
DIAMANTI, il lungo spot di un cinema diventato brand
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Diamanti
USCITA ITALIA: 19 dicembre 2024
REGIA: Ferzan Özpetek
SCENEGGIATURA: Elisa Casseri, Carlotta Corradi, Ferzan Özpetek
CON: Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Geppi Cucciari, Anna Ferzetti, Aurora Giovinazzo, Nicole Grimaudo, Milena Mancini, Paola Minaccioni, Kasia Smutniak, Stefano Accorsi, Vinicio Marchioni, Luca Barbarossa, Mara Venier, Ferzan Özpetek
GENERE: drammatico, commedia, storico
DURATA: 135 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Forte di ben 18 attrici protagoniste, Ferzan Özpetek firma un omaggio alle donne, a chi le ama e, di conseguenza, alle donne del e nel cinema. Ecco Diamanti, il racconto di una bottega di costumi nella Roma degli anni '70 inserito in una cornice metanarrativa che vede lo stesso regista tra i personaggi. Purtroppo non basta l'altisonanza e la grandeur del progetto per assicurarne la riuscita ed evitare alla pellicola il destino di uno stereotipato bignami (qualcuno direbbe summa, noi preferiamo spot) di un regista che si loda e imbroda, e che qui sembra conoscere solo la glaciale lingua del commercio.
“Ciò che rimane quando tutto il resto sparisce. Questa è l’eternità. Questo è il cinema”. Iniziamo dalla fine o, per meglio dire, dalla frase su cui si chiude l’ultima immagine di Diamanti, il nuovo film (qualora non lo sapeste) di Ferzan Özpetek, per chiederci proprio che cosa rimarrà di questa quindicesima fatica del cineasta italo-turco. “Un diamante è per sempre” diceva una famosa pubblicità, e i suoi? Saranno altrettanto duraturi, longevi? Solo il tempo, come noto, ci saprà fornire una risposta.
D’altronde, è nel tempo che affonda l’arte (e la Settima in particolare), e con essa il ricordo (di cinema) da cui prende il via la storia di Diamanti. Quello di un giovane Özpetek che, durante i suoi primi anni nel settore, si ritrovò a frequentare celebri sartorie romane, luoghi popolati principalmente da donne (a cui si sommano le tante che lo hanno accompagnato e cresciuto da bambino), tessitrici a pieno titolo di una storia del cinema italiano, di una tradizione artigianale e creativa, di un mito inseguito, invidiato, riconosciuto in tutto il mondo.
Lo stesso al quale il regista vuole oggi porre i propri ossequi, immaginando il racconto di uno di questi laboratori in una Roma dorata degli anni ‘70. Un microcosmo tutto al femminile, un mondo dentro al Mondo traboccante di tante piccole storie, la cui indaffarata quotidianità viene scossa dall’arrivo di una tanto geniale quanto maniacale costumista premio Oscar, tal Bianca Vega (ritagliata sulla sagoma della famosa Milena Canonero, eccellenza assoluta, sodale di Kubrick, Coppola e Wes Anderson, nominata nove volte dall’Academy e vincitrice ad oggi di ben quattro statuette), che commissiona alla bottega i costumi per un importante film.

Ci sono quindi Alberta e Gabriella Canova, sorelle e proprietarie, la prima algida ed esigente, la seconda timorosa e smarrita, ma entrambe perseguitate dai fantasmi del passato. C’è poi la capo sarta Nina, che ha un proto-hikikomori per figlio, la ricamatrice Eleonora, vedova, e sua nipote Beatrice, ribelle ma dall’intuito prodigioso, a cui si aggiungono la tingitrice Carlotta e la modista Paolina, quest’ultima abbandonata dal compagno, in difficoltà economica e con un figlio piccolo che si porta appresso e nasconde segretamente nella stanza dei bottoni. Ma anche le sarte Nicoletta, malmenata e picchiata dal marito Bruno, e Fausta, fieramente single, ironica e sessualmente procace, più l'ultima arrivata, la giovane stagista Giuseppina, e la generosa cuoca del palazzo, nonché ex ballerina del varietà Silvana, che, quasi fosse una nonna (putativa), ha sempre una parola di conforto e un pasto caldo e abbondante per tutte e tutti loro.
Ad interpretare tutte queste donne e, di conseguenza, tutte queste storie di traumi, amori, dolori, tradimenti, emancipazione, solidarietà, comunione, forza, coraggio, intelligenza, sono le prime destinatarie degli omaggi, della devozione e dell’ammirazione di Özpetek. I Diamanti del titolo, storici amori da set, vecchie intese professionali, e nuove scoperte del nostro: rispettivamente Vanessa Scalera, Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Paola Minaccioni, Lunetta Savino, Aurora Giovinazzo, Nicole Grimaudo, Anna Ferzetti, Milena Mancini, Geppi Cucciari, Mara Venier, senza dimenticare Milena Vukotic in una piccola, ma deliziosa parte, Elena Sofia Ricci in una di felliniana memoria, Kasia Smutniak e Carla Signoris nei panni di una coppia di attrici rivali e di divismi opposti, rappresentanti l’una il cinema (con nume Sophia Loren), l’altra il teatro, vale a dire i due canali e mezzi principali lungo cui si è sviluppata e definita l’opera özpetekiana.
Va da sé - eccezion fatta per le facce e i corpi aitanti e giovanili su cui il cineasta (e le sue donne con lui) posa lo sguardo - si contano sulle dita di due mani le presenze maschili che sfilano di fronte alla macchina da presa: Stefano Accorsi presta il volto al regista, agitato e insicuro, del film per cui le nostre sarte devono realizzare i costumi, Luca Barbarossa è semplicemente sé stesso, Vinicio Marchioni diventa o, meglio, viene trasformato nel baffuto, violento e misogino Mastandrea (nel bieco tentativo) di (rifare anche) C’è ancora domani. Valerio Morigi è invece impegnato in un ruolo marginale e abbastanza dimenticabile, mentre Edoardo Purgatori interpreta un segretario senza arte né parte, per non parlare di Carmine Recano, che sottolinea quel sapore di fiction connaturato al progetto…

