Somos la resistencia! La Casa di Carta pt. 1-2

Diventato un vero e proprio fenomeno pop-culturale, La Casa di Carta è l’esempio di come una fiction low-budget possa trasformarsi in una delle serie più famose ed apprezzate del pianeta

Tutti ne parlano, tutti la guardano, tutti la amano. La Casa di Carta si è trasformata, dopo un paio di mesi dalla sua uscita sul canale spagnolo Antena, in un vero e proprio successo e fenomeno pop-culturale, tanto che, chi non l’ha mai vista – come il sottoscritto un paio di mesi fa – o la disprezza viene visto come un outsider, un ignorante, quasi un anticonformista. La serie spagnola ideata da Alex Pina è ormai radicata all’interno dell’immaginario collettivo di tutti (e anche in chi non ama particolarmente le serie TV). Grazie alla distribuzione mondiale da parte di Netflix, l’heist spagnolo a puntate è diventato uno dei prodotti più famosi e amati universalmente per quanto riguarda i serial televisivi e lo streaming online. L’acquisizione di Netflix ha permesso la creazione di una terza stagione (che recensirò in futuro) e di una quarta, nei confronti delle quali ho alcune riserve. Casi simili a questo sono: ciò che è successo con Gomorra (ora come ora, famosissima anche negli Stati Uniti e un po’ in tutto il mondo) e Suburra, Netflix Original che, alla sua seconda stagione, continua a raccogliere apprezzamenti sia in patria che all’estero.

La Casa de Papel, alla fine dei conti, non è che racconti qualcosa di nuovo e innovativo (anche solamente l’ultimo Steven Soderbergh La truffa dei Logan presenta una vicenda simile a quella esposta nella serie). Il prodotto creato da Alex Pina non è altro che un classico heist, ovvero film o serie che si basa sull’esposizione e il racconto di una rapina e dei suoi vari processi: la pianificazione, la preparazione, la rapina vera e propria e la fuga. Tutto ciò avviene molto spesso con dei salti temporali tra passato e presente per mostrare, in parallelo, il capo che spiega ai criminali ciò che succederà e, simultaneamente, questa previsione che prende forma. C’è, però, una differenza. La Casa di Carta narra la storia di otto criminali che vengono chiamati a raccolta da un uomo misterioso e dal passato oscuro, El Profesor, per attaccare e derubare la zecca nazionale spagnola. Il reclutamento di ogni singolo membro della squadra non è affatto casuale: il Professore, infatti, seleziona attentamente un gruppo di individui con precedenti penali, i quali, per motivi di estrazione sociale, non hanno nulla da perdere. Ciascun membro durante la rapina agisce vestito di rosso con una maschera del pittore spagnolo Salvador Dalí. Considerato il divieto di rivelare la propria identità, a ciascun componente della banda viene assegnato il nome di una città. Fin qui tutto normale. Ciò che distingue La Casa de Papel da un qualsiasi heist movie è il metodo con cui i rapinatori deruberanno la Fabrica Nacional de Moneda y Timbre. Infatti, questi non ruberanno denaro nel senso classico del termine, bensì produrranno banconote. Questa modalità di rapina ha un beneficio primario: i rapinatori non verranno ritenuti colpevoli o comunque nemici dall’opinione pubblica, perché quel denaro, alla fine dei conti, non esiste ancora; è denaro nuovo, di… zecca. Tutto questo nonostante essi tengano in ostaggio molti innocenti. La parola chiave di tutta la rapina è proprio empatia e successo mediatico. Infatti, dal momento in cui gli occupanti vengono presi in ostaggio, il capo del gruppo dentro la zecca (Berlino) decide di instaurare una certa empatia con ognuno di loro, specificando subito che non intendono fare del male a nessuno. Durante il proseguimento della serie, assisteremo a vari salti temporali tra passato (pianificazione del colpo) e presente (attuazione del colpo); alla rapina vera e propria in tutte le sue fasi e in tutte le sue difficoltà e a ciò che succede al Professore fuori dalla zecca, mentre tenta di conciliare la pesantezza e la direzione del colpo con la mediazione nei confronti della polizia e le conseguenze delle sue azioni. All’interno di questo thriller televisivo, la vicenda viene mostrata sia attraverso gli occhi della polizia sia attraverso quelli dei rapinatori. Naturalmente, il punto di vista che viene maggiormente umanizzato e con cui lo spettatore empatizza è quello dei criminali e, ad un certo punto della serie, sembra quasi che i ruoli si invertano e che la polizia sia la fazione cattiva. L’obiettivo primario della serie. forse anche un po’ erroneamente, è, infatti, quello di portare lo spettatore dalla parte dei criminali, dei cattivi e nelle puntate finali questa destinazione viene raggiunta. Secondo me, la sceneggiatura avrebbe dovuto mostrare il tutto senza prendere posizione, lasciando allo spettatore la decisione morale su chi siano i buoni e chi i cattivi.

