
SENTIMENTAL VALUE e i complessi del padre
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Affeksjonsverdi
USCITA ITALIA: 22 gennaio 2026
USCITA NOR: 12 novembre 2025
REGIA: Joachim Trier
SCENEGGIATURA: Eskil Vogt, Joachim Trier
CON: Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning
GENERE: drammatico
DURATA: 133 min
Candidato a 9 premi Oscar tra cui miglior film e miglior attore non protagonista
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
In Sentimental Value, Joachim Trier esplora i complessi paterni e il disfacimento dei legami familiari attraverso un cinema fatto di gesti minimi, silenzi e micro-espressioni. Un film denso e calibrato, che riflette sul potere salvifico dell’arte e sulla tensione tra passato e presente, tra manipolazione e introspezione, costruendo uno specchio in cui le emozioni più profonde emergono senza bisogno di parole.
“Trying to revive/The same old scene/Young loving may be/So extreme”, canta Bryan Ferry dei Roxy Music in una scena di Sentimental Value, sesto lungometraggio del regista danese-norvegese Joachim Trier insignito del Gran Premio Speciale della Giuria al 78° Festival di Cannes e più di recente candidato a 9 premi Oscar tra cui miglior film e miglior regista. Canzone, questa, curiosamente e sorprendentemente azzeccata per aprire questa recensione della pellicola di quattro anni successiva a La persona peggiore del mondo: quella con cui il cineasta di Copenhagen è riuscito alfine a ritagliarsi un proprio spazio nel grande cinema della contemporaneità, nonché capitolo conclusivo della sua ideale trilogia di Oslo iniziata nel 2006 con Reprise e proseguita nel 2011 con Oslo, 31. august. Un lavoro a cui sicuramente non sarà stato semplice rispondere.
Ed è forse questa la ragione per cui Trier potrebbe aver scelto di affidarsi ad una “stessa, vecchia scena”. O, meglio, ad un quadro, ad uno scenario proverbiale, tipico, finanche primigenio del melodramma tout court: la “famiglia (borghese) in crisi”. Un canovaccio naturalmente frequentato, tra gli altri, anche dagli autori statunitensi e di Hollywood alla quale Sentimental Value sembra rivolgersi in maniera altrettanto naturale, sistematica e chiara — e, col senno di poi, fruttuosamente.

La storia è quella di Nora Borg, incantevole e richiestissima attrice di teatro — sebbene sia nota soprattutto per un ruolo in una serie televisiva —, dalla vita apparentemente quieta e piuttosto solitaria, che al funerale della madre ritrova il padre Gustav, regista settantenne di un certo rilievo (à la Haneke o Von Trier) ma da tempo inattivo, andatosene di casa quand’ella era poco più che una teenager, e che ora ricompare per chiederle di essere la protagonista del suo nuovo film.
Parallelamente, la storia coinvolge anche Agnes, sorella minore di Nora: ricercatrice ritiratasi quasi del tutto da ogni attività lavorativa per dedicarsi al figlio Erik; sorpresa in egual maniera dalla vista di un genitore di cui non sa bene cosa pensare, che probabilmente non ha mai conosciuto veramente (se non attraverso una parte fattale interpretare in uno dei suoi film) e verso cui, pertanto (e a differenza di Nora), prova una sorta di deferenza e timore reverenziale.
È poi la storia dello stesso Gustav: uomo fragile, fuori di sé, turbato dal rapido incedere del tempo e dalle debolezze della vecchiaia, che vede riflesse e sintomatiche nei suoi amici e collaboratori d’un tempo. Padre assente dalla vita dei propri affetti più cari, persosi per strada alla ricerca di un’espressione incontaminata, libera da vincoli e dalle gabbie piccolo-borghesi. E artista fuori dal tempo, d’estrazione novecentesca, prevenuto e inadeguato di fronte ai motivi, ai segni, alle tendenze e ai ritmi del presente.
Quelli che arriverà presto a conoscere quando Netflix si proporrà di finanziare e portare su schermo (sì, ma quale?) la sua sceneggiatura, e, in particolare, quando - a seguito del categorico e leso rifiuto di Nora - deciderà di affidare il ruolo principale della pellicola a Rachel Kemp, giovane attrice hollywoodiana sotto le luci della ribalta, alla ricerca di progetti più ambiziosi, di “film veri”, di un cosiddetto career-turn. Il corpo e l’aspetto di quest’ultima diventeranno per Gustav materia da plasmare, modellare, ridisegnare e dirigere ad immagine e somiglianza della figlia (e non solo), allo scopo di rielaborare, rimettere in scena qualcosa del passato remoto, prossimo o di un presente (o futuro) immaginato - un lutto, una crepa, un malessere - e ottenere così, forse, una qualche forma di guarigione.
Al centro di tutto questo, permane una vecchia (e/o nuova) scena che lo assedia, un'immagine, una visione che potrebbe riguardare lui, così come qualcun altro - o altra. Un segreto che si trasfigura e mescola, sovrappone e dissolve, ridefinisce di volta in volta. Che lo perseguita a tal punto da non riuscire nemmeno a tradurlo in parola, ma solo - ed eventualmente - nell’intimità sublime e imparagonabile del fotogramma cinematografico.

