Ultras, famiglia e appartenenza, vita e morte

Dopo mesi di anticipazione, esce su Netflix il film sul mondo della tifoseria organizzata. Francesco Lettieri, al suo esordio cinematografico, dirige un dramma realista, crudo, vero, terreno e spietato sul misterioso mondo border-line degli ultras. Interpretazioni credibili e spontanee, dialoghi realistici, una componente tecnica sorprendente per un esordio, qualche difetto, ma, comunque, un film da vedere anche solo per la sua rappresentazione di Napoli e dei personaggi e per il tema che tratta

Ultras. Questo mondo, per certi versi, misterioso, fatto di gerarchie, rispetto, appartenenza, violenza. Questa realtà, così sentita e così diffusa, soprattutto nelle zone meridionali dell’Italia, è diventata materia cinematografica già a partire dal 1964 con Evasi – cortometraggio di Franco Piavoli, che aveva, come obiettivo principale, la rappresentazione della quotidianità dei tifosi, prima e dopo la partita della domenica, che rappresenta, per loro, una sorta di valvola di sfogo dell’aggressività e delle energie assorbite durante la settimana lavorativa. Affascinati dal tema della tifoseria da stadio sono stati, successivamente, Daniele Segre con Il potere dev’essere bianconero (1977), Carlo Vanzina con Eccezzziunale… veramente (1982), in cui compare un divertentissimo ed iconico Diego Abatantuono; arrivando anche ad esempi stranieri con Lexi Alexander e il suo fantastico Hooligans (2005). Nel 2020, esce su Netflix, Ultras per la regia di Francesco Lettieri, al suo esordio cinematografico. Ed è proprio con questo Ultras, secondo il mio parere, che si chiude un ciclo. Ultras di Francesco Lettieri rappresenta, infatti, la summa cinematografica del discorso e del tema, la sua rappresentazione più cruda, dura, diretta e vera, ben lontana dalla comicità del film di Vanzina del ’82, ma ben più vicina al genere dell’inchiesta della pellicola di Segre. Ultras segue, letteralmente, le orme di Sandro, detto Il Mohicano, capo e personalità più in vista degli Apache, con i quali ha passato tutta la sua vita allo stadio, tra scontri, trasferte e battaglie. A Napoli, tuttavia, la scena degli ultras sta cambiando, si sta ringiovanendo, sta godendo di un ricambio generazionale, di giovani virgulti vogliosi di fare casino e spaccare tutto. In poche parole, queste nuove leve non vogliono far altro che lasciare un segno – così come, in passato, fu per i vecchi Apache. La nuova formazione del gruppo, guidata da Pechegno e Gabbiano, si rivela, tuttavia, stanca della vecchia guardia, vuole fare di testa sua, senza chiedere il permesso o consiglio agli storici fondatori – come dovrebbe essere, invece -, di fatto, pestando e passando sopra alla propria eredità.

Da sinistra: Pechegno (Simone Borrelli), Gabbiano (Daniele Vicorito), Barabba (Salvatore Pelliccia) e Sandro (Aniello Arena)
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Inizia, così, a carburare e a prepararsi una cruda e violenta “guerra civile“tra i vecchi e i nuovi membri. In mezzo a queste due fazioni, si inserisce Angelo – insieme ai suoi amici -, ragazzino di sedici anni che vede gli Apache come la sua nuova famiglia e Sandro come la sua guida, come una sorta di padre spirituale, un rimpiazzo per quello che non ha mai conosciuto. Egli vive negativamente questa situazione conflittuale all’interno del gruppo, ma è anche desideroso di farsi strada nella tifoseria per vendicare il fratello Sasà, morto diversi anni prima, durante uno scontro con la polizia. Dopo essersi cimentato nella regia ed essere diventato uno dei nomi rappresentativi del videoclipping indie italiano (ha diretto, ad esempio, video musicali per artisti come Calcutta, Liberato, Carl Brave e i Thegiornalisti); Francesco Lettieri approda al cinema con il suo Ultras, prodotto ed approdato internazionalmente sulla piattaforma streaming di Netflix. Nonostante si notino – soprattutto attraverso l’utilizzo ripetuto e costantemente riproposto, nella costruzione delle inquadrature, di dolly e crane – il suo passato e radici da videoclipper; Lettieri, con questo Ultras, dimostra una consapevolezza ed un occhio registico veramente attento, consapevole e sorprendente, sotto molti punti di vista. Tuttavia, essendo questo il suo esordio in campo cinematografico, è individuabile una prevedibile e naturale ispirazione e rifacimento rispetto allo stile, all’estetica e alle atmosfere di cineasti esperti ed inseriti – i quali hanno saputo filtrare e rappresentare il territorio campano, in modo innovativo ed inedito -, come Matteo Garrone e Stefano Sollima; nonché nei confronti di prodotti come Gomorra (il film e la serie Sky), Dogman del già citato Garrone e La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi – da cui riprende anche alcune suggestioni visive. Un punto di incontro e di somiglianza tra la pellicola di Lettieri e gli esempi sopracitati è visibile, prevalentemente, nella rappresentazione e nel modo con cui viene presentata e portata avanti la costruzione degli spazi. Guardando e riprendendo alcuni elementi e caratteristiche di suddetti esponenti – da cui Lettieri si lascia influenzare, per trovare la propria strada e trasporre, su schermo, quel tipo di atmosfera che essi sono riusciti a costruire così bene -, il regista compone, ad ogni modo, un mosaico estremamente personale, intimo, emotivo, vero e aneddotico di Napoli, della propria Napoli (città natale di Lettieri), in tutte le sue molteplici forme, sfaccettature ed evoluzioni. Troviamo la Napoli di Maradona, quella di Pino Daniele, con brani come Dubbi non ho, quella di Voce ‘e Notte e, perché no, anche quella di Liberato, che chiude la pellicola con la sua ‘O core nun tene padrone.

