
VANGELO SECONDO MARIA È UN PERFETTO TERMOMETRO DEL CINEMA ITALIANO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Vangelo secondo Maria
USCITA ITALIA: 23 maggio 2024
REGIA: Paolo Zucca
SCENEGGIATURA: Paolo Zucca, Barbara Alberti, Amedeo Pagani
CON: Benedetta Porcaroli, Alessandro Gassmann, Lidia Vitale, Leonardo Capuano, Giulio Pranno
GENERE: drammatico
DURATA: 105 min
Presentato fuori concorso alla 40ª edizione del Torino Film Festival
VOTO: 4
RECENSIONE:
Barbara Alberti firma la trasposizione cinematografica di uno dei suoi romanzi più noti e controversi. Mai risultato fu più ipocrita: Vangelo secondo Maria di Paolo Zucca, con protagonisti Benedetta Porcaroli e Alessandro Gassman, stravolge il testo di partenza, indorando (invano) la pillola per raggiungere e accomodare il pubblico generalista, e diventa così il perfetto termometro di un cinema - il nostro - desolante, piatto, affettato, da tempo restio ad ogni forma di provocazione.
Vangelo secondo Maria. Come spesso accade, sta tutto nel titolo, tanto semplice quanto incisivo, il valore pieno e assoluto a cui aspirava il romanzo di Barbara Alberti, e il soggetto a cui inevitabilmente si riduce l’odierna trasposizione di Paolo Zucca. Parliamo invero di un testo che, quantomeno nella sua incarnazione originaria - che, va detto, nacque in un contesto socio-culturale, quello italiano di fine anni ‘70, dai motivi differenti, ma per questo estranei al nostro -, intendeva essere, appunto, una rilettura e reinvenzione forte, dissidente, sovversiva, in chiave femminista ante-litteram, della figura e della storia della Vergine Maria, dall’incontro con San Giuseppe fino all’Annunciazione. Un controcanto nel senso etimologico del termine, una provocazione volta a scuotere le coscienze perbeniste e bigotte dell’Italia di allora; un attacco audace alle fondamenta dell’istituzione e del principio cattolici, della Parola di Dio, affidata, per la prima volta, alla bocca di una donna che rivela il progressismo dei suoi desideri, discorsi, contrasti, riflessioni.
Insomma, l’urgenza e l’intensità del romanzo di Alberti rimangono tutt’oggi invariate, e potrebbe perciò far ben sperare la presenza della stessa autrice al tavolo della sceneggiatura di questo adattamento. Purtroppo però, la storia del cinema ci insegna il contrario, e Vangelo secondo Maria di Paolo Zucca ne è l’ulteriore stimmate: quasi 50 anni dopo, l'autrice - coadiuvata dallo stesso regista e da Amedeo Pagani - non riesce infatti a ritrovare l’ardore e lo slancio per traslare su un altro mezzo la verifica dell’attualità intrinseca del suo gesto letterario. E tra le ragioni vi è proprio l’approccio con il cinema e la poca versatilità della sua scrittura, che pretende di funzionare in egual misura su carta e su schermo.
I dialoghi, i personaggi, i loro percorsi individuali e comuni, le situazioni appaiono dunque programmatici, artificiosi, poco naturali, andando ad inficiare di conseguenza l’autenticità, la genuinità e il potere affabulatorio di Maria. Ella si comporta, parla, si muove, pensa, è prima di tutto un personaggio che cerca di imitare quella giovane donna di umili origini, ignara del mondo fuori Nazareth e della propria condizione, destinata ad essere prigioniera sia della legge degli uomini (che vuole le donne inferiori e ignoranti), sia di quella del Dio silenzioso e fallico di un mondo - va da sé - fallocentrico, del cui figlio diventerà madre e genitrice, compiendo il "sacrificio" ben prima dell’essere che porta in grembo. Quella stessa donna controtempo che capisce di preferire la conoscenza proibita del Giardino dell’Eden ed essere una nuova Eva, che non la Vergine venerata e tramandataci dalla storia e dalle sue (maschili!) scritture.

