The Irishman, il gangster secondo Scorsese

Il regista di Quei bravi ragazzi e Casinò torna al genere del gangster movie, con un film tratto dall’opera letteraria di Charles Brandt, incentrata sulla vita dell’irlandese Frank Sheeran e sul caso della scomparsa del sindacalista Jimmy Hoffa

“Era come nell’esercito. Seguivi gli ordini. Facevi bene. Eri premiato”. A pronunciare queste parole è proprio lui, Frank Sheeran, The Irishman, protagonista dell’ultima fatica di Martin Scorsese, produzione travagliata, passata, dopo peripezie, nelle mani di Netflix. Questo breve enunciato, proveniente dal trailer del film, riassume, in modo azzeccato, il leit motiv, la costante del personaggio di Sheeran, nonché una delle sue croci, che caratterizzerà in modo definitivo la sua esistenza. Veterano della seconda guerra mondiale, l’irlandese inizia a lavorare, come trasportatore, per una ditta che commercia carne. Tra un imbroglio e l’altro, Sheeran entra in contatto con Skinny Razor, proprietario di un locale di Philadelphia e, dopo un processo per l’inganno perpetrato alla società, con Russell Bufalino, pilastro criminale della città. Frank inizia a lavorare per la mafia cittadina, svolgendo qualche commissione ed incarico come sicario, ottenendo, in questo modo, rispetto ed autorità nell’ambiente. Un giorno, Russell Buffalino decide di affidargli la supervisione e l’assistenza di Jimmy Hoffa, presidente del sindacato dei Teamsters. Jimmy ed Hoffa iniziano a collaborare e, da assistenti, diventano ben presto colleghi, compagni ed amici inseparabili. Ma, non è tutto oro ciò che luccica. In seguito a disequilibri fiscali e legali interni al sindacato, Hoffa perde il controllo della presidenza e viene rimpiazzato dal suo vice, personaggio molto più condiscendente con la mafia – che già manipolava Hoffa – e che quindi va molto più a genio. L’ex presidente, però, non si arrende e vuole a tutti i costi riprendersi la poltrona, diventando, così, una figura scomoda, in primis, per la mafia. Jimmy Hoffa deve sparire. E a chi si potrebbe rivolgere Russell Buffalino, se non al suo miglior uomo ed amico, Frank Sheeran? Ispirandosi al libro-intervista di Charles Brandt, il regista di capolavori come Quei bravi ragazzi, Taxi Driver e Casinò, Martin Scorsese racconta, in un modo estremamente classico, uno dei più grandi gialli della storia americana, una delle storie più contorte del paese delle opportunità, scomparsa, oggi come oggi, dalla memoria collettiva di tutti noi. Il cineasta adatta, in chiave cinematografica, il modello dell’intervista – presente nel libro – e fa raccontare la storia direttamente ad un narratore intradiegetico, Frank Sheeran stesso, lo stesso Irishman.

Russell Buffalino (Joe Pesci) a sinistra e Frank Sheeran (Robert De Niro) a destra

Dopo il maestoso Silence del 2015, uno dei film più religiosi, ma, allo stesso tempo, introspettivi del regista (nonché il suo più sperimentale a livello di cast e soggetto), Martin Scorsese torna sul “grande” schermo con The Irishman. Già vedendo il cast, la memoria giunge subito ad un punto ben preciso: Quei bravi ragazzi. Due dei tre protagonisti erano presenti, infatti, nel cult anni 90 del regista, facenti parte della trinità del film. Questo The Irishman, tuttavia, si distanzia abbastanza da ciò che era Goodfellas, presentando una vicenda che, seppur contenente sparatorie, sangue e violenza, è molto più riflessiva, calibrata e mastodontica, con grandi aspirazioni narrative ed iconografiche, rispetto alla pellicola precedente. La regia di Scorsese, affinatasi con gli anni, qui raggiunge uno dei suoi picchi più alti. Come accadeva nel film del 1990, la macchina da presa è asservita e dona tutto il suo virtuosismo alla resa e alla riuscita della sceneggiatura e della caratterizzazione dei differenti personaggi che, qui, sono proprio il punto focale. Partendo dal piano sequenza iniziale (grandioso, come tanti all’interno del film), arrivando all’ultima scena, significativa ed emozionante, l’ultima opera di Scorsese raggiunge livelli elevatissimi per quanto riguarda la messa in scena e la valorizzazione dei personaggi. La camera gli sta addosso, li segue, li studia, li incornicia, li penalizza e li rende iconici. Essi sono completamente nelle sue mani. Inoltre, in alcuni punti, il cineasta si lancia su una regia più documentarista e regala momenti di pura emozione, soprattutto quando si rompe la quarta parete e il personaggio parla direttamente con il suo interlocutore, ossia noi, il pubblico. Calibrata, puntuale, precisa, maestosa. Scorsese regala una lezione di cinema e di storytelling magistrale, aiutata notevolmente da un grande cast e da grandi interpretazioni.