Di egual importanza è inoltre la casa che i Borg hanno abitato per decenni e generazioni fino al “ramo” di Gustav. Un luogo divenuto più leggero quando il regista se n’è andato, ma che contemporaneamente “non sopporta il silenzio” che scende di seguito fra le sue quattro mura. Rappresentazione ed espressione architettonica di un’architettura emotiva, dalla quale prende il via tutto il film di Trier. Osservatore silente, eppure (in)visibile agente profetico e rivelatore del lento disfarsi di questo insieme di solitudini altresì detto famiglia. A partire dalla crepa che, solcandola dal tetto alle fondamenta, la caratterizza. E su cui, non a caso, il cineasta norvegese sceglie di sistemare graficamente il titolo.
Questa eccentrica casa “da film” (ultima arrivata dopo quelle degli affini Here e Presence) è la più grande, appariscente “cosa” delle tante - animate e inanimate, umane e artificiose - della quali si compone Sentimental Value, che, facendo eco ad uno dei momenti più riusciti e delle riflessioni più vivide del predecessore, racconta peraltro la maniera inconscia, sensibile in cui riflettiamo i nostri affetti sugli oggetti che ci appartengono, specie su quelli che creiamo e (ri)maneggiamo direttamente. Letteralmente, cose che carichiamo di senso, significati, attenzioni talora più profonde e recondite di quanto esse stesse possano contenere, fino a farne veicoli di conoscenza (nostra o del prossimo) e reliquie silenziosi di ciò che non sappiamo (o non osiamo) dire ad alta voce.
Da cui, il potere taumaturgico e salvifico dell’arte, dove e attraverso la quale possiamo (in un riecheggio quasi cameroniano) (ri)vederci davvero, per la prima volta. E quindi: l’arte nella vita e l’arte della vita, che può farsi a sua volta lavoro di manipolazione o introspezione, oppure ancora brulicante lavoro di un set mostrato nella sua (sempre parziale, incompleta) realtà. Una il cui vero effetto speciale, il vero incantesimo coincide con tutto ciò che resta sottinteso, incompiuto, pre-elaborato.
A tal proposito, il segmento che chiude Sentimental Value, più di qualsiasi altro, è proprio quello che racchiude i tratti distintivi del cinema di Trier, nel e per il quale la verità fuoriesce ed è continuamente affidata ai non-detti e, di conseguenza, alla gestualità e prossemica degli attori, alla loro recitazione muta e, in un certo senso, rudimentale, così come al loro grado di aderenza coi personaggi.
D'altra parte, il cineasta e il sodale co-sceneggiatore Eskil Vogt concepiscono la pellicola principalmente quale espansione e frammentazione ulteriore di un tema e un discorso argutamente affrontati nei succitati Reprise e La persona peggiore del mondo. E cioè del complesso paterno attorno cui ruotava, per esempio, l’intera esistenza di Julie, protagonista di quest'ultimo interpretata da una stupefacente Renate Reinsve, che qui, parimenti magnetica, torna davanti alla macchina da presa di Trier nei panni dell’ibseniana (da Casa di Bambola) Nora, una figura che porta con sé numerosi e forti richiami.

Ciò nonostante, minuto dopo minuto, scena dopo scena, appare chiaro come e quanto, di fatto, Sentimental Value metta in scena i complessi del padre. Conditio sine qua non e complice di questa operazione finissima di decentramento e dislocamento dell’attenzione dal suo fulcro più naturale, è senza ombra di dubbio l’interpretazione dolente, tenera, misteriosa, profondamente affascinante di Stellan Skarsgård in un ruolo cucitogli addosso con una precisione millimetrica.
Beninteso, Gustav Borg non è certo un personaggio che spicca per brillantezza di scrittura in senso stretto, anzi si inserisce infatti in un filone ormai piuttosto usurato di artisti anziani, ingombranti e irrisolti, al quale si sono recentemente aggiunti i protagonisti di Oh, Canada di Paul Schrader e Jay Kelly di Noah Baumbach. Eppure, ciò che sulla pagina rischierebbe l’inerzia, sullo schermo diventa materia viva proprio grazie alla maiuscola presenza dell’attore svedese, capace di restituire complessità non tanto attraverso il dialogo quanto per sottrazione e insieme accumulo (di esitazioni, opacità, silenzi).
Ed è appunto questa la fortuna di Trier: disporre di un cast (completato dall’ennesima rivelazione delle sue, Inga Ibsdotter Lilleaas, e da un'Elle Fanning in una delle sue migliori prove) così potente, concentrato, credibile e partecipe da rendere possibile, talora in senso quasi trascendentale, l’oblio dello spazio circostante, del luogo in cui ci si trova — ammesso che si tratti ancora di una sala cinematografica. Tale è, infatti, l’effetto di intimità che l’autore riesce a produrre e insufflare nelle immagini, e in un film che, nondimeno, immagina e realizza senza le alee (per quanto calcolate) del suo lavoro più noto e celebrato, con la sicurezza e la comodità di chi sa di essere ormai una firma pienamente riconosciuta.
Al netto dell’esplicito minimalismo, del rigore e dell’equilibrio compositivo, sotto la superficie si agita così un’opera forse più tumida, piena, densa, ma al tempo stesso meno autenticamente complessa di altre. Un cinema che si rimette insieme con coerenza e convinzione delle proprie paternità artistiche, filosofiche, estetiche - da Merleau-Ponty a De Beauvoir fino all’inevitabile Freud, da Čechov a Ibsen, da Bergman ad Allen - ma che non sempre sembra voler essere sé stesso fino in fondo.
Tanto è vero che, in alcuni momenti, l’ambiguità viene coltivata e compiaciuta più del necessario, come se l’implicito bastasse di per sé a garantire profondità. Il rischio, qui, è che sottinteso diventi sinonimo di sottoscritto, e che il silenzio più che metafora di un crepa, segnali l’assenza di un qualche “stucco” creativo.
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