Ovviamente, tutto questo lavoro di decostruzione del personaggio della Madonna - estrapolato dal libro e sovrapposto a riverberi contemporanei riguardanti l’autonomia corporea della donna e la sua rappresentazione (e per estensione, quella di tutte le figure bibliche) quale immagine iconica e iconografica polita, glabra, statuaria, sublimata poiché svuotata della propria identità, fattasi vessillo generico di valori - permane in questa traduzione e, in fin dei conti, arriva e può essere recepita dallo spettatore. Piuttosto sono i modi cinematografici, lo sviluppo estetico, le soluzioni registiche a rendere Vangelo secondo Maria un tentativo del tutto innocuo, paradossalmente inespressivo, anonimo, esangue. Dal canto suo, Paolo Zucca rimane sul sicuro e - se non si contano gli innesti semi-horrorifici di inquietudine e paranoia shakespeariana portati dall’Erode corroso e veggente di un incantevole Maurizio Lombardo - non rischia, né tenta nulla per rianimare un copione che traccia, racconta, delinea questa storia senza renderla un minimo speciale, unica, anzi uniformandola a tutti gli altri manifesti femministi o pseudo-tali che affollano il panorama contemporaneo.
Il film incede dunque in maniera indolente, si trascina di sequenza in sequenza, rivede, reimmagina tutti i momenti topici e proverbiale, dimenticandosi tuttavia di restituire a chi guarda la contezza e concretezza del percorso, della crescita, della presa di consapevolezza della protagonista. Tralasciando, in altre parole, il requisito fondamentale alla base di ogni romanzo di formazione che si rispetti, incluso questo: da un lato minuscolo e individuale, dall’altro maiuscolo, collettivo, biblico per l’appunto. Non bastasse, il cineasta sostiene e sostenta questo ritratto abbozzato, accumulando affettazione, inefficacia e genericità col passare dei minuti. Prima ripropone - nell’approccio alla materia, nell’uso preponderante, trasfigurato, spiritualizzato del paesaggio rurale e contadino, nel carattere idealmente urticante e nella composizione pittorica del quadro - il prototipo pasoliniano (con tutta probabilità alla base già della controparte cartacea) e si mette in scia ai suoi epigoni, da Rohrwacher a Nicchiarelli. Successivamente, relega ad una superficialità scenografica e pittoresca la questione della lingua e il diverso modo di parlare e atteggiarsi di Maria e Giuseppe - in corsa contro il (loro) tempo - rispetto agli altri abitanti di Nazareth - ben saldi, incastrati fatalmente in quell’epoca remota.
Così facendo, egli vincola una Benedetta (di nome e di fatto) Porcaroli dal grande potenziale al volgare canovaccio della solita ragazzina da teen drama. Più stratificata e complessa, è la prova di Alessandro Gassman nei panni di Giuseppe, al principio del suo cammino verso l’abnegazione, ma già vivamente diviso tra i lumi della sapienza e la cecità della fede, tra saperi più che (il)leciti e dilemmi insolubili.

Tolta però una regia ingessata, perlopiù ancorata a primi piani che vorrebbero essere pregni di significato, ma si riducono all’estetismo plasticoso, e a set e scenografie che, con il beneplacito della Sardegna Film Commission, arrivano quasi a prevalere e soffocare i personaggi, quel che, di Vangelo secondo Maria, più fa specie è il non accorgersi di sé, non sapere e non decidersi su che tipo di film essere. Magari una fiaba popolare, come suggerirebbero le musiche di Fabio Massimo Capogrosso, oppure il romanzo di formazione di cui sopra. Ma anche la caricatura grottesca della fede timorata, della religione e dei suoi simulacri, o ancora una singolare storia d’amore.
Avesse pure tutte queste anime, a latitare, nel tentativo di Paolo Zucca, è anche e soprattutto il senso dell’equilibrio e della misura che condanna alcune sequenze al comico involontario, al ridicolo. Ridicolo, insignificante, come avrebbe potuto essere questo Vangelo secondo Maria, se solo non si scoprisse che profonda riscrittura ha subito il finale del romanzo. Ebbene, qualora le parole spese da qui in su non avessero reso bene l’idea, vi basti sapere che, nel racconto originale di Alberti, Maria decide infine di abortire e di invocare a gran voce la propria emancipazione, una volta per tutte. Ora, non sappiamo con certezza da chi sia dipesa una simile scelta (anche se un paio di idee le abbiamo eccome), ma sappiamo senz’altro perché si sia optato per un epilogo più aperto e decisamente meno scandaloso. Uno che, oltre a farci comprendere infine con che tipo di operazione abbiamo a che fare, funge da impeccabile termometro, da indizio eccellente di cos’è (e non è) oggi il cinema italiano.
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