
ANEMONE, (ri)cominciare da(l) padre
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Anemone
USCITA ITALIA: 6 novembre 2025
USCITA USA: 3 ottobre 2025
REGIA: Ronan Day-Lewis
SCENEGGIATURA: Ronan Day-Lewis, Daniel Day-Lewis
CON: Daniel Day-Lewis, Sean Bean, Samantha Morton
GENERE: drammatico
DURATA: 125 min
VOTO: 5-
RECENSIONE:
Un figlio che filma il padre e finisce per esserne sopraffatto. Anemone, esordio di Ronan Day-Lewis, trasforma il ritorno alle scene di papà Daniel in un rito familiare sbilanciato, un’odissea di colpe ereditarie e fantasmi irrisolti che ambisce al mito ma resta intrappolata in un immaginario acerbo e autocompiaciuto. Un’opera che vuole sondare l’abisso, ma si arresta alla superficie del dolore, incapace di sciogliere l’ombra ingombrante che la abita e che finisce per appassirla.
(Ri)cominciare da(l) padre. Sta tutto qui il senso duplice, inscindibile, quasi palindromo di Anemone, che è innanzitutto l’esordio dietro la macchina da presa di un lungometraggio (dopo essersi specializzato nel mondo assieme affine e divergente della videoarte) per l’appena ventisettenne Ronan Day-Lewis, figlio del più noto, grandioso e inimitabile Daniel Day-Lewis: banalmente, uno dei migliori attori viventi (e non solo), tra le personalità artistiche più magnetiche e irripetibili ad aver mai varcato la soglia del fuoricampo cinematografico; il quale compie il suo ufficiale e sospirato ritorno alle scene dopo che, nel 2017 (come già nel 1997), comunicò pubblicamente l'intenzione di ritirarsi in maniera definitiva dalla recitazione.
Un voto infranto, appunto, per scortare o, meglio, patrocinare la (ri)nascita del secondogenito - suo e di Rebecca Miller - in qualità di regista all’interno e nei termini di una pellicola che si concentra, tra le altre cose, sulla forza misteriosa e indicibile trattenuta nel legame ancestrale tra chi genera e chi viene generato. E allora, tutto su mio padre. Chi era e chi è? Cosa rappresenta quest’uomo? Un modello? Un’ombra? Una benedizione? Un criminale? Un genitore (nel senso etimologico)? E se fosse un assassino?
Ebbene, è sulle tracce di un padre che si mette Jem Stoker, veterano di origini irlandesi. Un uomo che è anche e soprattutto suo fratello, Ray, pure lui reduce da quindici anni di servizio nell’Irlanda del Nord durante i primi Troubles, gli scontri esplosi alla fine degli anni Sessanta tra la comunità cattolica nazionalista e repubblicana e i protestanti unionisti fedeli alla Corona britannica. Un periodo, questo, durante cui quest'ultimo è stato testimone e talora artefice di numerose atrocità che gli hanno lasciato addosso un carico di traumi e incubi da cui, ancora oggi, fatica a liberarsi. Ferite che lo hanno infine spinto ad abbandonare la moglie Nessa, incinta del loro primo figlio, per rifugiarsi nella solitudine ascetica, quasi penitenziale o addirittura purgatoriale di una foresta remota.
È lì che Jem lo ritrova, dopo anni, avendo nel frattempo accolto sotto il proprio tetto sia la moglie che Brian, il nipote. Lo scopo della visita è consegnare a Ray una lettera che la donna ha scritto di suo pugno per chiedergli di tornare a casa per parlare con Brian, il quale - ormai cresciuto - ha voluto seguire l’esempio di entrambi i padri, arruolandosi nell’esercito, ma che nondimeno ha ora dei troubles tutti suoi, sempre più assediato e logorato dell’alone di mistero e infamia che circondano la figura e la storia di quest'uomo “sparito in un altro mondo” che egli ha sempre conosciuto per procura, attraverso voci e racconti di svariata natura.

Un uomo (in)visibile, Ray Stoker. Che è (stato) mille uomini, alla stregua - pur con le dovute proporzioni - dello stesso Daniel Day-Lewis, di cui Ronan ripercorre le fantasmatiche orme di grandezza, facendone volto e centro di gravità (e gravitas) permanente di un racconto che comincia strettissimo, intimo, microscopico, per poi farsi via via più ampio, largo, finanche solenne, universale, apocalittica parabola su temi sempiterni, immarcescibili, e opposti inconciliabili quali vita e morte, colpa e redenzione, fede e ateismo, guerra interiore, morale, esistenziale ed esteriore, armata, efferata. Temi enormi, certo, ma affrontati, consumati (o solo lambiti) nella scrittura e nella costruzione di un quartetto di personaggi che vorrebbero essere stratificati, ma purtroppo finiscono vittime di un disegno infantile e naïf e di un immaginario che procede per archetipi più che per autentiche profondità.
