Il buco, distopia Netflix tra horror e denuncia

Galder Gaztelu-Urrutia dirige un thriller claustrofobico, impegnato, crudo, violento e assolutamente provocatorio. Attraverso una prigione su più livelli, una piattaforma e del cibo, il regista porta avanti un discorso su diversi livelli. Politica, sociale, ricchi e poveri, avarizia e miseria, brutalità, ritorno alle origini, religione, razzismo. Moltissimi temi trattati, un’estetica a metà tra surrealismo e orrore, Il buco è uno dei film migliori rilasciati quest’anno sulla piattaforma streaming

La Spagna. Patria e terra d’origine di geni artistici e visionari come Picasso, Dalì, Bunuel, fino ad arrivare al più recente Pedro Almodovar. La penisola iberica, nonostante sia meglio conosciuta, da un punto cinematografico e televisivo, per i suoi drammi e le sue soap-opera dalla dubbia qualità; un po’ più in profondità, cela un’anima ed un estro artistici veramente eccezionali ed unici nel loro genere. Per citare esempi recenti, sto parlando di Dolor y gloria, film, per la regia del sopracitato Almodovar, nominato agli scorsi premi Oscar; o di Bunuel – Nel labirinto delle tartarughe – vincitore come migliore animazione ai Goya 2020 -, o, ancora, de Il regno, thriller politico di Rodrigo Sorogoyen, nominato a quattro premi Goya 2019. In questa lista di prodigi e prodotti esemplari, di cui la Spagna può farsi vanto, da venerdì scorso (20 marzo, ndr), è possibile includere anche l’appena distribuito film di Galder Gaztelu-Urrutia, disponibile in streaming su Netflix. Disturbante, inquietante, claustrofobico, metaforico, politico; la pellicola di Gaztelu-Urrutia pone, al centro della sua vicenda, una prigione dai gusti sci-fi, ma estremamente sintetica e povera negli interni. Organizzata su molteplici, incalcolabili livelli come fosse una sorta di torre, La Fossa – questo il nome del carcere – ospita una fauna criminale estremamente variegata e pittoresca, tra semplici ladri e assassini, a veri e propri pazzi e svalvolati. Tuttavia, un individuo può richiedere, attraverso un colloquio diretto e per motivi personali ed intimi, l’accesso e la permanenza in questa variopinta prigione. E’ il caso del nostro protagonista, Goreng, che richiede di “alloggiare” nella Fossa per sanare il proprio vizio del fumo e leggere, finalmente, il Don Chisciotte, capolavoro letterario massimo dello spagnolo Miguel de Cervantes. Ammesso nella struttura, Goreng si sveglia al fianco del vecchio Trimagasi al 48° livello. Questi gli spiega le leggi che regolano il posto: ogni piano accoglie due compagni di cella che ogni mese vengono spostati insieme, e, casualmente, da un livello ad un altro.

In primo piano, Goreng (Iván Massagué) in una scena del film
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Al centro di ogni ambiente, è presente un buco, attraverso cui viene abbassata una piattaforma per dare da mangiare ai prigionieri. La pedana parte, carica di cibo, dal livello “0”, il livello che si trova più in alto, continuando la discesa fino all’ultimo livello. Poiché il cibo viene consumato in ogni livello, nel quale la piattaforma sosta per pochi minuti, più giù si scende e minori saranno le possibilità di sopravvivere. Goreng sperimenterà la brutalità delle persone affamate e la loro mancanza di empatia, finché non deciderà di spezzare la perversa logica che governa l’intera struttura. Al suo primo vero e proprio lungometraggio, Galder Gaztelu-Urrutia dimostra un occhio ed una mano registica che hanno dell’incredibile. Attivo nel campo soltanto come produttore, regista di cortometraggi o assistente di macchina; Gaztelu-Urrutia con Il buco costruisce ed edifica un’impalcatura filmica veramente eccezionale per le sensazioni e per l’effetto emotivo che suscita sullo spettatore. Claustrofobia, angoscia, terrore, ansia, divertimento, shock, sbigottimento, raccapriccio; con la macchina da presa, il regista dà vita ad una vicenda e ad un concept veramente originale e ben riuscito, facendo convivere, all’interno della stessa pellicola, generi come l’horror, lo splatter e il thriller duro e puro, la fantapolitica, il film di denuncia e di critica sociale, il dramma psicologico. La potenza e la memorabilità de Il buco è riconducibile, ad un livello superficiale, al suo comparto e caratterizzazione visiva. Attraverso lo stretto lavoro di regia, montaggio, scenografia, fotografia e post-produzione, il film di Gaztelu-Urrutia ottiene e beneficia di un impianto visivo ed estetico inedito, ispirato, surreale, a tratti onirico, a volte estremamente claustrofobico e tormentante. A metà tra uno spazio criptico, ipnotizzante e vorticoso a La biblioteca di Babele – racconto surreale di Borges, contenuto all’interno della raccolta Finzioni -, un quadro magnetico e indecifrabile di Dalì ed una sorta di inferno dantesco, l’ambientazione e lo spazio, la realizzazione effettiva e la caratterizzazione della Fossa sono sicuramente i primi elementi che balzano agli occhi, una volta intrapresa la visione de Il buco.

