
FESTIVAL DI VENEZIA 82
SOTTO LE NUVOLE, la fragile eternità di Napoli
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Sotto le nuvole
USCITA ITA: 18 settembre 2025
REGIA: Gianfranco Rosi
SCENEGGIATURA: Gianfranco Rosi
CON: Gianfranco Rosi, Carmelo Marabello, Marie-Pierre Duhamel-Müller
GENERE: documentario
DURATA: 115 min
VOTO: 6
RECENSIONE:
Gianfranco Rosi torna al Festival di Venezia con Sotto le nuvole, girato interamente in bianco e nero. Un viaggio nel Golfo di Napoli, tra il respiro del Vesuvio e le contraddizioni della città, dove sacro e profano, memoria e presente si inseguono come in una partitura dissonante. Un’opera che mescola poesia visiva e sguardo documentario, pur rischiando a tratti di perdersi in eccessi retorici.
“Il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo”. Con questa citazione di Jean Cocteau si apre Sotto le nuvole, l’ultimo lavoro di Gianfranco Rosi – tre anni dopo In viaggio – che segna il suo ritorno in concorso al Festival di Venezia, dove nel 2013 conquistò a sorpresa il Leone d’oro con Fuocoammare.
Questa volta, lo sguardo del regista si immerge fino a sprofondare nel cuore del Golfo di Napoli, tra acqua e cenere, memoria e presagio. Una terra che sembra avere un respiro tutto suo, in perpetuo movimento, in continuo e irregolare smottamento. Qui, alle pendici del Vesuvio, l’esistenza si apre fin dall’inizio a una dimensione altra, indicibile e mai davvero decifrabile.
Roberto Rossellini colse come nessun altro prima questa condizione di disorientamento nel suo Viaggio in Italia: una lezione che Rosi rievoca e rielabora a modo suo (servendosi anche d’immagini di altri). Ma a vibrare nel film è anche l’eco delle parole di Anna Maria Ortese, per la quale Napoli era una città in cui “il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità e il dolore […] si confondevano in una meravigliosa orchestra dissonante”.
Girato in un bianco e nero pastoso, Sotto le nuvole mette in luce contrasti e contraddizioni, punti di vista inediti, angoli nascosti e prospettive inattese di una città mai ridotta a cartolina, sospesa tra sacro e profano, poesia e prosa, dramma collettivo e commedia dell’arte - quella che erompe spontanea dai suoi abitanti. “Ho girato in bianco e nero, ho guardato in bianco e nero – racconta lo stesso Rosi –. Mentre filmavo, tra il mare, il cielo e il Vesuvio, scoprivo un nuovo archivio del vero e del possibile”.
Ed ecco i devoti che strisciano al santuario della Madonna dell’Arco e i turisti tra le rovine, gli archeologi giapponesi che da vent’anni riportano alla luce semi e ossa e i tombaroli inseguiti dalla polizia, i vigili del fuoco assediati dalle chiamate dei cittadini, sospese tra l’urgenza e l’assurdo. Intanto i cavalli corrono sulla battigia, la circumvesuviana attraversa paesaggi segnati dalla Storia, navi siriane scaricano grano ucraino a Torre Annunziata, mentre un maestro di strada dona tempo ai ragazzi del doposcuola.
È la vita che ribolle: mescolata, sovrapposta, caotica eppure intensamente vera, sotto il segno di un presagio antico, di una fine che incombe da secoli: un attimo potrebbe cancellarla. Ma è proprio questa fragilità a renderla una miniera inesauribile (a cielo aperto) di Storia da ripercorrere e riscoprire, e di storie nel loro farsi. Gesti e destini, passato e presente, convivono e si confondono senza soluzione di continuità.
“Napoli è una sorta di grande macchina del tempo, un posto dove ogni cosa si trasforma presto in qualcos’altro”: come sempre, Rosi non si limita a documentare. Per lui (come già per Wiseman) la realtà è già cinema, un insieme di narrazioni che non necessitano di essere reinventate. Trasfigura, dunque: il suo occhio meccanico gioca con forme, architetture, geografie e superfici, costruendo parallelismi, giustapposizioni, rime impossibili, quasi a comporre un refrain poetico. Tre anni trascorsi all’orizzonte del Vesuvio, “cercando le tracce della Storia, lo scavo del tempo, ciò che resta della vita di ogni giorno. Quando filmo accolgo la sorpresa di un incontro, di un luogo, la vita di una situazione. Il tempo del film è la fiducia di quell’incontro”.
Eppure, è proprio in questa tensione estetica che Sotto le nuvole rischia di perdersi, ripiegando sulle stesse figure e situazioni, fino a girare a vuoto, senza nulla di più da dire. L’eccesso retorico, insieme a qualche segmento troppo artificioso e un velo di pretenziosità e autocompiacimento figurativo (dato dallo status artistico di Rosi), incrina talvolta la forza complessiva del racconto.
Ciò nondimeno, resta una visione interessante, capace di restituire tanto la Napoli che c’è quanto quella “che non c’è più”, oscillando tra luce e ombra, acqua e cenere, smarrimento e speranza. Un film che, insieme all’istintivo e pop(olare) Napoli Magica di Marco D’Amore e all’antropologia mi(s)tica di Paolo Sorrentino in Parthenope, compone un ideale terzetto di sguardi che continuano a interrogare la città e il suo mistero inesauribile.
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