Un ultimo elemento di lode, per quanto riguarda la direzione di Lettieri, è, senza dubbio, il pregievole lavoro che, con la macchina da presa, compie sui volti e sulle espressioni degli attori presenti in scena. Il film, sia da un punto di vista registico che narrativo, non prende parti, rimane oggettivo e lascia allo spettatore il compito di giudicare ed esprimere la propria opinione sui fatti rappresentati, senza essere influenzato dalla drammatizzazione. A questo riguardo, Lettieri adotta, fotograficamente e registicamente, l’estetica del, come dico io, brutto e malvagio che diventa bello e fotogenico, cara all’estetica e alla poetica cinematografica del grande Matteo Garrone, che vede in Dogman la sua massima espressione (guarda caso, il protagonista, Aniello Arena è uno dei feticci del regista romano). Attraverso la trattazione visiva compiuta dalla cinepresa di Lettieri, infatti, la bruttezza, sia fisica che morale, che circonda il mondo degli ultras viene resa intrigante, interessante e misteriosa, diventa un soggetto cinematografico riuscito e, appunto, fotogenico. La fotografia, firmata da Gianluca Palma, si impegna, inoltre, a potenziare, con le proprie luci ed un oculato studio fisico, con il proprio carattere terreno e terroso, diretto e violento; l’espressività e i volti, già pittoreschi in principio, dei differenti interpreti. Passando, invece, alla sceneggiatura, Ultras, per alcuni versi, può essere considerato un film veramente atipico. Infatti, parlando di ultras e di tifoseria da stadio, probabilmente, lo spettatore si aspetterebbe una pellicola in cui il calcio ricopre una posizione centrale e chiave. Nel film di Lettieri, stranamente, tutto ciò non avviene. Il giuoco del pallone viene nominato e si intravede soltanto momentaneamente, venendo relegato, in determinate sequenze, ad un ruolo di mero sottofondo e presenza determinante. Il calcio è il motore di tutto, ma non il soggetto di Ultras. Ultras parla, prima di tutto, di persone, di appartenenza, di famiglia, di vita, di morte, di violenza. Ultras racconta e rappresenta, in maniera, direi quasi, realista, un contesto sociale, una sfaccettatura, anche se minima, estrema e border-line, della nostra società. Si va oltre al calcio, iniziando a parlare di fedeltà e credo. Costruendo tutta la vicenda su una semplice struttura circolare, ma lineare, Peppe Fiore firma una narrazione ed una rappresentazione cruda, viscerale, grottesca, vera e diretta, come un pugno in faccia, del mondo degli ultras, di ciò che esso rappresenta, dei suoi limiti e delle sue estremizzazioni.

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Questa omissione del calcio tra i suoi elementi, può, da un lato, giocare a favore di Ultras rendendolo appetibile a tutti, anche a chi non segue o non è appassionato della disciplina sportiva e del suo mondo -, tuttavia, dall’altro, potrebbe rappresentare un allontanamento ed una delusione da chi si aspettava altro e si era già formato un’idea, più o meno, calcio-centrica della pellicola. Detto questo, comunque, il film di Francesco Lettieri arriva dritto al punto, riesce a trasmettere molto bene ciò che vuole comunicare. La caratteristica centrale, che domina ed impera su tutta la vicenda e l’atmosfera, del film è, senza alcun ombra di dubbio, l’importanza e l’essenzialità del gruppo, che io definirei clan, sulla vita dell’affiliato, del singolo, raggiungendo quasi livelli mafiosi e criminali (ennesimo rimando a Gomorra). La tribù diventa superiore a qualsiasi cosa, alla propria umanità, alla propria famiglia, alla propria adolescenza, alle proprie relazioni personali e sessuali. Ed è proprio l’elemento sessuale uno dei termini di paragone principali della pellicola di Lettieri. Molteplici sono le sequenze che vedono la rappresentazione di rapporti sessuali, interrotti dalla chiamata al dovere – quasi una chiamata alle armi – da parte del clan. Una coincidenza particolare, sicuramente voluta, che non fa che sottolineare la natura tribale degli ultras è il nome del gruppo: gli Apache, termine con cui è conosciuta una popolazione nativa dell’area sud occidentale dell’America Settentrionale, divisa, appunto, in tribù con gerarchie ed un senso costante di appartenenza. Tutto è fatto su misura del clan, che diventa il motivo per cui l’individuo si alza al mattino e dedica le proprie forze e la propria passione, arrivando pure a dedicargli la vita stessa. Oltre a questo messaggio, espresso con forza e decisione dal film, l’opera prima di Lettieri – in particolare, la sua sceneggiatura – pecca, tuttavia, di un’assenza fin troppo evidente di una colonna vertebrale narrativa ben presente.

