
VENEZIA 81
E I FIGLI DOPO DI LORO - La recensione del film
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Leurs Enfants après eux
REGIA: Ludovic Boukherma, Zoran Boukherma
SCENEGGIATURA: Ludovic Boukherma, Zoran Boukherma
CON: Paul Kircher, Angélina Woreth, Sayyid El Alami, Gilles Lellouche, Ludivine Sagnier, Louis Memmi
GENERE: drammatico, sentimentale, teen
DURATA: 144 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 5
RECENSIONE:
Quello che parte come il racconto di una di quelle classiche estate infinite si fa via via più ambizioso e tenta la via dell'affresco generazionale e sociale. Ma la bravura degli interpreti e la naturalezza delle loro interazioni avrebbero meritato un film meno coatto di quello che si rivela E i figli dopo di loro.
“Mi sto rompendo le palle”. Con queste esatte parole si apre Leurs Enfants après eux di Ludovic e Zoran Boukherma. A dirle è il timido quattordicenne Anthony che, in un soffocante pomeriggio d’estate del 1992, in un piccolo paese industriale nella provincia francese, cerca di ammazzare il tempo insieme a suo cugino, girovagando senza una meta precisa, vivendo alla giornata, come l’adolescente che è.
Tutt’a un tratto, ai due viene in mente di visitare una spiaggia nei paraggi, nella speranza di incontrare qualche ragazza (meglio se svestita). Cosa che effettivamente succede: sulle sponde di quel laghetto in stato di semi-abbandono, Anthony conosce e si innamora a prima vista di Stephanie, la quale, colpita da quel ragazzo taciturno, decide di invitare lui e il cugino ad una festa quella stessa sera. Pur titubante e intimorito da ciò che il padre - esigente, severissimo, irabondo e con un serio problema di alcol - potrebbe dirgli, il nostro decide infine di accettare la proposta.
Entrambi provenienti da famiglie tutt’altro che abbienti, i due ragazzi decidono di voler fare buona impressione, di smettere di essere trattati da outsider, di integrarsi, colmando quell’evidente gap sociale che vige con Stephanie e i suoi amici. Bisogna quindi che Anthony “prenda in prestito” la moto di suo padre, una delle cose a cui questi è più legato. Arrivati sul posto, sembra filare tutto liscio, c’è di che sperimentare e divertirsi, fino a quando bussano alla porta Hacine e un amico, piccoli teppisti, figli d’immigrati, che vivono nel quartiere più malfamato della città. Con insistenza, questi chiedono di unirsi alla festa, ma allontanati in malo modo (per motivi facilmente immaginabili), non le mandano certo a dire. Nell’uscire di scena, proprio Hacine ha un diverbio col nostro Anthony, alla quale segue il furto della preziosissima motocicletta.
È da questo “piccolo” crimine a carburare e lanciare il racconto dell’adattamento che i fratelli Boukherma compiono del fluviale (e omonimo) best-seller di Nicolas Mathieu, perché senza quella moto “questa famiglia (quella del nostro protagonista) è fottuta”. Ciò nondimeno, pur servendosi di un canovaccio classico in quel senso, E i loro figli dopo di loro - libro e film - non vuole essere “soltanto” un coming-of-age; il proverbiale racconto di un’estate che pare non finire mai, rincorsa e mai realmente afferrata. Quel momento agrodolce della vita che segna la fine dell’infanzia e il passaggio alla maturità. L’estate del primo amore, che dà un senso ad un’esistenza precaria e infonde un minimo di speranza necessaria a non soccombere alla realtà.
No, per stessa ammissione dei suoi registi, la pellicola si prefigura come “istantanea sociologica” di un contesto ben preciso e particolareggiato, rappresentato in maniera cruda, intensa e viscerale, “che va oltre la documentazione dei fatti per generare un impatto emotivo di un’ampiezza e una profondità possibili solo al cinema”. Infatti, man mano che ci si addentra nelle vite, nelle vicende, nell’andirivieni di personaggi e nel vortice di rapporti e situazioni, E i loro figli dopo di loro assume sempre più l’impostazione, l’allure e l’ambizione di un affresco corale, storico, generazionale, umano che non si cristallizza nell’estate del 1992, spandendosi anzi in quelle del ‘94, ‘96 e ‘98, mostrando gli stessi protagonisti crescere, mutare, perdersi di vista e riprendersi, ma anche la propagazione di un odio cieco, velenoso, frutto di pregiudizio.
In tal senso, senza citare opere il cui paragone sarebbe inglorioso, il film dei Boukherma Bros. ricorda da un lato odierni esperimenti nostalgici connazionali (come il quasi coevo L'Amour ouf di un Gilles Lellouche, che non a caso fa capolino anche qui in una parte molto affine alle sue corde) e non (pensiamo agli ultimi lavori del nostrano Muccino, con tutte le distinzioni del caso). Dall’altro invece, richiama e trasfigura palesemente un certo cinema delle banlieue, con rancori e livori che esplodono in maniera improvvisa e violentissima, oltre ad uno di provincia ultimamente rimpolpato e arricchito da Chien de la casse di Jean-Baptiste Durand.
E proprio quest’ultimo era il film che avrebbe dovuto idealmente cercare, ascoltare, assecondare il duo registico. Un film realistico, crudo, viscerale per davvero, che affrontasse di petto e non limitasse a qualche fuoco d’artificio i divari che possono sussistere anche in ambienti disagiati come quello qui accennato. E magari della riconciliazione che due figli di questa comunità riescono ad ottenere, estirpando quella tossica cultura di violenza.
Ma appunto, nonostante il titolo a dir poco emblematico, non è questo il film che i registi presentano in concorso alla 81ª Mostra del cinema di Venezia. Non lo è soprattutto a causa del grande impianto produttivo (a firma Warner Bros. e HBO Max) che vi sta alla base e che non si esita a ostentare. Pure nei modi più naif e grossolani.
Superata la prima ora (e la prima estate), infatti, E i loro figli dopo di loro ha già completamente dissipato la compattezza e l’energia che ne accompagna l’inizio, insieme ad intuizioni di regia e scrittura decisamente interessanti (fra cui innesti fantasy quali la ricerca dell’oggetto magico che può salvare il regno o, in questo caso, una famiglia, e uno stregone cocainomane e squilibrato interpretato con stile da Raphaël Quenard), preferendogli una diluizione di sequenze una più pomposa, enfatica e autocompiaciuta dell’altra. E ancora, un accumulo caotico e informe di storyline e protagonisti, forse più indicato per una serializzazione, tutt’al più per uno streaming movie, che allunga rovinosamente la durata fino alla soglia delle due ore e trenta! Ma che di fatto sembra più un comodo pretesto per sfoggiare licenze musicali a non finire, nella più generica delle playlist d’epoca.
Il vero peccato è allora lo spreco della presenza scenica e della peculiare fisicità - tra il tenero e l’animalesco - di Paul Kircher (il giovane protagonista del bel The Animal Kingdom). Lui, come pure la naturalezza e la spontaneità con cui i Boukherma scrivono e dirigono interazioni, scambi, dinamiche che dimostrano di conoscere molto bene, meritavano un film diverso. Meno coatto e più intimo.
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