
NYAD, UN ANACRONISTICO BIOPIC IN CERCA DI PREMI
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Nyad
USCITA ITALIA: 3 novembre 2023
USCITA USA: 3 novembre 2023
REGIA: Jimmy Chin, Elizabeth Chai Vasarhelyi
SCENEGGIATURA: Julia Cox
CON: Annette Bening, Jodie Foster, Rhys Ifans
GENERE: drammatico, sportivo, biografico
DURATA: 121 min
PIATTAFORMA: Netflix
Candidato a due premi Oscar 2024
VOTO: 5
RECENSIONE:
Annette Bening e Jodie Foster vanno a caccia di statuette in Nyad, biopic sportivo che racconta la fase più recente della carriera della nuotatrice Diana Nyad e della sua traversata straordinaria del 2013. Purtroppo, malgrado tutte le migliori intenzioni di questo splendido duo di protagoniste, le loro interpretazioni risultano ben presto sciupate da un'impalcatura filmica, una confezione sciapa, blanda, innocua.
Se non proprio il senso, qual è il gusto di avere a propria disposizione una coppia di attrici tanto intense e splendide, e metterle a servizio di un’impalcatura filmica, di una confezione, al contrario, così sciape, blande, innocue? Ma, soprattutto, quale dovrebbe essere il nostro gusto (di spettatori) nel vederle sprecate con tale placida indulgenza, in simili circostanze?
Sono queste le domande che possono sorgere durante e dopo la visione di Nyad - Oltre l'oceano, esordio dietro la macchina da presa di un lungometraggio di finzione per i documentaristi d’avventura Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi (noti più che altro per il docu da Oscar Free Solo), dove Annette Bening e Jodie Foster interpretano rispettivamente Diana Nyad, nuotatrice di resistenza, pionieristica, dai molti e grandi successi, e la sua coach, spalla, inseparabile amica e, in passato, anche amante Bonnie Stoll. La pellicola, nello specifico, si focalizza sulla porzione più recente della carriera sportiva e agonistica della prima, che è in qualche maniera anche la più stupefacente.
Dopo aver rinunciato ai record, alle competizioni, e avere intrapreso una carriera, senza dubbio più ordinaria, da giornalista sportiva, questa sente infatti di avere ancora qualcosa da offrire al mondo, ma più che altro a sé stessa. Di avere ancora la forza per esaudire il sogno di una vita, la nuotata di una vita, un’impresa che tutti, Bonnie inclusa all’inizio, definiscono impossibile. Ecco perché, nel 2010 all'età di 60 anni, sceglie di tuffarsi a capofitto in una traversata lunga ben 177 chilometri dall’isola di Cuba alle spiagge di Key West, in Florida, per cui impiegherà mesi e mesi di preparazione. Prima di riuscirsi, dovrà invero fare i conti con svariati tentativi falliti per diverse ragioni naturali e, per questo, insormontabili: dalle creature marine alle violenti correnti del Golfo del Messico, per non parlare degli effetti collaterali, delle allucinazioni, dell’alienazione psichica, di tutte le ripercussioni psico-fisiche annesse e connesse ad un tale sforzo.

Raccontare, scrivere di questa storia (e delle sue due protagoniste) è decisamente più emozionante, che non vederla effettivamente aver luogo sul piccolo schermo (la distribuzione è affidata a Netflix, ndr), nel modo corretto, basilare, pulitino e - bisogna ammetterlo - anche leggermente anacronistico con cui Chin e Vasarhelyi traspongono il testo motivazionale Find a Way firmato dalla stessa nuotatrice. Guardando Nyad, la sensazione che si ha di continuo è quella di trovarsi di fronte ad uno di quei racconti biografici, senz’altro naïf, ingenuotti, che hanno imperversato nel panorama hollywoodiano per un decennio buono. Prodotti il cui mero fine (oltre che capitalizzare) era ambire ed eventualmente vincere qualche premio. E, laddove non come film in toto, quantomeno per le prove dei suoi interpreti. Impressione, quest’ultima, confermata, col senno del poi, dalle candidature - le uniche due ottenute - agli Oscar di Benning e Foster come migliori attrici. Ma pure Rhys Ifans non è da meno!
Ciò detto, la natura di esordio si fa sentire. Nyad non può nemmeno contare su un piglio, un approccio magari lezioso ma drammatico quanto basta per funzionare ed emozionare. In nome di un intento realistico, la fotografia di Claudio Miranda banalizza ed appiattisce (quasi) tutto. Scadendo innanzitutto in un’estetica pubblicitaria che, ahinoi, ben si adatta all’ipercinesi, all’impazienza, alla tracotanza della protagonista e, al contempo, alla sceneggiatura di Julia Cox, la quale spesso si rivela superficiale, drammaturgicamente generica, futile nel soprassedere su dettagli importanti della biografia della nostra Diana. E, soprattutto, connotando i segmenti fuori dall’acqua con una patina televisiva che, specie nei primi istanti, rischia di confondere la pellicola con una rom-com o una di quelle commedie geriatriche come Book Club. Cosa che, se proprio ci si sforzasse, potrebbe risultare pure coerente col discorso che il film mette in piedi e intende trasmettere attraverso la rievocazione di questa impresa da record.
Malgrado la fattura discreta e vaga, l’occhio e l’urgenza della coppia di registi rimangono chiaramente da documentaristi - solo non così intrepidi come promette il loro curriculum. Basti pensare alla scelta di includere e giustapporre alle immagini da loro filmate materiali d’archivio, estratti di telegiornali, interviste, stralci di conversazione. Una scelta che, va da sé (e ci sono decine di biopic a confermarlo), ben presto gli si ritorce contro; si dimostra deleteria e controproducente, in quanto genera un divario incolmabile ed inevitabile tra l’appassionante storia vera, la personalità e i sentimenti che è possibile percepire in quei materiali, l’autenticità delle sue protagoniste nell’esperienza diretta, colta sul momento, e l’interpretazione, la mediazione, le versioni - per quanto convincenti e molto solide - a cui giungono due ottime professioniste. Figurarsi quale può essere il risultato se, come avviene nel caso di Nyad, quelle testimonianze e quelle registrazioni si sovrappongono, rivestono un’importante funzione nell’economia della messa in scena.
Insomma, la lezioncina banale, automatica, inerziale, passato e ripassato - con tanto di nomi e cognomi di didascalica predestinazione, e un messaggio, una moraletta (del non arrendersi mai) pronti, surriscaldati, è dietro l’angolo e, purtroppo per loro, Chin e Vasarhelyi vi si schiantano in pieno, non riconoscendo in qualche sequenza lisergica, da puro junkie movie (sportivo - un ibrido potenzialmente distintivo), seppur realizzate non nella migliore delle maniere, l’intuizione da assecondare, e nel montaggio l'ingrediente da sviluppare per giungere ad un risultato se non altro meno fiacco e svogliato. Per andare anch’essi oltre l’oceano. Di noia, sia beninteso.
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