
A REAL PAIN, l'emozione matematica di Jesse Eisenberg
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: A Real Pain
USCITA ITALIA: 27 febbraio 2025
USCITA USA: 1 novembre 2024
REGIA: Jesse Eisenberg
SCENEGGIATURA: Jesse Eisenberg
CON: Jesse Eisenberg, Kieran Culkin, Will Sharpe, Jennifer Grey
GENERE: commedia, drammatico
DURATA: 89 min
Vincitore di un Golden Globe, candidato a 2 premi Oscar
VOTO: 6+
RECENSIONE:
Alla sua seconda esperienza dietro la macchina da presa, l'attore Jesse Eisenberg racconta il viaggio di dolore di due cugini (che paiono quasi fratelli) attraverso la Polonia e i luoghi della loro famiglia. Due personaggi apparentemente agli antipodi rappresentano le due anime di A Real Pain, idealmente progettato su un contrasto tra (una) forma (filmica) e (una) sostanza (emotiva) che però si ferma poco prima di aprirsi alle naturali vibrazioni dell'essere e dell’esistere in quel dolore.
C’è un momento, in A Real Pain - la seconda regia dell'attore Jesse Eisenberg -, in cui qualcuno sbotta contro l’organizzazione del "tour del dolore” al quale sta prendendo parte, visitando alcuni dei luoghi e dei monumenti simbolo della Polonia di ieri e di oggi, alla riscoperta delle origini della propria famiglia sopravvissuta all’Olocausto. L'oggetto della lamentela, nello specifico, concerne il fatto o l'impressione che non ci sia mai modo o tempo per provarlo, sentirlo, decantarlo, percepirlo davvero questo dolore; quello reale del titolo.
Una rimostranza, questa, che si potrebbe beffardamente estendere, e che anzi lui stesso potrebbe mordacemente attribuire anche alla pellicola della quale è co-protagonista. Di nome, fa Benji Kaplan e insieme al cugino (nato tre settimane prima o dopo di lui e che, pure per questo, sembra quasi un fratello) David decide di partire dagli States e imbarcarsi, appunto, per un viaggio attraverso la Polonia, al fine di onorare la recente scomparsa della nonna molto amata e venerata da entrambi, e la storia di grande resilienza in quanto superstite (solo fisica) della tragedia dei campi di concentramento.
I due sono letteralmente agli antipodi e condividono una relazione di amore, odio e ferite sommerse, motivo di innumerevoli angosce e inadeguatezze. David conduce un’esistenza all’apparenza idilliaca, vive in un bel quartiere di New York, fa un lavoro del quale forse si vergogna, ma che rende bene (ad un “sistema del cazzo”). Ciò nondimeno, dietro questa parvenza di stabilità e agio, egli cela una serie di complessi e questioni irrisolte. È un maniaco del controllo evidentemente affetto da paura sociale, un tempo sensibile ma corroso, frustrato, inibito da un dolore che non reputa abbastanza “eccezionale”. O comunque non come quello del nostro Benji.
Aria da squatter o da junkie, questi, dal canto suo, è uno spirito libero e sfrenato, acceso, reso adorabile, e insieme attanagliato da una schiettezza spesso fuori controllo, polemica e irriverente, ma anche da una depressione cronica, dovuta ad una complessità di fattori percettibili, e sprofondata nella dipendenza e nell'autolesionismo a seguito della morte della nonna. Insomma, quello che nel tennis si definisce una wild card, un jolly, la cosiddetta, imprevedibile "carta matta" in e di un film che tuttavia incarna quasi del tutto la personalità del "cugino fraterno".

Non è un caso allora se a vestire i panni di David c’è proprio colui che, A Real Pain, lo ha scritto e diretto, sulla scorta di pellicole quali Un biglietto in due, A proposito di Schmidt, Ogni cosa è illuminata, La mia vita a Garden State, Molto forte, incredibilmente vicino, The End of the Tour, unite a tanta commedia ebraica e (curiosamente) al coevo e similissimo Treasure di Julia von Heinz. Di fatto, Jesse Eisenberg si impegna in un ruolo dalle tracce autobiografiche che è, al contempo, figurazione e appendice, visibile e filmata, di tutto ciò che si svolge dietro la macchina da presa. Eppure, questa cosa pare non infastidire un accorato Kieran Culkin (già "fratello di un cugino" in tutt’altra occasione e tutt’altro racconto), per cui la parte di Benji non è che il proseguio naturale della rinascita attoriale cominciata con la seconda stagione di Fargo e, in particolar modo, col personaggio di Roman Roy in Succession.
Anzi, la pellicola diventa il veicolo giusto, compito ed efficiente per condurlo per mano nella stagione dei premi e - cosa che, col senno di poi, è successa - farlo trionfare. Certamente non per lui, ma purtroppo per noi e per Eisenberg, A Real Pain dovrebbe e vorrebbe essere ben altro, e avrebbe tutti gli elementi e i presupposti per diventarlo. Tolte una riflessione interessante riguardo lo stato dell’arte del turismo (sempre a rischio omologazione) e una sorta di grammatica della gestualità, uno di questi requisiti risiede proprio nel modo in cui funziona il film, idealmente progettato su un contrasto tra forma e sostanza; tra una messa in scena rigorosa, limpida, metodica, schematica, e una materia emotiva e narrativa, una scrittura e interpretazione dei personaggi sentita, coinvolgente, tenera, umanissima.

Tale opposizione, come avrete già intuito, si rivolta altresì a discapito di Eisenberg, che lascia viaggiare in parallelo filmico e pro-filmico per un’ora e trenta senza mai fonderli realmente. Fermandosi prima del tempo, quel tanto che basta per non ottenere una sintesi effettiva, rilevante, scevra da una mera funzionalità, capace di elevare la storia e aprirla alle naturali vibrazioni dell'essere e dell’esistere nel dolore. Quel malessere che dovrebbe sembrare e che viene promesso come reale, ma che, all'atto pratico, si svela in tutta la sua viziosa e viziata artificiosità, giungendo allo spettatore pressoché come il prodotto algido, sintetico e strettamente testato di un calcolo algebrico, di una macchina alimentata a forza di passaggi arbitrari, frammenti verbosi, fin troppo scritti, e di uno Chopin che non smette neanche un attimo di suonare.
A Real Pain si limita allora a questo: a due character studies passati attraverso le spesse maglie della geometria di una sofferenza mai compiuta, esplosa, fatta respirare e traspirare. Ad una lucida e clinica riflessione sulla memoria, fra segni e residui, fisici e non, eppure ugualmente laceranti. E ancora, ad un catalogo di architetture, date, aneddoti. Ad una cronaca pseudo-documentaristica di una Polonia anch’essa contrastata, a mò di incubo travestito da sogno, o soltanto ingenuamente vista, a prova di americano, fotografata da un Michał Dymek sospeso tra Storaro e Papamichael, tra Woody Allen e Alexander Payne. O, in alternativa, ad un racconto scandito da fumate furtive e rievocative su tetti di palazzi, pietre commemorative e schiaffi, più o meno concreti, teoricamente catartici, ma ridotti nondimeno ad estremi gesti, se non proprio ad effetti speciali di una narrazione emozionante come solo una formula matematica (non) sa essere.
E così, al pari dei suoi protagonisti, il film saluta, tornando - va da sé, rigorosamente e simmetricamente - dove tutto è iniziato, scosso quel poco che basta per giustificare la fatica del viaggio.
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