Elite 3, la stagione superflua di uno show senza idee

E’ ora disponibile, sulla piattaforma streaming di Netflix, la terza stagione del teen drama spagnolo più famoso di sempre. Forte del successo delle precedenti stagioni, la serie torna in pista, presentando un inaspettato cambio di atmosfere e di tono, ma riproponendo, lo stesso, molteplici dei difetti con cui il pubblico ha ormai imparato a convivere. Tuttavia, pur con una notevole inversione di rotta, a livello di tematiche e discorsi, Elite 3 non può che essere visto come un prodotto diluito e, alla lunga, ridondante

La sindrome di Jessica Fletcher si abbatte nuovamente sull’istituto prestigioso ed esclusivo di Las Encinas. Dopo l’assassinio di Marina (prima stagione) e la “scomparsa” di Samuel (seconda stagione), questa volta, i frustrati e problematici studenti della scuola dovranno scontrarsi con un omicidio che potrebbe risolvere ogni loro frustrazione e dolore, così come condannarli per sempre – l’opzione più sensata, secondo il mio modesto parere. Continua, nella sua corsa sfrenata e di successo, la soap, travestita da serie TV, creata da Carlos Montero e Darío Madrona. Nata, molto presumibilmente, come risposta spagnola al successo dei teen-drama americani, come il più noto Tredici, le precedenti stagioni della serie ci hanno abituato a picchi d’imbarazzante trash. Per me, la prima stagione è uno dei massimi capolavori moderni del cringe (ovvero imbarazzo dello spettatore durante la visione) che abbiano mai solcato il piccolo schermo. Il serial, inoltre, è noto ed apprezzato, soprattutto ai più giovani, per la sua natura volutamente provocatoria e “proibita”. Fondamentalmente, tutto ciò che fanno gli show-runner è prendere degli attori bellocci – sia maschili che femminili – e fargli fare cose random – perché un briciolo di trama e d’impegno non sono poi necessari. Ma torniamo a parlare della cosiddetta trama dietro questa terza stagione. Questa nuova serie di episodi riprende le fila di un gigantesco buco di logica ed enorme forzatura. Infatti, il finale della seconda serie vedeva Polo – l’assassino di Marina, sorella del popolare Guzman – scarcerato e libero, dopo che già un paio di persone avevano testimoniato per la sua colpevolezza e tutte le prove erano presenti – tranne l’arma del delitto, certo, ma comunque questa mancanza non giustifica il rilascio di un potenziale assassino. Perciò, tutta l’investigazione e il lavoro fatto da Samuel & co., a quanto pare, non è servito a nulla, annullando, di fatto, l’utilità della scorsa stagione. Riprendendo da questi magnifici presupposti, la terza stagione di Elite vuole chiudere, in qualche modo, il ciclo di Marina e del suo omicidio. Le tensioni, legate alla scarcerazione e al ritorno di Polo alla vita quotidiana, non fanno che crescere e nuove sorprese, nuovi amori e nuovi compagni di classe sono pronti a sconvolgere, ancora una volta, le vite degli studenti di Las Encinas. Qualcuno chiami Striscia la notizia o Le Iene e faccia un servizio su questa scuola, perché mi sembra improbabile che, dopo tre stagioni – che corrispondono, più o meno, a due anni nella serie -, nessuno si sia mai chiesto il perché di tutte queste disgrazie o abbia fatto nulla a riguardo. Ah, è vero, questi non sono altro che i problemi della gioventù e di qualsiasi teenager, perché, come ben si sa, i giovani sono, per natura, problematici, ribelli e testardi, senza eccezioni. Certamente. Ad ogni modo, tutto questo non giustifica le lacune e la bidimensionalità che caratterizzano la quasi totalità delle figure presenti.