Un po’ come se si trattasse di un fiaba dark o di una foschissima e plumbea ballata hard rock, Anemone rinuncia ben presto a scavare per davvero nel torbido, inquieto abisso e nella reale complessità di questo nucleo familiare. Né tantomeno ragiona sui suoi tratti peculiari e anticonvenzionali, preferendo concentrarsi sulla scheletrica, spigolosa essenza di quel che mette in scena. Su una superficie che resta volutamente dura, refrattaria, come se la pellicola avesse paura di oltrepassarla. Ronan Day-Lewis pare voler evocare un mondo di ombre, colpe tramandate, eredità impossibili da sciogliere, ma si ferma spesso a un passo dalla vividità delle emozioni che abitano i propri personaggi. Il suo è (il primo passo di) un cinema che tende all’ascetico, all’astratto, che preferisce suggerire invece di affrontare, evocare invece di incarnare.
Figlia di uno sguardo che si dimostra più interessato a dimostrare, che non a comprendere i motivi che governano la messa in scena, tale scelta stilistica produce un effetto ambivalente. Da un lato, conferisce ad Anemone un’atmosfera sospesa, rarefatta, mistica che dialoga bene tanto con la liturgia dei gesti, quanto con una natura boschiva, invernale che appare immobile, quieta, letargica, ma che forse è soltanto in attesa di un’epifania possibile. Allo stesso tempo, questa astrazione, dalle derive metafisiche e oniriche, rischia di impoverire il dramma umano ed effettivamente collettivo e collettivizzante che dovrebbe, ma non pone mai in primo piano. E quindi, la difficoltà di un figlio nel capire chi sia suo padre, il tentativo di un fratello e di una moglie di tenere insieme ciò che resta della propria famiglia, e ovviamente il travaglio dello stesso Ray nel fare i conti con la propria storia (definita peraltro da violenze subite per mano di un prete pedofilo).

Parliamo nondimeno di una figura potente nella postura, nell’aura, nella sola presenza di Daniel Day-Lewis, ma troppo spesso imbrigliata in un simbolismo e iconismo di riflesso grevi, soffocanti, totalizzanti a cui l'interprete (anche co-autore della sceneggiatura) riesce comunque a sopravvivere ritagliandosi qua e là momenti proverbiali, scontati, drammaturgicamente ovvi, nei quali si dà e danna in monologhi fluviali, febbrili, utili giusto a certificare qualcosa di ormai risaputo, retorico, lapalissiano. E cioè una dote e una portata recitative ipnotiche, ammalianti, spettacolose e “mostruose” che inghiottiscono e consumano tutto ciò e, in particolare, tutti coloro che lo circondano. Com’è (ahinoi) il caso dei rimanenti Jem, Nessa e Brian, ridotti di conseguenza ad accessori di dolore e contrizione, a figurine laterali, ombelicale, a chiara dimostrazione di un rischio inevitato.
Quello di un’opera composta per accumulo di intensità, non per sviluppo di idee, dove ogni scena gravita attorno a un pathos che resta in superficie, come se la tragedia fosse data per scontata o fosse un presupposto estetico prima ancora che narrativo. Non c’è mai un momento in cui il dolore diventa storia, in cui la colpa si traduce in gesto concreto, o in cui le relazioni si misurano davvero nel loro attrito. Tutto è potenziale, nulla è compiuto.
D'altro canto, invece di domare la presenza del padre, comprenderla in un affresco più ampio, il neoregista si limita a ritrarlo in una manierata e capricciosa visione shabby chic, pseudo-autoriale che tenta a tutti i costi di esserne all’altezza della nomea, del prestigio, dell’eredità, anche a costo di cedere a formalismi autocompiaciuti e pretenziosi, a soluzioni pompose e sterili. È allora fin troppo evidente l’ansia da prestazione della quale Ronan Day-Lewis è vittima. La stessa che, nel suo errare in attesa del prossimo “one man show di papà", lo porta a fallire l’unico atto di iconoclastia davvero necessario.
Così, anziché scrollarsi di dosso l’ombra genitoriale, vi si inginocchia di fronte, finendo per seguirne e predicarne soltanto le vie (in)finite e una pornografia espressiva asciutta, e rendendo il proprio lavoro via via più generico e inerte (malgrado i - pur sempre rigorosi - eccessi mind-fuck del finale). Anemone si appassisce e cade esattamente come il fiore che lo intitola: ideale avvisaglia di una rinascita trasformata in segno inconfutabile, fatale di una resa al (peso del) passato.
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