
MADAME CLICQUOT, il racconto all'acqua di rosè di una grande rivoluzione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Widow Clicquot
USCITA ITALIA: 12 settembre 2024
USCITA USA: 19 luglio 2024
REGIA: Thomas Napper
SCENEGGIATURA: Erin Dignam
CON: Haley Bennett, Tom Sturridge, Sam Riley, Ben Miles
GENERE: biografico, drammatico, storico
DURATA: 89 min
Presentato in anteprima al Toronto International Film Festival 2023
VOTO: 5
RECENSIONE:
Haley Bennett interpreta Barbe-Nicole Ponsardin, vedova Clicquot, la rivoluzionaria "Gran Dama dello Champagne", in Madame Clicquot di Thomas Napper. Adattando il romanzo di Tilar Mazzeo, il film vorrebbe dipingere appunto una figura precorritrice dei suoi tempi, ma resta con un romanzo rosa monocorde, esteticamente tagliato e ricucito sulla falsariga di Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright (che produce), incapace di rendere l'intensità della sua protagonista.
Il titolo italiano è Madame Clicquot, ma (come, ahinoi, spesso accade) molto più giusto e preciso è quello originale: Widow Clicquot, Vedova Clicquot. Difatti, oltre ad un chiaro riferimento all’azienda Veuve Clicquot Ponsardin (tutt’oggi tra le più pregiate e rinomate produttrici di champagne al mondo), nella posizione - umana e sociale - di vedovanza della sua protagonista risiede il fulcro dei discorsi e della visione che la sceneggiatrice Erin Dignam e il regista Thomas Napper propongono della figura, della vita e dell’opera di Barbe-Nicole Ponsardin in Clicquot.
Parliamo infatti di una delle prime imprenditrici che la storia abbia mai conosciuto, nota anche col soprannome di "Gran Dama dello Champagne" per aver fatto fiorire l'azienda inaugurata dal marito François - che la lasciò vedova, appunto, a soli 27 anni - e aver rivoluzionato l’industria per i successivi 50 anni e più. Grazie alle sue abilità, alla sua intraprendenza (che la portò addirittura ad aggirare l’embargo di Napoleone) e al suo spirito per gli affari, la compagnia divenne tra le principali in Francia. E lei, una delle prime a immaginare un “mercato apolide a livello globale”. O ancora, a varare la tecnica del remuage: un’invenzione e innovazione senza precedenti, che ancora oggi viene utilizzata nel processo di fermentazione del vino.
Ciò detto, come facilmente intuibile, questa sua gestione in solitaria, unita all’interesse per una sfera di competenza prettamente maschile, destò non pochi malumori, biasimi e tentati ostacoli al tempo. Eppure, la nostra si avvalse proprio del suo essere vedova agli occhi della legge (degli uomini “sicuri solo di sé stessi”); nello specifico, di una clausola del codice napoleonico, per affrancarsi da quella stessa legislazione giuridica, politica, sociale, talora nemmeno scritta. Trasgredendo, in altre parole, le ingiunzioni di chi l’avrebbe voluta madre e casalinga, così da poter essere definitivamente libera e indipendente.

Tutte informazioni, queste, che sono facilmente reperibili con una semplice e veloce ricerca, e che purtroppo Madame Clicquot non riesce a rendere adeguatamente nei suoi nemmeno 90 minuti di durata. E non tanto per un fatto di quantità, bensì di qualità (nella scelta) dei frammenti di vita e dei fatti narrati.
Come afferma la protagonista, in lei coesistono "più identità", ma a quanto pare, nel trasporre le pagine di Tilar Mazzeo, la già citata Dignam (ri)porta alla luce (del cinema) quelle meno funzionali ai fini di un discorso chiaro soltanto nella teoria, e di un ritratto solo potenzialmente contemporaneo. Il carattere precorritore, disubbidiente, astuto della Gran Dama si scorge pertanto in qualche sporadico segmento di lavorazioni, esperimenti e alchimie. Ma soprattutto nelle parole di un comodo, didascalico, banalissimo monologo-confessione finale, durante cui si comprime e vomita la “lezioncina” di un’operazione che, per la restante parte, preferisce concentrarsi sul lato romantico e sentimentale della nostra, spartita fra i(flashback de)l tormentato ma insostituibile, quasi iniziatico matrimonio (combinato) col compianto marito, e la travolgente intesa con Louis Bohne, stimato commerciante e affabile e prezioso consulente.
Allora, malgrado un maldestro sforzo nel paragonare la storia e la filosofia individuale disinibita e egualitaria e il contesto storico e politico di una Francia autocratica, "in mano ai tiranni", tale languida propensione ha però come unico effetto quello di relegare Madame Clicquot ai territori inerti e inermi del romanzo rosa più monocorde, esteticamente tagliato e ricucito sulla falsariga di Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright (che non a caso figura tra i produttori). Così, ingabbiato in una scansione narrativa alquanto ridondante e assediato dalle verbosità di una perenne voce fuori campo, il film è risvegliato solo dagli intermittenti picchi recitativi di un cast che, pur contando su una Haley Bennett soave e seducente (anch'essa produttrice) e sulle assai convincenti presenze sceniche di Tom Sturridge e Sam Riley, si vede limitato dalla genericità del copione.
Se solo si fosse munito di maggior coinvolgimento e di un più sincero interesse nel portare in scena l’intensità, nel restituire l’energia sovversiva al di là della figura o del personaggio, il tentativo di Napper sarebbe stato senz’altro più pungente. E invece perde l’occasione di trovare per davvero le risposte nel bicchiere, quel che si dice in vino veritas. È anzi a malapena un assaggio o, per meglio dire, un sorso di (chi fu veramente Madame) Clicquot. Il racconto all’acqua di rosé di una delle più grandi rivoluzioni nella storia. E non soltanto dell’enologia.
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