a voi lo svelamento di tale dettaglio), che diventa a tutti gli effetti il soggetto principale dell’ocularizzazione della vicenda. Quando parlavo di rovesciamento dei canoni, quasi beffa, degli assoluti del genere e della tradizione, mi riferivo, tra le altre cose, proprio a questo particolare elemento: il detective non è, o, per meglio dire, non è sempre il centro delle attenzioni, della concentrazione e dell’empatia del pubblico. Rian Johnson riesce, in maniera assolutamente semplice, ma non per questo banale, a far entrare il pubblico in sintonia con l’apparente killer, facendolo parteggiare per lui/lei e sperando, fino alla fine, che non venga a galla ciò che questa persona ha compiuto.

Il detective Benoit Blanc (Daniel Craig) e l’infermiera Marta Cabrera (Ana De Armas) nel film

La regia di Johnson valorizza al meglio l’ambientazione suggestiva, da romanzo giallo classico (come già citato “da Cluedo“): una villa gotica con un stile abbastanza particolare, a metà tra una mansion inglese ed un carattere arabeggiante ed orientale per quanto riguarda alcuni dettagli come, per esempio, lo spettacolare e potente cerchio di coltelli, quasi a simulare un’aureola. Cerchio di coltelli – come suggerisce il titolo del film in originale, Knives Out che – oltre ad essere anticipatore di un avvenimento abbastanza centrale ed essere ciò che risalta e si ricorda di più della casa – viene subito collegato, a livello di relazione di rilievo, con il momento dell’interrogatorio. Questa valenza tornerà, con questa funzione specifica, anche nella rivelazione finale degli eventi, da parte del detective, interpretato da Daniel Craig. Anche questa villa è vittima del ribaltamento dei canoni operato da Johnson, in quanto non è una vera e propria villa di famiglia, legata agli antenati, al passato, ad un contesto familiare storico, ma è giunta nella mani dei Thrombey perché Harlan l’ha comprata, negli anni 80, da un ricco pakistano. Ovviamente, la potenza della villa non sta soltanto nella sua costruzione, nei suoi anfratti nascosti, nel suo stile, ma anche nelle persone che la abitano, la vivono, la popolano. Rian Johnson presenta, in maniera eccelsa, – soprattutto da un punto di vista visivo e registico, oltre che narrativo e verbale – i conflitti e le relazioni tra le differenti parti della famiglia. Altro cliché tipico del genere che qua si incarica di una valenza metaletteraria/metacinematografica: Harlan ha fatto fortuna – indovinate un po’ – scrivendo… libri gialli ed uno dei suoi figli dirige proprio la casa editrice di romanzi gialli che il padre ha fondato. Tutto il nucleo familiare di Cena con delitto è composto da stereotipi di genere vivente, con turbe e psicosi sia legate alla tradizione (amore, soldi, fortuna, potere) sia ad una concezione più contemporanea (dipendenza da social e smartphone e volontà di indipendenza sia istruttiva che economica). In questo mosaico di caratteri, soltanto un personaggio risalta su tutti gli altri ed è quello di Marta Cabrera, ma ne parleremo a breve. Come già enunciato le citazioni al capostipite di appartenenza – il grande romanzo giallo, inglese soprattutto – è chiara. Si citano Agatha Christie, Arthur Conan Doyle e i suoi Sherlock Holmes e Watson, arrivando ad esempi più moderni come il serial La signora in giallo (di cui compare un episodio doppiato in spagnolo).

