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            9 Settembre 2026
            La recensione di Company, il nuovo film di Casey Affleck presentato al Festival di Venezia 2026.
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            Nemmeno Casey Affleck sa cos’è COMPANY

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Company
            USCITA ITALIA: N.D.
            REGIA:  Casey Affleck
            SCENEGGIATURA: Casey Affleck, Ron Hansen
            CON: Nick Nolte, Ben Mendelsohn, Adelaide Clemens, Scoot McNairy, Emily Alyn Lind, Caylee Cowan, Atticus Affleck, Indiana Affleck
            GENERE: drammatico
            DURATA: 92 min
            Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 4

            RECENSIONE:

            Un western crepuscolare e postmoderno che intreccia lutto, vendetta, amore e perdono in un’intricata matrioska narrativa, ma finisce per smarrirsi nelle proprie ambizioni teoriche, lasciando intravedere tutta la propria cerebrale e involuta incompiutezza.

            A Casey Affleck devono essere piaciuti molto Cloud Atlas delle sorelle Wachowski e The Hateful Eight di Quentin Tarantino. Non meno però di quanto abbia apprezzato Bones & All di Luca Guadagnino o I peccatori di Ryan Coogler. Prende infatti qualcosa da ognuno di questi film Company, il suo terzo lungometraggio da regista, realizzato a più di sette anni da Light of My Life, con cui torna a calcare il tappeto rosso della Mostra del Cinema di Venezia dopo avervi presentato, nel 2010, Joaquin Phoenix - Io sono qui!, il suo debutto dietro la macchina da presa. E con il quale chiude un ideale, ma del tutto inconscio, trittico di storie in cui centrali sono l’assenza, il silenzio, le esitazioni e quelle crepe (in)visibili dell’anima e del corpo che separano ciò che mostriamo da ciò che invece ci portiamo dentro.

            Laddove allora la sua opera prima era incentrata su un uomo quasi del tutto assorbito da sé stesso, la seconda era su un uomo quasi interamente altruista. Se una si chiedeva cosa accade quando rifiutiamo l’amore e l’altra si interrogava su come si possa amare un altro essere umano al meglio delle nostre possibilità, Company, dal canto suo, si domanda “come possiamo fare pace con l’esistenza che ci è stata data in sorte”. “È un quesito che mi accompagna da molto tempo — spiega Affleck —. Ho trascorso gran parte della mia vita a fare i conti con il passato, a tenere il bilancio, tormentato dalla sensazione di essere in debito con la benevolenza ricevuta dagli altri”. Una domanda alla quale non ha trovato una risposta semplice, giacché quel bilancio non sarà mai pareggiato dal mondo esterno. “Siamo noi — crede — a poter riequilibrare i conti attraverso ciò che scegliamo di offrire e aggiungere”. 

            Ma di cosa parla realmente Company? Anzitutto, di una misteriosa donna di nome Evelyn, che, in una sera d’inverno del 1975, si presenta alla porta di una casa in cerca di informazioni. Trova invece una festa alla quale viene prontamente invitata. Ed è qui che, su incoraggiamento di alcuni degli invitati, comincia a raccontare la storia di Tom, un anziano solitario che nel 1953 trae in salvo un’attrice rimasta bloccata durante una bufera di neve in Colorado, la quale, per ingannare una notte fredda e insonne, rievoca a sua volta una storia ancora più antica. Quella di una coppia di contadini che, molto tempo prima, si ritrova ad accogliere un giovane vagabondo tormentato, mentre lungo la frontiera si diffonde il terrore per una serie di efferati omicidi…

            Meditazione sul lutto, sulla vendetta, sul perdono e sui quieti gesti di compassione capaci di sanare le ferite più profonde. Ma anche dilemma morale affidato alla più classica delle mise en abyme. O, ancora, alle forme estetiche di un crepuscolare, postmoderno e compassato western di parola, dalle derive fantastiche e horrorifiche, animato e attraversato da una tensione persistente, che la matrioska narrativa finisce per moltiplicare anziché alimentare. 

            Elencare cosa sia Company non solo mette in luce la confusione d’intenti e il caos che lo sottende, ma fa capire benissimo anche cosa, in fondo, non sia. Cioè un film riuscito, compiuto, se non addirittura completo. Sì, perché a momenti pare quasi una copia di lavoro o, peggio ancora, un pitch con cui cominciare a proporre questo progetto. Qualcosa da rifinire, asciugare e ricondurre ad una conformazione definita (qualsiasi essa sia), nonostante una durata comunque contenuta, poco superiore ai 90 minuti. 

            Eppure, sotto la superficie narrativa, quella di Affleck potrebbe essere letta persino come un’opera dalle forti ricadute teoriche e autoriflessive su cosa significhi e possa essere l’arte del raccontare (anche nella sua ciclicità e valore rituale). O, meglio, sulla consistenza effimera del dato reale, sul confine mai così labile tra verità e finzione, sull’immedesimazione verso le storie che ci raccontiamo, con cui giustifichiamo la nostra esistenza. Per non parlare di una scoperta metafora su un’America contemporanea ancora ostile, selvaggia e oscura, preda di un morbo contagioso e vampiresco come l’odio, la rabbia, l’intolleranza e un senso collettivo di vendetta, da cui scaturisce una violenza capace di unire contro un nemico comune, ma con il solo effetto di renderci irrimediabilmente soli nella nostra supposta e incompresa eccezionalità.

            Al contempo, Company si pone quale parabola di un amore senza tempo (poiché esule del nostro oscuro presente) - scortata forse anche dalla recente scomparsa dei genitori del cineasta. E volendo ci si può vedere una pellicola che, proprio alla luce delle parole del nostro, parrebbe voler fare i conti pure con il peso del nepotismo, salvo poi mettere al centro della propria storia — quasi a trasformare la contraddizione in un ulteriore livello della sua mise en abyme — i figli avuti insieme a Summer Phoenix. Parliamo di Atticus, protagonista assoluto e, per certi versi, costante diversivo a causa di una somiglianza temibile e talora inquietante con Timothée Chalamet, e del più defilato Indiana. 

            Una scelta che, al netto delle intenzioni, finisce inevitabilmente per chiamare in causa proprio quel concetto di “fare pace con la vita che ci è capitata in sorte” che il racconto sembrerebbe interrogare da ultimo. Rendendo il cortocircuito tanto più curioso quanto più centrale è il ruolo affidato ai due fratelli, parte di un ensemble dai volti (purtroppo) giustissimi che comprende, tra gli altri, un Nick Nolte incartapecorito, un Ben Mendelsohn sottoutilizzato e uno Scoot McNairy in una delle sue prove più svogliate e fiacche.

            E che finiscono per essere, tutti insieme, la tristissima sineddoche di Company: un film che non fa neppure in tempo ad apparire pretenzioso nella sua rarefatta sofisticatezza, per quanto è involuto, inutilmente cerebrale e, alfine, innocuo.

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