Ho sentito che dipingi case

Jimmy Hoffa (Al Pacino) a F. Sheeran (Robert De Niro)
Jimmy Hoffa (Al Pacino) al centro

La sceneggiatura è una delle punte di diamante dell’intera produzione. Basandosi su un libro, si è sicuramente dovuto fare un lavoro di cernita sui fatti più interessanti, chiave, centrali, trasponibili su schermo ed efficaci da un punto di vista cinematografico. Il film compie una scelta stilistica non indifferente, scegliendo di far iniziare la vicenda con la presentazione di un Frank Sheeran già svezzato, avvezzo a ruberie ed inganni vari. Si è saltata, infatti, tutta la sezione riguardante la sua infanzia e formazione e si è molto riassunta ed accennata la sua esperienza nel secondo conflitto mondiale. Questa volontà narrativa ha permesso di rendere l’introduzione alle vicende molto più liscia ed interessante, meno canonica. Si arriva subito al sodo, quindi. Questo non significa, però, che la scrittura e la strutturazione dell’opera siano banali o prevedibili. Il film, infatti, si presenta, per più della metà di screentime, come diviso in tre linee temporali diverse: il presente, in cui vediamo Frank Sheeran invecchiato, che narra la sua storia e il passato prossimo, in cui viene rappresentato un viaggio in auto tra Frank, Russell e le rispettive mogli. Questo passato prossimo dà vita, attraverso un dialogo tra i due gangster, ad una gigantesca analessi, un gigantesco flashback, in cui si racconta il primo incontro dei due e l’iniziazione di Sheeran al clan o famiglia mafiosa. Questi tre momenti si alternano fino a poco più della metà del film. Pian piano che si prosegue con la visione della pellicola, infatti, questo ultimo passato, questo passato remoto raggiunge la temporalità di quello prossimo, determinando, così, la divisione in due linee temporali differenti: ciò che è: l’intervista e la senilità di Sheeran; e ciò che fu: la questione Hoffa. I personaggi sono il fiore all’occhiello di questo The Irishman, come accadeva nell’altro capolavoro di Scorsese. Il tratto fondamentale che li contraddistingue è il realismo, il fatto che i dialoghi, che prendono vita tra di loro, sono plausibili, terreni, credibili, coinvolgenti. Si delineano così dei caratteri che trascendono il semplice personaggio cinematografico, arrivando quasi ad una sorta di realtà, di vita reale. Questo aspetto è assistito drasticamente dai grandi attori. De Niro, Pacino e Pesci, ma non solo, diventano quei personaggi, perdono i loro nomi da attori e diventano, grazie alla sceneggiatura, Frank, Jimmy e Russell, in tutto e per tutto. A differenza di Quei bravi ragazzi, l’ultimo Scorsese aspira a molto di più. La vicenda di Sheeran & co. si colloca, infatti, in un contesto socio-politico così tanto frammentato e variegato che potrebbe risultare confusionario, ma non lo è. Si parla di politica, JFK, sindacati, Bobby Kennedy, Cuba, Fidel Castro, Watergate, Nixon. I personaggi di The Irishman non vivono in un mondo a sé, a parte, in un mondo di buoni o cattivi come in Quei bravi ragazzi. Essi vivono nel mondo reale, in cui il buono e il malvagio sono aspetti molto labili, e i loro fatti si intrecciano con le vicende e i ricordi di milioni di americani. Questa apparente confusione, su carta, di tutto il contesto su cui si gioca la parte centrale del film è resa, imprevedibilmente, comprensibile e alla portata di tutti, anche di chi non è statunitense o conoscitore di determinati momenti della storia americana.