I protagonisti di questa terza stagione in un’immagine della serie
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Nuovamente alla regia degli eventi che percuotono, per la terza volta, il collegio di Las Encinas, Ramon Salazar e Dani de la Orden. Posso dire, dal canto mio, che la direzione, la mano e la qualità registica – non un qualcosa di sconvolgente, ma sicuramente e costantemente fissata su standard abbastanza buoni – sono gli elementi che non permettono di definire e racchiudere la serie nel genere della soap opera dura e pura, come dimostrato, invece, dalla sceneggiatura. I due registi arricchiscono la serie, quindi, con una tecnica che la rende appetibile e alla portata dei più giovani, poiché maschera, con inquadrature buone e corrette, ben montate e costruite, una componente ed essenza prettamente soap-operistica. Ad una prima e superficiale occhiata, quindi, Elite, proprio grazie a questa estetica “costosa” e di buona qualità, potrebbe essere vista come un serial al pari degli altri, ma nasconde, in profondità, un paio di aspetti, cari a qualsiasi dramma televisivo come Beautiful, la spagnola Il segreto o la tedesca La strada per la felicità. Abbiamo triangoli amorosi infiniti, un po’ di componente thriller e crime molto borderline che aggiunge un po’ di pepe, relazioni e dialoghi abbastanza basilari, infantili ed artificiosi ed una tensione sessuale perenne tra i personaggi. Ed è proprio questo spingersi oltre; questa rappresentazione palese e diretta della sessualità, questa digressione dai canoni, da parte della serie creata da Montero e Madrona – oltre al soggetto giovanile – un altro elemento a favore della subordinazione ed occultamento dell’evidente componente soap della serie. Per fortuna, in questa terza stagione, si è deciso di eliminare, da un punto di vista di montaggio, quegli odiosi e fastidiosi rallenti (o slow-motion) che venivano cosparsi ovunque durante le puntate delle scorse stagioni, per dare un po’ di pathos, ma che avevano, come risultato, l’effetto opposto. Ma arriviamo a parlare della famigerata sceneggiatura e scrittura di questa terza stagione di Elite.

Polo (Alvaro Rico) in un momento della serie

Partendo dalle premesse sopracitate, in merito a recap e trama, la terza stagione di Elite si sviluppa in modo abbastanza consueto e nei canoni rispetto ai precedenti episodi del serial, condividendone la maggior parte dei difetti e cadute di stile. E, già dall’inizio della stagione, non si può che notare la noia e la ripetitività di alcune meccaniche e strumenti narrativi – denotabili già dalla scorsa stagione. Ancora una volta, abbiamo un crimine e, ancora una volta, ritorna il ping-pong tra presente (il momento subito successivo all’omicidio, in cui la polizia inizia ad interrogare i protagonisti su ciò che è successo e ciò che hanno visto) e passato (come si è arrivati a quel punto). Questa struttura, utilizzata anche per l’omicidio di Marina e la scomparsa di Samuel, oltre che essere superata, è un segno evidente di mancanza di idee e di innovazione, da parte degli autori. Ma non ne è l’unico esempio, purtroppo. Da qui, è tutto in discesa, o meglio, in salita, vista la fatica che ho sperimentato nel concludere la visione di questa stagione. Caratterizzazione e progressione del personaggio inesistente o costruita molto male (il personaggio di Lu, che diventa presto uno dei più importanti della stagione, presenta un’evoluzione fin troppo repentina e poco credibile), incapacità, da parte di quasi tutti, nel prendere una minima decisione importante per la loro vita, story-line arrancate e ormai tirate avanti in modo pesante e ripetitivo (come, per esempio, il conflitto di idee tra Nadia e la famiglia), un ritorno in pompa magna dei famigerati triangoli amorosi bisessuali – come quello tra Polo, Carla e Christian della prima stagione – ed una progressione della vicenda per coincidenze e casualità, senza un minimo senso logico. Questo e molto altro compone il centro e il nucleo dei difetti di una terza stagione che, ad ogni modo, sembra presentare un sorprendente cambio di rotta, vertendo sulla trattazione e rappresentazione di tematiche abbastanza importanti come la malattia, la dipendenza e ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Quindi, per un attimo, la trama sembra elevarsi ad un qualcosa di più del semplice, per usare un francesismo, “pippare e scopare” delle precedenti stagioni (che, a sto punto, guardatevi un porno). Peccato che, nell’economia della stagione in sé e della progressione della trama e dei fini di essa, tutte queste non sembrino altro che distrazioni ed ostacoli temporanei, per dilazionare e diluire ancora di più i tempi, in modo da arrivare a otto episodi di durata.

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Ander (Aron Piper) e Omar (Omar Ayuso) nella serie

