
FESTIVAL DI VENEZIA 82
A HOUSE OF DYNAMITE, non se, quando
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: A House of Dynamite
USCITA ITA: 8 ottobre 2025
REGIA: Kathryn Bigelow
SCENEGGIATURA: Noah Oppenheim
CON: Idris Elba, Rebecca Ferguson, Gabriel Basso, Jared Harris, Tracy Letts, Anthony Ramos
GENERE: thriller
DURATA: 112 min
VOTO: 7
RECENSIONE:
Un missile nucleare in arrivo, un conto alla rovescia implacabile e la normalizzazione dell’impensabile: Kathryn Bigelow torna al thriller politico con A House of Dynamite, trasformando un blockbuster Netflix e una sceneggiatura abbastanza generica nell’ennesima lezione di regia e in un laboratorio tensivo sulla follia, l’angoscia e le contraddizioni del potere.
Non se. Quando. È questa la tagline che accompagna A House of Dynamite, il film Netflix (presentato in concorso all’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia) che segna l’atteso ritorno dietro l’occhio della macchina da presa di Kathryn Bigelow - prima donna nella storia ad aggiudicarsi l’Oscar alla miglior regia. Ed è il monito espresso da questo thriller (fanta?)politico scritto da Noah Oppenheim, che immagina l’esercito e il sistema governativo degli Stati Uniti alle prese con uno scenario catastrofico: un missile atomico di provenienza ignota è stato lanciato e colpirà una dei maggiori centri del paese in meno di un’ora. Inizia così un implacabile conto alla rovescia, una corsa affannosa e tormentata per scoprire il responsabile, intercettare l’ordigno e decidere se e come reagire.
Dall’efferata distensione romanzata dei veri fatti avvenuti a Detroit nel 1967, Bigelow passa quindi ad una riflessione più ampia sulla politica americana e sui conflitti globali, tornando dunque al genere che ne ha fatto la fortuna, ma mantenendo sempre e comunque una gravitas, uno sguardo su un’umanità intrappolata in ruoli e situazioni predeterminate, incapace di liberarsi dai meccanismi che lei stessa ha contribuito a creare. Come nei suoi lavori più blasonati – come The Hurt Locker e Zero Dark Thirty – costruisce tensione e urgenza senza mai sacrificare la complessità dei personaggi, mostrando come il potere, la paura e la responsabilità personale si intreccino in modi spesso imprevedibili.
Non solo, con A House of Dynamite (che produce anche) la cineasta intende prendere di petto un paradosso del nostro presente: “la follia di un mondo che vive all’ombra costante dell’annientamento, eppure ne parla raramente”. Lei, “cresciuta in un’epoca in cui nascondersi sotto il banco di scuola era considerato il protocollo di riferimento per sopravvivere a una bomba atomica. Per quanto assurda all’epoca la minaccia era così immediata che tali misure venivano prese sul serio. Oggi il pericolo non ha fatto che aumentare”.
La febbre del mondo (e dell’uomo) ha raggiunto livelli irreparabili. La paranoia, la sfiducia, le ostilità regnano sovrane tra nazioni che possiedono armi nucleari sufficienti a porre fine alla civiltà in pochi minuti. Tanto da fare della Terra una vera e propria “polveriera” pronta ad esplodere da un momento all’altro. Nondimeno, c’è una sorta di intorpidimento collettivo a riguardo. O, per dirlo con le parole di Bigelow, “una silenziosa normalizzazione dell’impensabile”. Com’è possibile definire tutto questo “difesa” quando l’inevitabile risultato è (soltanto) l’annientamento totale?
È attorno a questa domanda che si costruisce questo dramma da camera uno e trino (alla stregua di una miniserie in tre puntate ridotta all’essenziale) travestito da blockbuster d’autore, in costante “esplosione” di prospettive, fatto di gradi, sigle e codici, numeri implacabili, come lo sono, del resto, dubbi, probabilità, garanzie. Un film di dialogo - effettivo e virtuale - in cui il thriller è trasfigurato in una specie di noir della coscienza, dell’esecuzione e dell’(auto)conservazione burocratica.
Resa o suicidio sono le opzioni perfettamente convogliate da una (nuova) lezione di regia (asciutta e ostinata) e di montaggio (serrato, quello curato da Kirk Baxter) capace di restituire con precisione la complessità del sistema e dei suoi operatori - questi ultimi, interpretati ottimalmente da un cast stellare, fra cui si contano nomi come Idris Elba, Rebecca Ferguson, Jared Harris, Anthony Ramos, Greta Lee e il fido Jason Clarke - senza sacrificare l’esercizio della suspense. Che è poi la sua vocazione più immediata.
È questo equilibrio, nonostante tutto, a preservare la coesione di A House of Dynamite, proteggendolo dalla patina della confezione streaming e dalla genericità della sceneggiatura di un Oppenheim in ripetizione e reiterazione di sé stesso e della sua Zero Day (così come altri testi simili, recenti e non). Permettendogli, in fondo, di imporsi come autentico laboratorio sull’angoscia e le contraddizioni del potere di fronte ad un “prevedibile imprevisto”.
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