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            15 Settembre 2025
            La recensione di Enzo, il film di Laurent Cantet, realizzato da Robin Campillo, con protagonisti Eloy Pohu e Pierfrancesco Favino.
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            ENZO, o il cinema che sopravvive alle tempeste della vita

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Enzo
            USCITA ITALIA: 28 agosto 2025
            USCITA FRA: 18 giugno 2025
            REGIA: Laurent Cantet, Robin Campillo
            SCENEGGIATURA: Laurent Cantet, Robin Campillo, Gilles Marchand
            CON: Eloy Pohu, Maksym Slivinskyi, Pierfrancesco Favino, Élodie Bouchez
            GENERE: drammatico
            DURATA: 102 min

            VOTO: 6.5

            RECENSIONE:

            Nato da una circostanza (purtroppo) quasi unica, Enzo è il (doppio) racconto di formazione di un adolescente tra desiderio, emancipazione e ricerca di appartenenza. Sospeso tra rigore e intensità sensoriale, il film si avvale e fa incontrare la presenza autentica di Eloy Pohu e il talento di Pierfrancesco Favino, intrecciando il racconto sotterraneo del legame tra due compagni allo stesso banco di cinema, e le sfide di un’adolescenza guadagninesca. 

            È una circostanza (ahinoi) quasi unica quella che accompagna e definisce la genesi di Enzo. Alla base del progetto ci sono infatti l’idea, il soggetto e la preparazione di uno dei più autorevoli registi francesi della sua generazione: Laurent Cantet. Un autore che il grande pubblico ricorda perlopiù per La classe, ritratto semi documentaristico e radicalmente anti-tradizionalista di un anno scolastico in una scuola parigina, vincitore della Palma d’oro a Cannes e divenuto, in patria, un vero e proprio fenomeno di costume e di dibattito.

            Cantet ha sempre fatto della sobrietà il tratto distintivo del suo sguardo, e dell’autenticità la cifra del suo cinema: corpi e volti genuini, spesso non professionisti o poco conosciuti, dialoghi spesso improvvisati, e soprattutto una regia discreta che osserva senza mai imporre. In questo senso, si avvicina ai fratelli Dardenne e a Ken Loach, ma conserva un’impronta del tutto personale, meno segnata dal dramma e più incline a cogliere ogni sfumatura dei rapporti umani.

            Ebbene, nell’aprile del 2024, il cineasta ci ha lasciati prematuramente, proprio mentre si trovava nella fase di pre-produzione di Enzo, la storia di un sedicenne (figlio dei vari personaggi de L’atelier, Risorse umane e del succitato La classe, oltre che) secondogenito di un professore universitario e di un’ingegnera, cresciuto nel benessere, nell’agio e tra le aspettative affettuose, ma pressanti, dei genitori, specie del padre; che nondimeno sceglie di abbandonare un percorso apparentemente già tracciato e sicuro per cominciare un apprendistato da muratore in un cantiere locale.

            La recensione di Enzo, il film di Laurent Cantet, realizzato da Robin Campillo, con protagonisti Eloy Pohu e Pierfrancesco Favino.

            A rilevare e raccogliere questa storia, questo lascito, portandoli a termine è l’amico, coetaneo e collega Robin Campillo, anch’egli figura centrale del cinema francese contemporaneo, meglio noto per 120 battiti al minuto e, al contempo, per una sensibilità affine, capace di unire politica ed emozione. I due hanno collaborato per anni, sviluppando un rapporto di scambi, complicità e supporto che ha definito reciprocamente i caratteri artistici dell’uno e dell’altro. Ecco perché la sorte di Enzo appare naturale, quasi inevitabile, come lo è un film che respira a due tempi, sospeso tra la linearità asciutta e il rigore tipici di Cantet e l’intensità sensoriale che contraddistingue il cinema di Campillo. Un doppio romanzo di formazione di un’identità, personale e collettivizzata, in termini socio-economici e sessuali. 

