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            10 Luglio 2024
            Horizon An American Saga Kevin Costner Recensione Cinemando
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            HORIZON: AN AMERICAN SAGA (- CAPITOLO 1) È UN CORAGGIOSO ATTO DI FEDE

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Horizon: An American Saga - Chapter 1
            USCITA ITALIA: 4 luglio 2024
            USCITA USA: 28 giugno 2024
            REGIA: Kevin Costner
            SCENEGGIATURA: Kevin Costner, Jon Baird
            CON: Kevin Costner, Sienna Miller, Sam Worthington, Giovanni Ribisi, Jena Malone, Abbey Lee, Michael Rooker, Danny Huston, Luke Wilson
            GENERE: western, drammatico
            DURATA: 180 min

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Dopo la fortunata parentesi televisiva con Yellowstone, Kevin Costner torna dietro la macchina da presa e al suo genere d'elezione, il western, con un ambizioso progetto che ha sognato per tutta una vita. Horizon: An American Saga è l'impresa terrena, faticosa, di un formicaio di persone ordinarie che cercano di dare un senso al tempo che gli è concesso, di "mantenere il passo". Ma è soprattutto una provocazione alla contemporaneità.

            Alla stampa(!) di un indiano su un’altura segue l’immagine di un formicaio, la cui brulicante esistenza, minuscola, placida e ordinaria, viene interrotta (e, per qualcuna di queste formiche, probabilmente distrutta) da una verga di legno conficcata nel terreno. Un palo a cui, malgrado una premessa e promessa di sofferenza, forse di morte, questi esserini si aggrappano immediatamente.

            È così, con tre semplici scene: programmatiche e sintomatiche di quel che seguirà, nonché perfetta rappresentazione di due suoi motivi fondamentali; che Kevin Costner decide di inaugurare il primo capitolo (dei due già realizzati e dei quattro previsti) di Horizon - An American Saga. Che non è solo il ritorno del divo al western o - in qualità di ennesimo prodauttore - dietro la macchina da presa a quasi vent’anni da Terra di confine: Open Range, ma un vero e proprio life project. Un’impresa monumentale che egli ha immaginato, sognato, cercato per circa metà della sua vita, già dalla fine degli anni ‘80, e che oggi vede finalmente la luce del grande schermo dopo una produzione travagliata durante cui il cineasta si è visto costretto ad impiegare pure una consistente porzione del suo patrimonio.

            È appunto di sogni, allora, che bisogna continuare a parlare. O, meglio, di quell'asta che, ad inizio film, un uomo, un colono, un pioniere, infila nel terreno al fine di comporre la planimetria di quello che sarà un accampamento, un villaggio o addirittura una cittadina. Un’idea, un sogno, che condivide con altre due figure - padre e figlio -, i quali stanno facendo lo stesso a qualche centinaio di metri di distanza. Ma anche e soprattutto un gesto che tutti loro pagheranno a caro prezzo, venendo trucidati, qualche immagine più tardi, da un manipolo di nativi contrari a questa occupazione spregiudicata delle loro terre. 

            Horizon An American Saga Kevin Costner Recensione Cinemando

            Come si può ben intuire da questi primi minuti assai indicativi, Horizon - An American Saga e il factotum Costner (che oltre ad interpretarlo, dirigerlo e produrlo, ne firma la sceneggiatura assieme a Jon Baird e Mark Kasdan) correlano, attribuiscono e tinteggiano di un sentimento mortifero, di una spinta quasi suicida e autodistruttiva la nascita di ben due progettualità consonanti.

            Se da un lato, la pellicola ripercorre infatti l’alba (dell’illusione di) una nazione - di cui si interroga lo spirito, il materiale genetico, le contraddizioni e divisioni tutt’oggi permanenti e irrisolte -, dall’altro gioca d’anticipo, ragionando sulla propria statura di testo, individuando la dimensione che può occupare nell’agone dell’audiovisivo contemporaneo, e mettendo in conto la propria fallibilità, a (ri)prova di una grande consapevolezza, di una chiarezza d’intenti e una lucidità non indifferenti.

            Inizio e fine, nascita e morte, miraggio e previdenza, ingenuità e saggezza vanno insomma a braccetto nell’epopea disegnata da uno dei pochi “sinonimi viventi” di western (dopo Clint Eastwood, va da sé). Al di là delle formiche: un’ingloriosa ma puntuale istantanea pseudo-antropologica di ciò che di più nativo e intrinseco risiede nel nostro essere, nella nostra personalissima frontiera intima e invisibile; è in questa ossimorica proporzione che il film porta alla luce la misura della propria sincera, genuina, sfacciata umanità, unita ad un'idea testuale e produttiva molto precisa. In altre parole, il sogno di un uomo (del Novecento), di un cineasta, di un vecchio del cinema si misura sul e in armonia col sogno di un paese intero, che albeggia e tramonta simmetricamente ad un film che, malgrado le ambizioni da pietra angolare, sarà più probabilmente un elegiaco e fascinoso epitaffio del proprio genere.