Il punto forte di questa serie è, senza dubbio, la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto dei vari rapinatori. Come sempre accade, non tutti risultano rilevanti allo stesso modo, però, ognuno di loro, nella mente dello spettatore, diventa iconico. Nei vari episodi che compongono le prime due parti di questa serie vengono approfondite le motivazioni per cui ogni criminale ha accettato di far parte della rapina, il background di essi, la loro vita prima e la loro vita nei cinque mesi di preparazione del colpo. Tokyo, Rio, Berlino, Nairobi, Helsinki, Denver, il Professore, Mosca, Oslo. Tutti diventano, già dai primi episodi, personaggi a dir poco memorabili. Tra i migliori troviamo, senza dubbio, il Professore, Berlino e Nairobi. El Profesor, interpretato da Alvaro Morte, è il mio preferito. Una persona normale, dal passato oscuro e misterioso, mente effettiva di questo gigantesco piano, eccellente calcolatore e stratega. Se non fosse per lui, tutto ciò non sarebbe avvenuto. Morte diventa tutt’uno col personaggio, regalandoci un’interpretazione ottima e molto drammatica in certi punti. Berlino, interpretato da un ispiratissimo Pedro Alonso, è il personaggio più tarantiniano del gruppo. Violento, impulsivo, ma, allo stesso tempo, razionale e calcolatore. Egli rappresenta la vecchia scuola, insieme a Mosca, dei ladri e dei rapinatori molto letteraria, molto cinematografica. Possiamo dire che, in molti comportamenti, Berlino ricorda Arsenio Lupin, ma, a differenza di quest’ultimo, non si fa problemi a sparare rabbiosamente contro chiunque. Il personaggio femminile migliore, secondo me, è … Nairobi! Sì, possiamo dire che odio alla follia Tokyo e, soprattutto, Rio. Questi due sono tra i personaggi più irritanti e stupidi che abbia mai visto in una serie TV e della loro romance parlerò più approfonditamente nella parte dell’articolo legata ai difetti. Tornando a Nairobi, il suo background e la sua motivazione sono tra i più drammatici e commoventi della serie. Questa rappresenta il personaggio femminile, senza dubbio, più forte della Casa di Carta, al contrario dell’arrogante ed antipatica Tokyo ed è la protagonista di molte delle scene più belle dell’intera stagione.

“Cosa rapineremo?”

“Rapineremo la zecca di stato!”

Dialogo tra Tokyo e il Professore nella prima puntata della serie

Arrivando ai personaggi rimanenti, troviamo Denver, interpretato da Jaime Lorente, e suo padre Mosca, i due criminali che provengono da ambienti molto degradati e molto bassi che vedono in questa rapina un modo per riscattarsi ed iniziare a vivere decentemente. Mosca – il volto è di Paco Tous – ha una delle scene più strazianti e tragiche di tutta la serie e la sua storia si incastra perfettamente con il tipo di persona o, per meglio dire, personaggio che è. Denver, presentato inizialmente come il pazzo del gruppo, avrà un’evoluzione a dir poco sorprendente con il continuare delle puntate. Troviamo, infine, i due rapinatori minori e poco caratterizzati, ovvero Helsinki e Oslo, i due cugini serbi, che contano solamente un paio di momenti alti all’interno della serie. Di loro due, purtroppo, non viene mostrato alcun background o, comunque, viene solo accennato. Dalla parte della polizia, che durante la serie diventa il villain, spicca, tra tutti, il personaggio di Raquel Murillo, la detective che viene incaricata di patteggiare e risolvere la questione rapina. Il personaggio, interpretato da una discreta Itziar Ituno (la sua interpretazione è tra le più televisive del cast), dovrà confrontarsi con un dilemma morale non da poco e con le ripercussioni che questo colpo avrà sulla sua vita e sulla sua famiglia.