Non scordiamoci però che, alla fin fine, il solo ed unico diamante che conta in Diamanti è proprio, e purtroppo, Özpetek, scritto esattamente così, senza bisogno d’altro, di nome o di appellativi vari.
Del resto, esauriti i convenevoli, gli ossequi, le lettere d’amore a coloro con cui ha stretto un sodalizio (ma la dedica è anche rivolta a Mariangela Melato, Virna Lisi e Monica Vitti “nella speranza di poter lavorare con loro un giorno”), l’onore e i riflettori sono tutti su di lui, che sceglie di includersi, mostrarsi, concedersi e costituirsi all’occhio del suo stesso cinema. Anche se è più indicato parlarne come d'un esso; come di un brand che ormai non ha alcun bisogno di presentazioni e che allestisce questa sfilata al pari di uno stunt, di un’acrobazia, una certificazione e dimostrazione d’amabilità, sensibilità, empatia ed eminenza, solo ed esclusivamente in nome di una vana immodestia. Per soddisfare le esigenze di indiscusso narcisismo e sostentare il culto di una personalità - si potrebbe e dovrebbe pensare - strabordante.
È questa, in fondo, l’àncora di un film che è di fatto lo stereotipato bignami (qualcuno direbbe summa, noi preferiamo spot) di un regista che si loda e imbroda quale nucleo e propulsore di un carnevale parossistico di personaggi, archi narrativi, atmosfere e linguaggi dal più alto (il dramma di pseudo-impegno sociorealista o di pseudo-ricostruzione storica) al più basso e popolare (la soap-opera e la fiction generalista, a cui appartengono alcuni nomi e un’elezione quasi soffocante per il primo piano).
Un’operazione che, per quanto voglia sviare la calorosa fotografia di Gian Filippo Corticelli, conosce solo la glaciale lingua del commercio, spingendosi oltre il blockbuster d’autore o prodotto pop che dir si voglia, e anzi dichiarando in maniera così enfatica, evidente, programmatica, le proprie mire (industriali) da risultare infine niente di meno che sguaiato.

Per fortuna, può disporre di questi diamanti, di un cast di fuoriclasse, incantevoli talenti, mattatrici, promesse mantenute (è il caso di una Giovinazzo sempre magica) e rivelazioni inaspettate (Venier: di una tenerezza e verità quasi commoventi), capaci di portare emozione, vitalità e colore ad un microcosmo a tracotante uso e consumo del suo Dio, padre e padrone, senza alcuna possibilità di autoironia, figurarsi di critica. E, con esso, ad una sceneggiatura con la quale il cineasta spera di realizzare un abito pregiato, pur limitandosi a raccogliere dal pavimento della propria bottega scampoli di varia qualità e misura, e a cucirli con fare pigro, sfilacciato, grossolano.
Giusto qualche gemma di miracolosa grazia riesce allora a spuntare fra le pieghe di questo arazzo non solo decorato, ma intessuto con materiale scadente. Il merito è loro, ovviamente: di donne naturalmente dirette verso il cielo, ma per loro sfortuna “di Ozpetek”, e quindi ostacolate dallo stesso racconto di cui sono protagoniste, il quale si adopera in ogni modo per incastrarle nel proprio di cielo, pensarle e ridurle ad una dimensione funzionale. All’orizzonte di cartapesta di una cornice metanarrativa fasulla, contraffatta, patetica, pleonastica che priva di lustro la finzione per cui funge da proemio, da dichiarazione d’intenti, sminuendola fin quasi al livello di una lussuosa recita fra amici e amiche.
Ma, di nuovo, rimarrà qualcosa di questo “vaginodromo”? “Hai delle idee chiare?”, fa eco con lungimiranza uno dei Diamanti. Forse sì. Quel che latita qui è semmai la vera complicità di un cuore che batta davvero per un “noi”, dal momento che “io non esiste”. Teoricamente, beninteso.
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