the-irishman-film

Dopo De Niro, Liotta e Pesci (che vinse l’Oscar per quell’interpretazione), rinasce, sotto l’occhio ed il fiuto esperto di Martin Scorsese, una nuova trinità gangster, formata da De Niro, Pacino e Pesci. Scorsese punta tutto sui suoi cavalli acchiappa-Oscar e fa la mossa giusta. I tre sono a dir poco perfetti nei rispettivi ruoli e nessuno prevarica l’altro, in fatto di iconicità, importanza e bravura. Tutti e tre hanno reso alla perfezione, personaggi ugualmente difficili, sfaccettati e complicati da portare sullo schermo. De Niro presta il volto al protagonista iconografico della pellicola. Egli interpreta il duro, servizievole, fedele e rude irlandese Frank Sheeran nella sua odissea e viaggio criminale. Il suo personaggio è determinato, costantemente, da una lotta emotiva, razionale, ma anche irrazionale, tra i due grandi cardini della sua vita, le due guide, le due figure modello. Da una parte abbiamo Jimmy Hoffa, interpretato da un Al Pacino alla sua migliore interpretazione – da Oscar -, sindacalista integerrimo, burbero, ironico, sagace, ferreo, ma estremamente leale ai suoi principi e al suo credo. Dall’altra abbiamo una sorta di figura paterna per il nostro Frank, il suo maestro, colui che lo ha avviato alla Cosa Nostra, Russell Buffalino, in una interpretazione magistrale, calibrata, espressiva ed iconica. Ad un certo punto della sua vita, perciò, Frank dovrà decidere da che parte stare, dall’angelo (Hoffa) o dal diavolo (Buffalino) sulle sue spalle, e compiere una scelta, una prova suprema che cambierà completamente la sua esistenza e i suoi rapporti. De Niro interiorizza, in modo spettacolare, la vita di questo Irishman e la fa propria. In alcuni momenti, sembra quasi di trovarci di fronte il vero Frank Sheeran, in tutta la sua riservatezza e malinconia. De Niro rappresenta incredibilmente e virtuosamente la divisione morale ed affettiva di Sheeran tra i due grandi cardini della sua esistenza e ci accompagna, sia da un punto di vista della narrazione, che da un punto di vista interpretativo, nella vita di questo irlandese. Più si procede con la visione del film, più l’atteggiamento, la recitazione di De Niro muta, così come il personaggio dell’irlandese, si fa più riflessiva, esistenziale, quasi angosciosa. Una prova attoriale da Oscar, quella del nostro Robert (insieme a quella in Joker), che, dopo momenti infelici, come quello di Nonno scatenato, rinasce, come una fenice, riconfermandosi uno degli attori più bravi ed importanti della Nuova Hollywood.

Ti devi calmare, lo dicono tutti!

Frank Sheeran (De Niro) a Jimmy Hoffa (Pacino)