Dal punto di vista tecnico siamo sul livello della serie TV nella media. La regia è molto classica, tradizionale e semplice. Senza dubbio, tra gli elementi che spiccano maggiormente, non troviamo la direzione registica degli episodi, la quale presenta numerosi alti e bassi. In alcune scene d’azione, infatti, risulta difficoltoso seguire correttamente e chiaramente ciò che sta succedendo su schermo. Anche la fotografia ha alti e bassi e non raggiunge certo i livelli di prodotti Netflix o HBO, essendo una serie della TV spagnola, probabilmente anche a budget non troppo alto. Ciò che rende molto buona questa serie è la sua sceneggiatura. Sì, non è perfetta, a volte presenta dei buchi di trama, dei cambiamenti troppo repentini nei comportamenti dei personaggi e forzature (soprattutto per quanto riguarda la furbizia e l’intelligenza del Professore, praticamente un supereroe). La scrittura degli episodi viene, però, arricchita da una tensione sempre costante che spinge, quasi, lo spettatore a proseguire automaticamente all’episodio successivo. Questa suspense, questa tensione non si ferma un secondo, ci sono pochissimi momenti morti o in cui ci si annoia e il tutto viene retto magistralmente anche dalla meravigliosa colonna sonora e dalle prove attoriali– nonostante non tutte siano all’altezza (per esempio quella della Ituno e quella di Enrique Arce che interpreta l’altro personaggio odioso della serie, Arturo, il direttore della zecca).

Ciononostante, nulla è perfetto! Tra i più grandi difetti della serie, oltre ai buchi di trama, ad alcune incongruenze e a forzature varie (tra cui l’onnipotenza, forse un po’ eccessiva, del Professore) troviamo senza alcun dubbio la stupidità di molti personaggi. Tra i più stupidi e insulsi spiccano Tokyo e Rio, figure con una profondità minima e la cui storyline si basa completamente su una love story costruita su stereotipi e cliché. Entrambi sono cliché fatti a personaggio. Sono dei Bonny e Clyde insulsi e piatti che potrebbero essere soprannominati i “rovina-piano“. Il piano quasi perfetto del Professore arriva al punto di rottura non a causa dell’astuzia e della partita tra polizia e rapinatori, ma per colpa della stupidità e degli impulsi idioti e senza senso di questi due. Il mio unico desiderio durante la serie era che questi due ebeti morissero prima di subito, ma così non è stato. Ma non sono gli unici. Altri personaggi come Arturo, Alison, Monica, Angel e per certi versi Raquel seguono questa scia di stupidità e comportamenti molto irrazionali e senza alcun senso logico. Parlando di storie d’amore, data la natura originaria della serie (una fiction nazionale, al pari di alcune che si possono trovare sui canali nostrani, ma con un soggetto diverso che difficilmente potremmo trovare in fiction su Rai 1 o simili), ce ne sono e ce ne sono tante, forse troppe. Tutte le love story sono funzionali alla trama tranne due: quella tra Tokyo e Rio – non mi esprimo ulteriormente – e quella tra Denver e Monica che nasce per caso e si sviluppa, indovinate un po’, per caso. Questi due romance sono inutili e non fanno altro che appesantire la serie, distogliendo lo spettatore da ciò che realmente importa, la rapina! Un ultimo difetto è il fatto che io, durante tutta la stagione, non abbia sentito e percepito una vera e propria coesione di gruppo tra gli “atracadores”, caratteristica che poteva essere valorizzata maggiormente.

La serie è, in più, piena zeppa di riferimenti e citazioni alla cultura spagnola a partire dalle maschere dei rapinatori (che raffigurano la faccia di Dalì, uno dei più importanti artisti e personalità spagnole) arrivando ad alcune canzoni come Verde que te quiero verde, brano di Amparo Lagares basato su una poesia di Federico Garcia Lorca. Elementi che non si incastrano con la provenienza della serie sono la canzone della sigla, americanissima che non restituisce nulla della natura della serie, e l’utilizzo del brano Bella Ciao, testimonianza indissolubile dei combattimenti partigiani italiani contro il fascismo e il nazismo, qui messa un po’ a caso, completamente travisata e privata del suo significato originario. La canzone viene, infatti, convertita in un qualcosa di tamarro ed entra, snaturata, nella cultura pop mondiale (molteplici i remix di Bella Ciao fatti dai più grandi DJ del mondo).

La scena in cui, come sottofondo, troviamo Bella Ciao

Per concludere, La Casa di Carta è una serie TV che nasce come qualcosa e diventa altro. Nasce come prodotto nazionale, anche di nicchia e diventa successo planetario e fenomeno pop-culturale gigantesco. Si nota la provenienza low-budget del serial sotto molti punti di vista, tra tutti la regia e la fotografia. Però, si nota anche un lavoro discreto di sceneggiatura che, nonostante molti scivoloni e alcuni elementi a dir poco trash, mantiene un buon livello di tensione durante tutta la durata della stagione. Attenzione, non stiamo parlando della miglior serie TV del mondo -così come tanti la descrivono – ma di una serie thriller buona, che presenta in modo soddisfacente e tradizionale una rapina come tante altre nel panorama cinematografico e televisivo. Nulla di nuovo sotto al sole, quindi. Ad ogni modo, tuttavia, La Casa de Papel è una serie che deve essere vista e che sicuramente rappresenta un esempio di come un qualcosa di piccolo possa diventare enorme e iconico.

voto 7/8

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