Ransom Drysdale, il nipote di Harlan (Chris Evans) nel film

Nell’impostazione delle sequenze iniziali, soprattutto, Johnson riprende, citando ovviamente, la struttura della “gabbia letteraria” o comunque della chiusura claustrofobica di alcuni personaggi in uno spazio, incriminato, circoscritto, molto piccolo e angusto. Qui vengono a galla i difetti, i problemi per lo più mentali, le ambizioni dei vari personaggi, ma soprattutto – quasi sempre violentemente – esce fuori, in maniera prepotente, la verità, la ricostruzione, un senso generale del tutto. Questa struttura è stata adoperata e resa celebre dalla Christie in Dieci piccoli indiani o, meglio ancora, Assassinio sull’Orient Express, oppure, più recentemente dallo stesso Tarantino in The Hateful Eight o da Goddard in Sette sconosciuti a El Royale o, ancora, da Drew Pearce in Hotel Artemis. In questo luogo chiuso, risalgono in superficie le rivalità e di solito si arriva, nei casi più estremi e spettacolari, al massacro vicendevole, per i più svariati motivi o, comunque, al litigio verbale. Johnson, tuttavia, non vuole ritrovarsi incatenato ad una struttura poco consona e, sicuramente, poco coerente, sul lungo periodo, per il film che vuole costruire, che sarebbe poi, così, rimasto incatenato ad un paradigma. I personaggi di Knives Out si muovono, viaggiano, investigano anche al di fuori della casa e l’azione si fa molto più frenetica. Perla di diamante e colonna portante di tutto questo ambizioso progetto firmato Rian Johnson è, senza dubbio, la sceneggiatura, firmata dallo stesso, in cui, come è giusto che sia, si presta attenzione soprattutto alla fabula, al racconto, all’intreccio, alla caratterizzazione dei diversi personaggi, all’incastro certosino e millimetrico di ogni singolo avvenimento e, soprattutto, ai dialoghi, cuore vero e proprio della produzione. Se, poi, questa sceneggiatura viene portata avanti con una cura registica così meticolosa, con inquadrature studiate, significative, anticipatrici e studiate ed un comparto tecnico di prima categoria si è a cavallo.

Ricevuto un bel gruzzolo di soldi in modo anonimo, il detective Benoit Blanc si trova moralmente costretto ad invischiarsi e ad indagare sull’apparente suicidio di Harlan Thrombey. Egli inizia ad interrogare tutte le persone che conoscevano la vittima, credendo che quello che pare un semplice caso di suicidio, in realtà sia molto più grave ed insidioso. Daniel Craig interpreta inaspettatamente bene, un ruolo estraneo alle sue corde, alle sue tradizionali interpretazioni, aggiungendo al suo Blanc un tocco di comicità, ironia e sarcasmo in più. Craig ruba la scena in quasi tutti i piani in cui compare e, nel finale, la sua prova attoriale raggiunge dei picchi altissimi. Stranamente, come già notato, Cena con delitto è un giallo atipico, poiché la figura dell’investigatore ricopre un ruolo di centralità soltanto negli istanti conclusivi della pellicola. Arguto, intelligente, furbo ed astuto, Benoit Blanc viene sempre rappresentato, da un punto di vista del testo filmico, in posizioni di dominio rispetto agli altri personaggi, perché, sicuramente, è colui che giudica e che potrebbe rovinare la vita del colpevole, ma anche perché il film fa trasparire la sensazione che lui sappia già tutto, sin dall’inizio. Al centro dell’azione, troviamo, al contrario, Marta Cabrera, interpretata dalla bellissima e bravissima Ana De Armas, un’infermiera, al servizio dell’anziano Harlan. Insospettabile, dolce, pura, servizievole, questa ricoprirà un ruolo di importanza e rilevanza all’interno della vicenda per il suo stretto ed affettuoso rapporto con Harlan. Notevole, nell’interpretazione della De Armas, è la sua chimica con Daniel Craig e il suo personaggio a cui, inizialmente, appare un po’ assoggettata, ma, andando avanti con il film, Marta riesce a riprendersi e a conquistare un ruolo di importanza e di centralità primaria all’interno della storia. Ironicamente, nel poster del lungometraggio, la De Armas viene posta a lato, quasi fosse un personaggio minore e, a lei, spetta proprio quel rovesciamento già ripetuto, proposto da Johnson. Infatti, nei gialli classici, è sempre la “servitù”, sono sempre i domestici e i collaterali alla famiglia a compiere l’omicidio. A completare la trinità principale di questo Knives Out, arriva il paladino d’America, l’attore diventato famoso per aver interpretato Steve Rogers nella saga cinematografica Marvel. Chris Evans interpreta uno stereotipatissimo playboy ricco e sfacciato, a cui non interessa altro che la fortuna del nonno e che rivestirà panni inaspettati e sorprendenti all’interno della pellicola.