Assistita esponenzialmente dal montaggio, la direzione di Galder Gaztelu-Urrutia valorizza in modo massiccio e rispetta perfettamente la componente ed elemento thrilling della vicenda, attraverso sia una successione frenetica e dinamica di inquadrature e passaggi di macchina sintetici, ma significativi; sia mediante lunghi, inquietanti e statici primi piani, dettagli, particolari e close-up. Parlando sempre di montaggio, il film può contare un paio di sequenze – come quella della discesa – che, sotto quel punto di vista, sono veramente esempi puntuali ed immediati su come si fa a tenere sulle spine e in tensione lo spettatore. Mantenendo sempre e comunque alti il ritmo e la tensione, la regia dimostra, in più, una capacità sbalorditiva nel generare ed alimentare un’atmosfera tra onirico, distopico e horror, costantemente sul filo del rasoio e pervaso da un’aura misteriosa, intrigante, selvaggia e spietata. La dimensione visiva del film Netflix, tuttavia, deve una grandissima fetta della propria potenza e riuscita emotiva e sensistica alla fotografia. Jon D. Domínguez regala una performance cinematografica e fotografica in linea con il contesto, con lo spazio rappresentato e le vicende, donando alle sequenze giornaliere colori e sfumature del grigio, estremamente fredde, affilate; e, successivamente, all’ambientazione, una parvenza asettica, ma, allo stesso tempo, marcia, sporca e putrida. L’unico elemento vivace, che dà colore alla stanza – oltre al libro di Goreng – è la famigerata piattaforma o, meglio, ciò che le viene posto sopra, diventando, così, una sorta di ricchezza sia per l’inquadratura sia, parallelamente, da un punto di vista narrativo. Ma è nelle sequenze che si svolgono di notte che Dominguez dimostra la propria abilità come direttore della fotografia. Durante questi frammenti, il quadro filmico è cosparso ed inquinato da un rosso sanguigno e tenebroso che non fa che incrementare l’agitazione e il turbamento che si vengono a creare nello spettatore. Una volta premuto play, il pubblico si imbarca, così, in un viaggio, una sorta di odissea tra quadri e situazioni sempre più selvaggi, disturbanti e grotteschi, molteplici contrasti e paradossi, per esempio, tra un ritorno agli istinti primari e primitivi dell’essere umano ed una voglia esasperata di ordine e civiltà, tra morale e razionalità e emotività ed impulsi naturali; ed una metafora e sottotesto politico e di critica sociale persistente, tenace ed ostentato.

Trimagasi (Zorion Eguileor) in una scena del film
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Oltre a tutto questo, la sceneggiatura de Il buco, scritta a quattro mani da David Desola e Pedro Rivero, superficialmente ed esteriormente, deve la sua forza maggiore ad una composizione consapevole, intelligente ed immediatamente efficace e diretta. Il film non scorrerebbe, in modo così fluido e scorrevole, coinvolgendo, intrattenendo ed emozionando in molteplici occasioni; se non avesse, dalla sua, dei dialoghi così ben scritti, orchestrati e distribuiti. Questi stessi dialoghi possono essere divisi in due filoni principali e caratteristici: uno fatto di battute decise, secche, finalizzate a scioccare o sconvolgere lo spettatore, quasi come fossero pugnalate; l’altro costituito da frasi e costruzioni criptiche, sibilline, oscure e con molteplici significati, volte a creare un maggiore coinvolgimento mentale dello spettatore, nelle vicende e nel significato profondo, ma neanche così oscuro, degli eventi. La pellicola mette in piedi, in modo sorprendente ed inaspettato, anche alcuni, minimi e microscopici momenti comici ben riusciti, composti, quasi esclusivamente, da umorismo nero e grottesco. I dialoghi diventano, perciò, la base per la costruzione di un, già citato, discorso e metafora politica e critica sociale ostentata e abbastanza evidente. La Fossa funziona come un piramide, divisa in livelli, in cui questi carcerati sono imprigionati senza possibilità di salita, discesa o uscita. Dall’alto, da un’entità superiore, altra, proviene il cibo, la materia prima, il mezzo di sostentamento, che, se spartito adeguatamente, dovrebbe bastare per sfamare e venire incontro alle esigenze di tutti i reclusi. Purtroppo, come sempre succede, all’interno di qualsiasi gruppo, società o collettività, c’è chi sta sopra, chi sta sotto e chi non ce la fa a sopportare questa condizione e preferisce prendere la strada più facile ed indolore: la morte.