Il film fa un grande utilizzo della tecnica del deaging, già utilizzata in alcuni film del Marvel Cinematic Universe (Civil War, Guardiani della Galassia vol. 2), strumento che permette, letteralmente, di ringiovanire un determinato attore attraverso la computer grafica. Visto che il film copre un arco di tempo di più di settant’anni, si è voluto mantenere gli stessi attori e, semplicemente ringiovanirli, grazie a questa tecnologia, così da favorire anche un’immedesimazione crescente e dare al pubblico un senso di continuità maggiore. Seppur scettico fin dall’annuncio, devo ammettere che il trucco funziona ed è veramente efficace sul lungo termine. L’utilizzo del deaging regala allo spettatore un senso di realismo ed un maggior coinvolgimento nelle vicende e nei destini dei nostri personaggi. C’è, però, da dire che per abituarsi al ringiovanimento cutaneo, all’eliminazione di rughe ed imperfezioni dell’età dalla faccia degli attori, alla resa quasi video-ludica delle espressioni e dei visi degli attori, lo spettatore necessiterà di una decina di minuti. Superato questo primo straniamento, l’effetto risulta normale e si interiorizza nella mente dello spettatore, andando avanti con la visione. La stessa cura, quasi maniacale, dedicata agli effetti visivi – che hanno costretto De Niro, Pacino e Pesci a recitare con dei puntini sulla faccia, per applicare poi la CGI – è riposta anche negli effetti speciali (parliamo, quindi, delle esplosioni e del sangue), nel montaggio e nella colonna sonora, composta da pezzi originali e non e supervisionata da Robbie Robertson che, nel film, compie un lavoro magistrale. La sua soundtrack è la perfetta colonna verbale del film, d’atmosfera, emotiva, toccante, frenetica, pensosa, calma, polimorfa, un autentico gioiello che raggiunge il suo culmine negli ultimi istanti e nei titoli di coda, in cui lo spettatore assorbe tutto il carico emotivo che il film si lascia dietro. Menzione d’onore per la fotografia, affidata a Rodrigo Prieto. Si passa dai toni caldi ed accoglienti della Florida e degli interni a quelli taglienti e gelati di Philadelphia e della casa di riposo. La fotografia, inoltre, incentiva ancora di più la caratterizzazione dei personaggi, aggiungendo deduzioni alla comprensione del loro carattere e alle anticipazioni delle loro azioni.

Uno con la pistola lo attacchi. Col coltello, corri.

Jimmy Hoffa (Al Pacino) nel film

Il tempo passa anche a casa di Scorsese. Ormai, ha spento la 76esima candelina. E proprio per questo motivo, all’interno del suo ultimo capolavoro – perché di capolavoro si tratta, di un instant cult -, è ravvisabile un profondo attaccamento al tema della vita, ma anche della mortalità, del ricordo, dell’eredità, di ciò che si ricorderanno gli altri di noi. Si può essere anche il più grande artista del mondo, ma quello che veramente conta è il ricordo di noi che le persone manterranno vivo e presente da qui a dieci, venti, trent’anni. Se quel ricordo svanisce, non abbiamo lasciato nulla, non abbiamo tracciato alcun solco in questa terra, in questo pianeta, la nostra creatività e la nostra vita non hanno un senso, risulteranno solo uno spreco. Questa è la morale di The Irishman, tra le opere più complesse, più lunghe indubbiamente e magnifiche di uno dei più grandi maestri della New Hollywood. Scorsese, per certi versi, si spinge controcorrente rispetto al suo capolavoro con protagonisti De Niro, Liotta e Pesci. Egli prende la figura del gangster e la stravolge completamente, la rende più umana, più emotiva, più vicina a noi, quasi tenera in alcuni momenti. Attenzione, però! Il regista non vuole giustificare gli atti indecenti che questi criminali compiono durante il corso del film, ma, bensì, allontana lo spettatore da quell’icona del gangster classico, della cui nascita, Scorsese ne è, in parte, responsabile. Si può essere dei JFK o dei Jimmy Hoffa. Si può essere ricordati, ammirati ed amati da tutti, oppure si può diventare un gangster malaticcio, solo, rinnegato dalla sua famiglia, triste ed angosciato. La scelta è nelle nostre mani ed anche solo un’azione irrazionale, come un pestaggio di fronte ala propria figlia, può portare a situazioni terribili e svilenti. Il premio Oscar Martin Scorsese, in stato di grazia, dirige e tira le fila di una vicenda malavitosa profondamente umana, amara, malinconica, dalle alte aspirazioni, angosciante, frenetica. E lo fa in modo magistrale e così efficace che tre ore e mezza passano come fossero minuti. Una storia di amicizia, fedeltà, vita e morte, classica, ma, allo stesso tempo, sorprendente, in pieno stile scorsesiano, il quale ci ricorda, nuovamente, cosa vuol dire fare cinema, appassionare ed emozionare con immagini in movimento.


voto

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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