
HONEY DON'T, dove va il cinema dei Coen?
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Honey Don't
USCITA ITALIA: 18 settembre 2025
USCITA USA: 22 agosto 2025
REGIA: Ethan Coen
SCENEGGIATURA: Ethan Coen, Tricia Cooke
CON: Margaret Qualley, Aubrey Plaza, Charlie Day, Chris Evans
GENERE: commedia, noir, poliziesco, thriller, giallo
DURATA: 90 min
VOTO: 4.5
RECENSIONE:
Ethan Coen e la compagna - nella vita e nell'arte - Tricia Cooke tornano con Honey Don’t, il secondo capitolo della loro trilogia di “film lesbici di serie B”, proponendo un gioco con le aspettative del pubblico e un ribaltamento queer dei codici tradizionali del filone d’exploitation. Ma tra gag stantie, inerzia e noncuranza non passa molto tempo prima che il film mostri tutti i suoi limiti.
Si apre con la più coeniana delle situazioni Honey Don’t, il secondo film dopo Drive-Away Dolls nato dalla stretta collaborazione - dentro e fuori la scena - di Ethan Coen e della compagna (co-sceneggiatrice, produttrice e montatrice) Tricia Cooke. Un paesaggio desertico. Un’auto ribaltata con al proprio interno il cadavere di una donna. Qualcuno, una figura, che, in questa desolata vastità, si avvicina al veicolo, sottrae qualcosa di valore alla defunta, e se ne va per la sua strada. Ci si aspetta che succeda qualcosa, che qualcun altro la segua, desideroso di (ri)prendersi l’oggetto sottratto, finanche provi ad ucciderla. E invece, la sequenza si conclude in questo modo, senza un null’altro di fatto.

Questo inizio, tipico e insieme disinnescato, potrebbe apparire come una chiara dichiarazione d’intenti da parte della coppia, che mira a giocare con le aspettative di un pubblico consapevole di ciò che si appresta a vedere.
Sovvertire le attese, tuttavia, non è sufficiente. Di solito rappresenta il punto di partenza per tracciare un’altra, nuova direzione possibile: quella che Coen e Cooke vedono nel proporre questa - ormai chiara - trilogia di cosiddetti “film lesbici di serie B”, un rimaneggiamento o, ancora, un ribaltamento, una riappropriazione, e quindi un gesto e sguardo cinefilo e politico nei confronti del filone d’exploitation. In passato, i personaggi femminili in queste pellicole erano spesso ridotti a oggetti di desiderio o vittime della violenza maschile. In Honey Don’t, invece, diventano protagoniste assolute, soggetti attivi in trame che mescolano pulp, commedia e noir.
Come già in Drive-Away Dolls, il film restituisce alla tradizione dello sguardo maschile una prospettiva queer, attraversata da un’ironia corrosiva e da un gusto per l’eccesso che non sacrifica la coerenza narrativa. Ciò detto, laddove il primo capitolo aveva i toni di un road movie sregolato e libertino, qui la cornice si avvicina maggiormente al giallo e alla detective story, pur mantenendo risvolti comici sospesi tra slapstick, grottesco e assurdo, e continuando ad esplorare luoghi, strade, orizzonti stretti, umori e odori di un’America profonda che sembra quasi un mondo a sé.
Come a sé è il presente del film, estraneo subito dopo la protagonista: Honey, che non sfigurerebbe in un romanzo hard boiled di Raymond Chandler o in un fumetto degli anni ’50; un’investigatrice privata di Bakersfield che si trova coinvolta nel misterioso caso di cui sopra. La vittima è una donna, morta per quello che si direbbe un guasto della propria automobile. Un incidente, appunto, malgrado alcuni elementi facciano pensare al possibile insabbiamento di un omicidio.
D’altra parte, la vittima aveva legami torbidi con una chiesa locale guidata dal reverendo Drew Devlin, uomo viscido e manipolatore, predicatore di azione, dovere, passione e sottomissione, con numerosi scheletri nell’armadio e possibili connessioni con traffici illeciti. Man mano che procedono le sue indagini, Honey comincia ad imbattersi in una scia crescente di morti sospette e innumerevoli false piste, fino a che non è costretta a mettere tutto in pausa — e con esso l’intreccio — per occuparsi di questioni personali (o deviazioni narrative), tra cui la relazione complicata della nipote Corinne e una liaison sentimentale con la poliziotta MG Falcone.

Purtroppo, nulla nello sviluppo della storia apre davvero a una svolta inattesa. Anzi, ben presto il film si inceppa, mettendo a nudo i suoi limiti: Honey Don’t si regge sostanzialmente su un pretesto per tornare a situazioni, convenzioni e dinamiche già viste, bissando vecchi schemi e derive narrative.
Così Margaret Qualley - di ritorno da Drive-Away Dolls in una versione maturata, ma non meno esile, simbolo scarnificato di una posizione e ideologia ipersessuata e antisistematica - finisce per replicare una posa ormai stantia, consunta, definitivamente esaurita in una serie di gag senza sbocco alcuno. In un esercizio di ironia e violenza votato solo ed esclusivamente ad evocare altre storie, altre immagini.
Laddove dunque l’intenzione sarebbe quella di sovvertire, la pratica si arena invece nella reiterazione di una comicità fuori tempo massimo, talora imbarazzante, malgrado i curiosi echi kaurismakiani. Persino i pochi segmenti riusciti soccombono inoltre davanti ad un montaggio a base di transizioni e dissolvenze che farebbero impallidire anche un praticante alle prime armi.
Coen e Cooke paiono, per qualche motivo, bearsi dell’allure da B-movie, scambiandolo per indolenza e noncuranza. Tanto che, a dispetto dei supposti 20 anni di preparazione e scrittura, Honey Don’t si presenta come un’operazione pensata, girata e finalizzata in maniera frettolosa. La “serie B della serie B”, dove essenziale e mediocre coincidono, e dove l’inconsistenza, il fugace si fanno cifra. Un cinema che gira a vuoto, che come una goccia batte sempre sullo stesso punto, trascinandosi stancamente. Polveroso, inerte (“un maccherone”), ripiegato su sé stesso, ridotto allo stereotipo dello stereotipo, deludente nella decostruzione e distruzione divistica di una star come Chris Evans. Ma anche incapace di essere davvero provocatorio; di funzionare adeguatamente sia come commedia, sia come giallo.
Insomma, una pellicola trascurabile, risibile, infino noiosa, che sembra esistere soltanto per ricordarci - semmai ve ne fosse bisogno - i gusti, le attitudini, le passioni del buon Ethan. Ma allo stesso tempo ci ricorda involontariamente lo smarrimento a cui sono andati incontro sia l’uno che l’altro Coen dopo essersi divisi. Più che “in che secolo siamo”, vien perciò da chiedersi verso quale cinema stiamo andando. “È che probabilmente sei già morto, ma non te l’ha mai detto nessuno”.
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