Questa divisione, questo favoritismo di chi sta su e, invece, questa situazione casuale sfortunata di chi sta sotto, non fanno che risvegliare il più primitivo ed inumano spirito di sopravvivenza, arrivando addirittura ad uccisioni e successivo cannibalismo del proprio compagno di stanza. Questa divisione e carattere primitivo della Fossa, ma anche evoluzione grazie all’azione di Goreng, potrebbero, da un lato, essere visti come una rappresentazione metaforica, distopica ed inquietante dello sviluppo della civiltà, dalla sopravvivenza più pura e selvaggia alla democrazia. Da un altro punto di vista, al contrario, questo aspetto della sceneggiatura de Il buco potrebbe essere inteso in un’ottica religiosa, come una sorta di liberazione degli oppressi; oppure, ovviamente, come una forte critica alla società odierna, alla società capitalista, delle caste, del potere, del possedimento, di chi ha di più, di chi sta sopra e degli oppressi e miserabili. Questo sottotesto potrebbe essere recepito, inoltre, come una metafora dei ricchi e privilegiati che rovinano o, comunque, sfruttano un determinato bene, noncuranti dei più sfortunati, di chi sta sotto di loro, andando perciò ad inficiare la collettività. Innumerevoli i riferimenti biblici e religiosi, simbolici e referenziali (sto parlando, per citarne uno, del numero tre e suoi multipli, che tornano spesso, cifre dal rinomato valore simbolico). La sceneggiatura de Il buco, per la sua immediatezza, sinteticità e proposizione di un topos, un argomento, un tema estremamente comune, come la lotta sociale, collettiva, la diatriba tra ricchi e poveri, fortunati e sfortunati, gioiosi e menefreghisti ed oppressi; acquisisce e dispone, in maniera naturale e scontata, infinite interpretazioni e spunti di riflessione. La via più palese ed evidente è quella politica, ma si può ragionare sul film anche da presupposti che discernono da questa.

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Un ulteriore aspetto vincente della pellicola di Gaztelu-Urrutia è, senza alcun ombra di dubbio, l’ispirato, magnifico, immedesimato ed espressivo cast, a partire da Iván Massagué – interprete di Goreng -, vera e propria anima emotiva del film. Lo spettatore si immedesima particolarmente proprio con Goreng perché, da un certo punto di vista, entrambi condividono una scoperta ed una curiosità crescente nei riguardi di cos’è e come funziona La Fossa, perché è stata costruita e cosa succederà. Il pubblico cresce e si evolve con il protagonista, acquista consapevolezza, diventando, successivamente, il più ampio conoscitore di ciò che rappresenta la struttura e di come farla funzionare bene. Ottimi anche i comprimari, in particolar modo, Trimagasi, interpretato da un eccellente Zorion Eguileor, caratterista, dotato di un viso espressivo, riconoscibile e manipolabile a piacimento e di una voce che provocherebbe inquietudine in qualsiasi persona. In conclusione, Il buco è, quindi, un vero e proprio fulmine a ciel sereno, una sorta di miracolo per la libreria filmica e multimediale di Netflix, una pellicola che attraversa e riesce a bilanciare moltissimi generi ed estetiche differenti senza risultare mai stonato o fuori luogo. Un’atmosfera, grottesca, tesa, marcia, corrotta e claustrofobica, costruita ottimamente, una sceneggiatura che offre molteplici punti di vista differenti e chiavi di lettura, un impianto visivo eloquente ed espressivo coprono un piccolo svarione, riguardo al finale: forse fin troppo sbrigativo e buttato lì. La visione de Il buco è proprio come mangiare il proprio piatto preferito. Più mangi, più ne vorresti di più; più lo guardi, più ne vorresti sapere e vedere di più. Quindi, per piacere, sempre che non siate troppo impressionabili, date una possibilità e guardate questa magnifica e visionaria opera. Gli stomaci deboli sono avvisati.

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VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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