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            22 Novembre 2024
            Non sono quello che sono Edoardo Leo Otello di Shakespeare Recensione Film Cinemando
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            NON SONO QUELLO CHE SONO si ferma al paradosso del titolo

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Non sono quello che sono
            USCITA ITALIA: 14 novembre 2024
            REGIA: Edoardo Leo
            SCENEGGIATURA: Edoardo Leo
            CON: Edoardo Leo, Jawad Moraqib, Ambrosia Caldarelli, Antonia Truppo, Matteo Olivetti, Michael Schermi, Vittorio Viviani
            GENERE: drammatico, noir
            DURATA: 115 min
            Presentato al Festival di Locarno 2023

            VOTO: 4.5

            RECENSIONE:

            Per la sua nona esperienza dietro la macchina da presa, Edoardo Leo sceglie di rivisitare e riportare all'attualità la sempiterna tragedia dell'Otello di Shakespeare per parlare di relazioni tossiche e femminicidio. Nonostante le nobili intenzioni, il film si riduce però ad un calderone di idee intriganti se prese singolarmente, ma che messe insieme giustificano tutt'al più un esercizio di stile, il cui peccato originale coincide proprio con l'elemento di particolarità e maggior richiamo.

            Non sono quello che sono. Il titolo del nuovo film di (e con) Edoardo Leo suona quasi come uno scongiuro, un gesto scaramantico per scacciarsi di dosso anche il minimo accenno di critica. In verità, è una celebre frase dell’Otello di William Shakespeare. Un ossimoro, sì, che incarna non soltanto l’essenza di uno dei suoi personaggi principali, ma di tutta questa storia secolare - fatta di doppiezza, gelosia, tradimenti, e animata da un tragico desiderio di vendetta e rivalsa - che, come ogni opera del Bardo, ha gettato la propria influenza su tutto ciò che le è succeduto.

            Una tragedia tumultuosa, rivoluzionaria per l’epoca, e ancora oggi straordinariamente attuale. Il merito è del soffio eterno a cui l’attore e regista si affida per la sua nona esperienza dietro la macchina da presa. Il suo tentativo è infatti quello di dar vita ad una rilettura, una rivisitazione, un adattamento contemporaneo “il più possibile rispettoso dell'originale”, ma che al contempo si rivolga alla cronaca atroce che, purtroppo, giorno dopo giorno, si popola di nuovi casi e nuove donne preda della violenta gelosia dei compagni.

            “Partendo quindi dal confronto tra le numerose traduzioni italiane della pièce - ha spiegato Leo - è maturata la convinzione che per restituire la 'parola' di Shakespeare, il dialetto (romano e napoletano) fosse paradossalmente il più vicino a rappresentare la forza di quel linguaggio”. E, complice il trasloco nel sottobosco criminale e mafioso della Capitale, a rendere idealmente tutta la gravità di “un’indagine sul male di una modernità sconcertante, fra razzismo, violenza, invidia sociale, maschilismo, femminicidio”.

            D'altra parte, è sufficiente lo scacco, l’insolubile dilemma a cui dà adito quella frase di Iago per indicare la profondità psicologica che l’originale shakespeariano concede ai suoi personaggi e riporta a noi e alle nostre contraddizioni. Allo stesso tempo, il titolo Non sono quello che sono rende perfettamente l’idea e il principio di un film che non è del tutto Shakespeare, né tantomeno un vero gangster movie o crime drama con sfondo ostiense, ma che anzi vorrebbe ambire a qualcos’altro, qualcosa di più, beneficiando e trovando un proprio senso e scopo precisi da entrambe le suggestioni. 

            Non sono quello che sono Edoardo Leo Otello di Shakespeare Recensione Film Cinemando

            Malauguratamente, nonostante siano fuori discussione le sue nobili intenzioni (e lo testimonia il tour di masterclass che l’autore ha tenuto nei principali atenei italiani, col fine di sensibilizzare i più giovani sul tema della violenza di genere e delle relazioni tossiche), la pellicola si ferma al paradosso di quel titolo. Ad un mero veicolo di diffusione di un messaggio che, in concreto, viene però trattato e messo in scena in maniera alquanto scolastica, appellandosi ad un’iconografia e una grammatica visiva convenzionale, affettata. Ad un'operazione fin troppo evidente di nobilitazione dello stesso interprete, regista e sceneggiatore agli occhi del pubblico. O ancora, ad un calderone di idee pure intriganti se prese singolarmente, ma che messe insieme giustificano tutt'al più una posa; un esercizio di stile, il cui peccato originale coincide proprio con l'elemento di particolarità e maggior richiamo. In quella licenza poetica di “tradurre” Shakespeare in dialetto, mantenendo tuttavia l’impostazione enfatica e ridondante del palcoscenico e della sua recitazione, senza per questo piegarsi alla teatralità, e restando comunque aggrappato a vesti cinematografiche.

            Il classico esempio del “chi troppo vuole, nulla stringe” che, non bastasse, sbaglia pure i fondamentali. Difatti, l’unico membro del cast a disporre di un personaggio minimamente scritto e che, sulla scena, sa trovare un equilibrio fra queste anime è (guarda caso) colui che, il film, lo ha pensato e firmato (nei panni di uno Iago accigliato). Tutti gli altri - dall’esordiente Jawad Moraqib alla più esperta Antonia Truppo, o al Matteo Olivetti di innocenziana memoria - devono invece fare fin da subito i conti con un copione che non li considera oltre la loro natura di maschere predestinate, in cui latita l’approfondimento psicologico per il quale, come sopra, è nota la controparte, e che quindi sacrifica ogni loro scampolo di possibile credibilità. Essi si vedono perciò costretti a scommettere su una recitazione accentuatissima che sfocia spesso nel puro overacting.

            Figurarsi poi se, superata la mancata fusione, l’insperata cacofonia tra adesione drammaturgica al testo originale e sua messa in scena, neanche la derivazione da Shakespeare ispira Leo a smarcarsi dall’abusato filtro iconico di opere vecchie di decenni, da un immaginario ancora risalente ai Marco e Ciro del Gomorra garroniano. 

            Ecco svelata dunque la vera, involontaria impresa di Non sono quello che sono; l’unica che, a conti fatti, nonostante i richiami all’attualità e il gioco della lingua, gli riesce. E cioè dimostrare il carattere sempiterno di questa storia per azione inversa, appiattendola, rendendola innocua, sabotando a pieno la sua intensità.

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