
LOCKED, talento in gabbia, idee a vuoto
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Locked
USCITA ITALIA: 20 agosto 2025
USCITA USA: 21 marzo 2025
REGIA: David Yarovesky
SCENEGGIATURA: Michael Arlen Ross
CON: Bill Skarsgård, Anthony Hopkins
GENERE: thriller
DURATA: 95 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Locked mette uno contro l’altro due giganti Bill Skarsgård e Anthony Hopkins, trasformando un SUV nel palcoscenico claustrofobico di un duello generazionale. Ma dietro la potenza degli interpreti e una regia dalle valide intuizioni, si nasconde una scrittura fragile, incapace di sostenere davvero le proprie ambizioni.
Bill Skarsgård e Anthony Hopkins sono i due soli, veri protagonisti di Locked - In trappola, il remake dell’argentino 4x4, diretto da Mariano Cohn e co-scritto col sodale Gastón Duprat [di per sé molto simile a Captured, un film direct-to-video del 1998], che segna il ritorno dietro la macchina da presa del pupillo di James Gunn, David Yarovesky. Due attori che, durante il corso delle loro rispettive carriere, sono riusciti a imporsi nell’immaginario collettivo grazie ai mostri (uno o più). E, naturalmente, con approcci profondamente diversi.
Skarsgård è abituato a scomparire dietro il make-up, dietro la maschera, divenendo prima il volto inconfondibile del demoniaco clown Pennywise, e distinguendosi di recente nel restituire nuova linfa al leggendario Conte Orlok nella rivisitazione di Nosferatu firmata da Robert Eggers. Hopkins, dal canto suo, non ha bisogno di presentazioni: col suo arguto e inquietante Hannibal Lecter, ex psichiatra e criminologo, ha conquistato il suo primo Oscar (su due) e - con la complicità di Jonathan Demme e Ted Tally - ha ridefinito l’archetipo dell’“horror maniac”, trasformato in un intellettuale colto, carismatico e disturbato in grado di spostare il terrore dal mero gesto violento all’imprevedibilità della mente. Una creatura, questa, che ha tracciato la strada al modello del “criminale brillante” ancora oggi onnipresente nella cultura audiovisiva.
È essenzialmente sulla base e in conformità con questi loro curriculum, su questo portato simbolico, ché Locked costruisce il suo gioco di specchi: qui il “mostro” non è soltanto un elemento narrativo, ma diventa l’immagine sedimentata che ciascun attore si porta appresso. Quella che Yarovesky sfrutta per orchestrare un incontro-scontro generazionale e cinematografico, donando corpo e slancio alla sceneggiatura di Michael Arlen Ross, altrimenti piuttosto modesta, oltre che poco originale. Il punto non è il suo essere o meno rifacimento (dichiarato) di un’altra pellicola, bensì il suo rifarsi ad una tradizione ben specifica di thriller ambientati (quasi) integralmente in uno spazio ridotto, ben descritto, circoscritto e inevitabilmente claustrofobico. Parliamo di Cube, In linea con l’assassino, Panic Room, Buried, ma anche del primissimo La notte del giudizio - del quale questo è praticamente un capovolgimento delle parti, mantenendone ciononostante moltissimi discorsi.

In questo caso, però, non c’entra una cabina telefonica, una bara, neppure di una casa, quanto un SUV ipertecnologico e superaccessoriato convertito a gabbia di lusso per Eddie, un ex-criminale che, scoprendola aperta, ci si getta dentro nella speranza di trovarci qualcosa di prezioso da rivendere per qualche paio di bigliettoni. Purtroppo per lui, questa rapina improvvisata si trasforma fin da subito in un incubo premeditato. Il veicolo in realtà è programmato per non lasciar uscire chiunque vi entri. Sigillato all’interno, tagliato fuori dal mondo e da ogni possibilità di contatto, il ragazzo comprende di essere diventato la cavia di un esperimento perverso, orchestrato da William, il proprietario dell’auto: un medico in pensione di origini gallesi, rimasto solo e consumato dalla diagnosi di un cancro incurabile, che vede in quella trappola l’occasione di riequilibrare i conti con l’esistenza e riversare, con fredda e cinica determinazione, la propria rabbia e il proprio rancore di maschio bianco ricco e facoltoso su un bersaglio tanto casuale quanto simbolico. Quello che in scrittura sarebbe stato un classico rapporto vittima-carnefice, col casting si trasforma sullo schermo in qualcosa di più sfumato e ambiguo, dove i ruoli si rilanciano, contaminano, ribaltano. Al punto che i protagonisti finiscono per incarnare, ciascuno, il mostro dell’altro: chi il sadico carceriere, torturatore, chi invece la personificazione vivente di tutto ciò che più odia al mondo, un concentrato di paure, rancori, pregiudizi, dei motivi stessi del rovinoso e tragico stato delle cose contro cui opporsi come giudice, giuria e boia. Una sorta di Clint Eastwood in salsa Giustiziere della Notte.

Ciò detto, quasi si trattasse di un Cosmopolis più fracassone e grossolano, Locked si tramuta ben presto in un caotico ricettacolo delle tensioni e derive del contemporaneo. Lo scontro dialettico che si instaura tra Eddie e William scivola liberamente dal divario sociale ed economico alle “cancellature”, trasfigura la corrente divisione di un’America sull’orlo di una nuova guerra civile, le inarrestabili culture wars (inevitabilmente destinate a un’esasperazione triviale e, il più delle volte, pretestuosa) tra woke e conservatori, fino a deviare verso un risentimento generazionale più immediato, spontaneo, viscerale, con la tecnologia a fare da motore e arbitro silenzioso, al tempo stesso regolatrice e commentatrice beffarda.
Non a caso il SUV - epigono emblematico della Christine kinghiana - si chiama Dolus, e il suo logo, sul fronte e sul retro, raffigura la dea della giustizia. Un’intuizione certo ingenua e un po’ semplicistica, che non stonerebbe in un episodio delle ultime stagioni di Black Mirror, ma che, in fondo, restituisce bene l’idea di una thrill ride (o, se preferite, di un tour de force) non fondata unicamente sulla statura e bravura dei suoi interpreti, come ci si sarebbe potuti immaginare.
Locked ha dunque almeno un qualche scampolo di direzione - che di questi tempi è già molto - e un’idea di messa in scena capace di cucire insieme immaginario, riferimenti e tensione drammatica. Tuttavia, esaurisce abbastanza in fretta le proprie potenzialità e i propri discorsi, lasciando intravedere i limiti di una scrittura che dà tutto troppo per scontato e che si riduce - suo malgrado - all’espressione in chiave horrorifica di un giorno di ordinaria follia su un qualsiasi social network o spazio virtuale. Così, dopo un avvio promettente, approssima, (sovrac)carica, muovendosi lungo traiettorie e itinerari già battuti verso un finale posticcio e sgraziato che non riesce in alcun modo a restituire la forza delle premesse.
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