Il personaggio di Ana De Armas mette in tavola altri due aspetti principali, riguardanti questo Cena con delitto: un elemento narrativo vincente, particolare, ma funzionale alla riuscita della vicenda e l’apertura di un discorso e sottotesto razziale reso abbastanza bene. Il particolare narrativo che scuote un po’ la regolarità e la consuetudine delle prime fasi del film, ma anche quelle successive e finali, è una caratteristica quasi surreale che concerne il personaggio di Marta Cabrera. La ragazza – ed è comprovato – non è in grado di dire una bugia, perché dirne una le provoca conati, nausea e vomito. Rian Johnson gioca ed utilizza, a suo piacimento, e a favore o sfavore del soggetto pro-filmico, questa meccanica, riservandole un ruolo di importanza dominante nella sequenza della rivelazione del fattaccio da parte del detective Blanc. Johnson ci aveva già provato – inutilmente – in Star Wars: The Last Jedi, attraverso la coppia Finn – Rose, ma questo tentativo li ha resi tra i personaggi più odiati dell’universo di SW, insieme a Jar Jar Binks. Con Cena con delitto – forse anche per un motivo di maggiore indipendenza, narrativamente e creativamente, da un’ottica di studios – Rian Johnson ci prova di nuovo e, questa volta, colpisce in pieno il bersaglio, dando vita ad un sottotesto politico, tipicamente anti-trumpiano, con cui – attraverso dialoghi, strizzatine d’occhio e menzioni dettagliate – si arriva a parlare dell’argomento, in modo non troppo caricato o rimarcato, ma assolutamente pacato e piacevole da seguire. Già la scelta di adottare il punto di vista di una ragazza sud-americana, la cui nazionalità viene confusa e sbagliata con altre per ben tre volte da parte dei personaggi. Inoltre, si cita anche la questione della deportazione e del tema della servitù, ormai abolita ma ancora presente nella mente degli americani più conservatori, della leadership, dei ricchi e potenti americani, come la famiglia Thrombey.

La potenza e la riuscita di questo domino, composto da morte, tragedie, rivalità familiari, inseguimenti improbabili, twist inaspettati e personaggi carismatici, viene arricchito, oltre che da Craig, De Armas ed Evans, da un’altra fetta di cast che rappresenta, in modo assoluto, il motivo di principale interesse nei confronti del film. Jamie Lee Curtis, Christopher Plummer, Michael Shannon, Don Johnson, Toni Collette. Tutti grandi attori che, interpretando ruoli più o meno stereotipati, riescono, praticamente tutti, a farsi notare all’interno del gruppo, della massa di persone e ad emergere in svariati momenti all’interno del film. Ciascun interprete risulta estremamente in parte, ispirato ed immedesimato completamente con il proprio personaggio e la propria funzione. La valorizzazione e la potenza attoriale degli interpreti è marcata e sottolineata dall’uso preponderante di primi piani e dall’inclusione di codesti personaggi nello spazio dedito all’azione. Da un punto di vista cinematografico e fotografico, Steve Yedlin opta per uno stile ed una tecnica a metà tra tradizione e modernità, con colori e luci sfumate, ingiallite, ma anche fredde e sferzante quando serve. A dare ancora più enfasi e ritmo alla vicenda, agisce la meravigliosa colonna sonora. Tra pezzi originali, composti da Nathan Johnson, e musiche storiche e rinomate come More Than This dei Roxy Music e Sweet Virginia dei Rolling Stones, Knives Out presenta uno stile assolutamente originale anche sotto questo aspetto. Personalmente classificato come uno dei migliori film di questo fine 2019, Knives Out – Cena con delitto è una pellicola assolutamente imperdibile sotto molti livelli, a partire dal cast eccellente e rinomato, arrivando alla cura e tecnica registica e di scrittura di Rian Johnson, che qui arriva alla sua quintessenza. Knives Out è, citando il detective Blanc, una ciambella. Il film assume una rotondità, inizia esattamente come è iniziato, tutto torna alla perfezione e torna anche la tazza d’apertura (primo elemento pro-filmico che vediamo) con su scritto My home, my rules, my coffee. Bisogna, però, vedere chi la impugnerà quella tazza.


VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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