            Ad intervenire e frapporsi nell’intervallo e nella dimensione tra questi due termini: tra la verticalità antropica della “saga americana” e l’orizzontalità vasta e smisurata degli spazi, delle grandi praterie, dell’orizzonte del titolo; c’è il tempo. E non tanto come period piece, sintesi visiva o compendio sinfonico di un inventario secolare di situazioni, feticci, simboli, atmosfere, e nemmeno nei termini della ricostruzione appassionata e immersiva di un mondo che sembra davvero perdurare agli stacchi, che pullula di vita, spingendosi oltre i bordi dell’inquadratura. Il riferimento è piuttosto al battito di uno sguardo, di un gesto, di uno sparo, di un dialogo, di un’azione presunta o innescata. Al tempo e alla singolare scansione del racconto. Allo scorrere ondivago e indolente di quest’ultimo, che Costner, coadiuvato dal montatore Miklos Wright, vuole farci sentire, di cui vuole renderci realmente partecipi. Ad un tempo, ancora, a cui il cineasta affida la propria idea di “nascita di una nazione” e di immaginario western.

            Horizon An American Saga Kevin Costner Recensione Cinemando

            In tal senso, Horizon - An American Saga si configura fin da subito come l'impresa terrena, concreta, faticosa, di un formicaio di persone ordinarie, modeste che cercano di definirsi, di dare un senso al tempo che gli è concesso, di “sopravvivere mantenendo il passo”, muovendosi, agendo, facendosi largo in queste terre inesplorate, ponendo le fondamenta di qualcosa che verrà, che forse ha ancora da venire o che forse non verrà mai. Un’idea e un ideale di Stati (mai) Uniti, e quindi di un non-luogo che diventa incantevole palcoscenico su cui saggiare, valutare la moralità e l'indole umana.

            Superando poi i naturali riecheggi della trilogia omonima e del cinema di Sergio Leone, il tempo è inoltre la cifra distintiva del carattere sperimentale di cui è equipaggiata la visione di Costner, che intreccia modi, motivi, urgenze del tutto classiche e tradizionali e altrettanti decisamente più moderni e contemporanei.

            È questo l’ennesimo paradosso di un’opera che pone al centro del proscenio gli “uomini pallidi” e li contrappone ai “musi rossi”, pur affidando ad entrambi una gravitas, una coscienza, un fare e dire profetico. Che scrive le donne fuori dagli schemi odierni, dotandole lo stesso di accezioni e caratteristiche, viceversa, estremamente attuali. Oppure, che cerca in maniera evidente i modelli dei vari Ford e Hawks, Fred Zinnemann e Arthur Penn, Anthony Mann e Sam Peckinpah, riproponendo peraltro i temi della conquista territoriale e di una pace spirituale e intima, ma non per questo privandosi, anzi abbracciando linguaggi evidentemente moderni e contemporanei. Se non proprio di quello del videogioco (anche se la compenetrazione tattile e sensibile con il vecchio West e la cadenza narrativa sono le stesse della saga Red Dead Redemption), parliamo di mondi come quello della serialità, la dimensione che, insieme al grande cinema, ha forgiato il mito del west grazie ai celebri serial, e che lo stesso Costner ha bazzicato (leggasi Yellowstone) con successo in quest'ultima tranche di carriera.

            Horizon An American Saga Kevin Costner Recensione Cinemando

            Di conseguenza, il gesto del divo assume quasi le fattezze di una provocazione in un’epoca di serie TV che vogliono ottenere il prestigio del cinema, e soprattutto di film che sembrano avvicinarsi o soffrire enormemente la competizione con la proposta televisiva. Horizon - An American Saga è, in questi termini, un raro esempio di cinema che vuole pensare, parlare, raccontare come una serie e quindi essere(!) una serie. Per davvero, a partire dalla scrittura col suo incedere felpato e minuzioso, fino alla costruzione e scansione narrativa e drammaturgica degli innumerevoli archi che si accumulano di fronte ai nostri occhi, e all’assenza della benché minima elevazione tipica del cinema. Ciò non toglie tuttavia che sogni, filmi e si ammanti della sontuosità, qualcuno direbbe della follia, delle operazioni kolossali della Hollywood d’antan. 

            Ma è forse solo così che Costner potrà vincere la sfida di un tempo incessante e dar forma al canto del cigno - oltre del proprio segno divistico - di un cinema, di un genere, di un mondo al crocevia tra classico e moderno, tra passato e presente. Di fatto, fuori dal e senza tempo.

            Col rischio, malgrado le numerose occasioni di suspence e azione, di apparire mai abbastanza coinvolgente o appassionante, e più programmatico e teorico. A ribadirlo, la presenza - perlomeno qui - ritardata, quando non defilata dello stesso regista, così come la scelta poco vistosa degli attori, a composizione di un assortimento dei migliori caratteristi in circolazione: da Sienna Miller a Sam Worthington, da Giovanni Ribisi a Jena Malone, da Abbey Lee a Michael Rooker, da Danny Huston a Luke Wilson.

            Privato tuttavia di questi suoi azzardi, Horizon - An American Saga non sarebbe lo stesso atto di fede - e quindi di amore - nei confronti di un immaginario e del suo innato richiamo, ma anche di un pubblico capace di pazientare e rimanere al passo con lo svolgersi soffuso ma ostinato, pacato e crepuscolare, di una macchina di storie. Di un'eterna rotativa con cui Costner raccoglie, osserva, racconta, fa, disfà, stampa la leggenda.

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