A differenza di Gomorra, per esempio, in cui vi è un racconto, la drammatizzazione di un evento di finzione, nel suo film, Francesco Lettieri si accontenta e pone in primo piano una rappresentazione, quasi documentaristica e d’inchiesta, del mondo marcio e violento degli ultras. Non vi è un vero e proprio filo conduttore della vicenda ed una consequenzialità precisa degli eventi. La pellicola si mostra al pubblico come uno spaccato della vita di questi quartieri, in cui non si ha tempo di essere adolescenti e di crescere come si deve, in cui bisogna diventare subito adulti per non soccombere ed adattarsi (elemento ripreso, come ovvio, da La paranza dei bambini). Questa storzatura, nel lungometraggio di Lettieri, in alcuni momenti, porta a chiedersi, di conseguenza, dove si voglia andare a parare, quale sia il fine ultimo della rappresentazione, oltre ad una semplice esposizione umana e cruda del gruppo di tifosi. Arrivato a poco prima della metà, lo spettatore riconoscerà, quindi, che il film non è, e non sarà, altro che questo per tutta la sua durata – il che non è interamente un male; anzi, la messa in scena è molto buona e le tematiche sono ben affrontate -, sottolineando, forse, un carattere fin troppo semplicistico, derivativo, acerbo ed adagiato della scrittura di Fiore. Tutto questo è drasticamente rincarato da una durata eccessiva e diluita (20 minuti in meno sarebbero bastati a far scorrere il film molto più fluidamente) ed una sequenza finale incoerente, eccessivamente “tamarra” e fuori luogo, in cui Lettieri ritrova le proprie radici da videoclipper. In ultima battuta, però, c’è da riconoscere che gran parte della riuscita positiva di Ultras è da ritrovarsi soprattutto nelle interpretazioni valide, credibili, realistiche ed ispirate da parte di tutto il cast – composto, per la maggior parte, da non professionisti -, innalzate, senza dubbio, da dialoghi vorticosi, plausibili, caratterizzati da voci che si sovrappongono, momenti di roboante vociare e discutere e confronti ansiogeni e tesi. Vero e proprio motore del comparto attoriale della pellicola è certamente Aniello Arena, caratterista formidabile e volto riconoscibilissimo. Arena domina costantemente la scena e, anche quando non si vede, sembra essere comunque presente. Complice di questa potenza espressiva è, di sicuro, il lavoro e l’esperienza maturata con Garrone in Dogman, ma anche con Pietro Marcello in Martin Eden.

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Al suo esordio registico, Francesco Lettieri regala, perciò, una performance ed una prova sicuramente inaspettata e ben voluta, soprattutto nel rinascente panorama cinematografico italiano. La pellicola è priva di difetti? Sicuramente no. Alcuni elementi potevano essere maggiormente approfonditi – come le caratterizzazioni di alcuni personaggi – o accorciati. In più, Lettieri dimostra, giustamente, ma, purtroppo, in modo troppo evidente, un attaccamento, forse eccessivamente morboso e forte, con il suo mondo e il suo contesto artistico d’origine – di cui, come detto, è divenuto uno degli esponenti principali. Ultras, pur con il suo procedere un po’ casuale, con la sua derivazione marcata e anti-identitaria ed un finale non proprio ispiratissimo, rimane comunque un film assolutamente da vedere, da non buttare; una pellicola consapevole di ciò che vuole comunicare e che fa di tutto per tramandarlo nel modo più efficace e corretto possibile. Ultras cattura ed intriga eccome. Sarà per le sue interpretazioni così palpabili, vere ed umane, sarà perché abbiamo un po’ il gusto del marcio, del violento e del crudo, sarà perché ci ricorda così tanto le nostre origini o forse sarà proprio perché questa gerarchia, questa affiliazione morbosa ed imperante, questo senso di appartenenza a qualcosa, ad una causa superiore, ad un gruppo, fa parte un pochino della vita di tutti noi… Chissà?

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VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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