            Il dramma di Enzo non è solo quello di un ragazzo che decide di abbandonare un destino che non riconosce come proprio per calarsi in una nuova realtà sociale; è anche la traiettoria di un individuo che, mediante i rapporti con gli altri (più precisamente, l’attrazione e l’interesse amoroso che manifesta nei confronti di Vlad, un collega più grande, di origine ucraina, pari solo all’opposizione che mostra nei confronti del padre e del fratello), cerca di capire chi è, che posto occupa nel mondo, come il desiderio lo attraversa e lo definisce. L’emancipazione di un singolo che si intreccia alla possibilità – e alla difficoltà – di trovare una comunità in cui riconoscersi. Motivi, questi, da sempre profondamente appartenuti al cinema di Cantet, e che Campillo, con la sua sensibilità, amplifica e rilancia. 

            Più che un affidamento, possiamo quindi parlare di un vero e proprio passaggio di mano tra una coppia di autori che hanno condiviso un linguaggio comune e che - pur con le loro preziosissime differenze - si sono sempre riconosciuti come compagni allo stesso banco di cinema. Insomma, un film ibrido, condiviso nel suo farsi incontro tra prospettive che non si annullano, bensì si arricchiscono a vicenda.

            La recensione di Enzo, il film di Laurent Cantet, realizzato da Robin Campillo, con protagonisti Eloy Pohu e Pierfrancesco Favino.

            Ciò nonostante, questa sua origine dolorosamente eccezionale non è sufficiente a fare di Enzo una pellicola compiuta e completa. In tutta onestà, la sensazione che scorta la visione - e tanto più il sopraggiungere dei titoli di coda - è che rimanga ancora molto da dire sui personaggi in scena. Che la produzione sia stata dettata da un irrefrenabile impulso ossequioso, trascurando tuttavia la realtà filmica e il potenziale inespresso del soggetto.

            Difatti, al netto di qualche bel tocco - come la costruzione di un racconto estivo ammantato di un’oscurità (in)visibile e talora quasi mortifera (dove si concentra l’omaggio a Cantet e il bisogno, per mezzo delle volontà, dei pensieri e delle parole del suo protagonista, di creare qualcosa che sopravviva a “tempeste” e “tsunami” della vita e possa rispondere a interrogativi impenetrabili, ergo “ci sei ancora?”) e un rapido ribaltamento di prospettiva - l’opera si avvale di un impianto drammaturgico alquanto convenzionale, ora prevedibile (nella sorte di un determinato “giocattolo”), ora artificioso (nel soprassedere sulle plausibili motivazioni che dovrebbero indurre Enzo a nascondere ai genitori, aperti e tolleranti, il proprio orientamento). Tende inoltre ad accontentarsi di una riproposizione sensualmente ed idealmente guadagninesca, oscillando tra l’estetico e l’(an)estetizzante, e addirittura spingendosi, negli ultimi minuti, in una vera e propria sintesi - tra rovine classiche e telefonate inattese e accorate - di Chiamami col tuo nome. 

            La recensione di Enzo, il film di Laurent Cantet, realizzato da Robin Campillo, con protagonisti Eloy Pohu e Pierfrancesco Favino.

            La giovinezza in crisi e in ricerca di sé, allora, viene raccontata più attraverso l’immagine e la fisicità che non tramite una vera e propria evoluzione dei personaggi, rendendo l’indagine sul mistero del nostro Enzo troppo evidente, troppo leggibile e il film, in certi momenti, superficiale e derivativo.

            Vien da sé che la quasi totalità delle sorti del progetto ricade su chi lo interpreta. E cioè Eloy Pohu, il cui candore angosciato e presenza fisica incarnano e mantengono vivi i discorsi e l’emotività del racconto, soprattutto quando ingaggiati in un dialogo silente, quando non in uno scontro di primi piani, con Pierfrancesco Favino. Da parte sua, quest’ultimo - impegnato nella parte di un padre tormentato che fatica a comprendere, o forse ad accettare (non tanto l’omosessualità o bisessualità, appunto, ma) la contestazione esistenziale, formativa, lavorativa del figlio - segue l’esempio del “Mastroianni d’esportazione”. In questo modo, da comprimario, riesce ad imporsi all’attenzione del pubblico con silenzi, nuance espressive, non detti, e trasforma l’abbozzo di un personaggio, un ruolo minimale, nell’ennesima e innegabile dimostrazione del proprio talento e carisma attoriale.

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