Apprezzo volentieri, ci mancherebbe solo, questa volontà, da parte degli autori, di avvicinarsi ad una sorta di proposta di riflessione, rivolta allo spettatore, su temi importanti e quotidiani per moltissime persone nel mondo. D’altro canto, però, bisogna anche ragionare sulle premesse e sugli obiettivi principali della storyline e sull’economia del racconto. Analizzando, in modo dettagliato, la spartizione e la quantità di momenti che proseguono la trama e l’incipit della stagione e quelle, invece, di sequenze e frammenti riempitivi o, comunque, secondari agli obiettivi principali della scrittura, si nota una predominanza e predilezione per questi ultimi. Da un punto di vista di costruzione della vicenda e dello sviluppo degli eventi, tutto ciò non può che tradursi in una parola sola: filler. Gli autori dedicano, perciò, i primi episodi ad una benché minima progressione dell’intreccio narrativo principale, dopodiché, la vendetta contro Polo, l’omicidio, il personaggio di Polo in sé, scompaiono dalla loro mente, per lasciare spazio a quattro episodi sulla presunta evoluzione dei personaggi che, purtroppo, risulta fin troppo fulminea e un mero riempitivo. Ciò che veramente importa, ai fini della trama, viene ripreso, quindi, solo negli ultimi due episodi. Detto questo, purtroppo, i difetti non finiscono qui. Un ulteriore elemento che, penso, farà storcere il naso a tutti coloro che si approcceranno alla visione di questa terza stagione, sono i nuovi personaggi e la caratterizzazione sempliciotta e confusionaria di altre vecchie leve della serie, come Polo, ma soprattutto Omar. Una volta finita la visione degli otto episodi, se ci si riflette abbastanza, è possibile notare una quasi completa inutilità delle succitate new entry, ovvero Malick e Yeray, se non come elemento di ostacolo ed ostilità, ma anche di evoluzione, che i protagonisti devono superare e rispetto a cui devono migliorare. Nel caso di Malick – una delle figure più odiose e bidimensionali che abbiano solcato il piccolo schermo -, ad opporsi e confrontarsi saranno Nadia, Omar e Ander. In quello di Yeray – al contrario, uno dei più patetici ad averlo solcato -, ci penseranno Carla e la sua famiglia. (Strano, comunque, che entrambi siano personaggi di colore. Che serie emancipata e anti-canonica che è Elite!)

Yeray (Sergio Momo) e Malick (Leiti Sene) nella serie

Un altro dei difetti principali della stagione è, senza dubbio, la costruzione di Polo e di tutto ciò che lo circonda (sto parlando della “sottona” Cayetana – una persona così cieca ed incosciente non esiste sul pianeta Terra e non esisterà mai). La costruzione, sia del carattere che della storyline, nonché della rappresentazione, dell’omicida, intenzionale, e ripeto, intenzionale, di Marina (perché la serie sembra quasi perdonarlo e farlo vedere come una buona persona) è estremamente confusa e contraddittoria. Prima, lo rappresentano come un calcolatore che fa di tutto pur di scagionarsi ed evitare di andare in carcere per ciò che ha fatto, altre volte ha un comportamento infantile e a dir poco patetico. Ciò che stona, purtroppo, è il fatto che tutto ciò non è frutto di un’evoluzione e di una serie di eventi. No, il personaggio di Polo pare essere dotato di un interruttore che gli permette di passare da uno stato all’altro. Tutto questo non fa che renderlo, senza dubbio, il personaggio più fastidioso dell’intera serie – poco sopra Malick. Nonostante questi evidenti errori, tuttavia, Elite non finisce di stupirci con le sue cadute di stile ed insensatezze. Gli autori devono ancora sparare un paio di cartucce. Sto parlando, ovviamente, delle classiche e normalissime, parlando di Elite, incongruenze sia all’interno della stagione che a livello di collegamenti con le scorse – e forzature. In particolare, la forzatura maggiore e, senza dubbio, più memorabile, per la sua improbabilità e bruttezza narrativa è quella della vernice fluorescente, che manco quelli della scientifica. Chi ha visto, sa a cosa mi sto riferendo. Invece di chiamarla vernice, io la rinominerei “paraculatamassima per sviluppare ed evolvere due storyline stantie con un sol colpo. Quando si dice prendere due piccioni con una fava. I buchi di logica e le succitate forzature non si sprecano neppure nell’intreccio finale della stagione, nell’attuazione del crimine stesso e in ciò che accade dopo. Sto parlando dell’elemento del vetro rotto (che, nonostante siano passati giorni, forse settimane, dalla prima crepa e rottura, nessuno dello staff lo nota o, perlomeno, se ne preoccupa, per farlo aggiustare) e di quello dell’impronta digitale di Polo. E non vado neanche a trovare o ricercare un significato profondo e metaforico al primo, perché, vista la qualità narrativa del resto, non è altro che scrittura fatta con i piedi.

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A sinistra, Guzman (Miguel Bernardeu) in una scena della serie

Tutta la stagione è da affossare completamente? Quasi sicuramente sì, proprio perchè cosparsa da errori veramente basilari e da principianti, ma ci sono, lo stesso, alcuni aspetti che funzionano, come le interpretazioni da parte di tutto il cast presente. Nel limite di ciò che gli permette di fare una sceneggiatura priva di una costruzione decente dei personaggi; gli interpreti oscillano costantemente tra buone interpretazioni e prove attoriali e performance fin troppo costruite e caricate, non troppo naturali e credibili. Copio ed incollo quello che ho scritto sulla terza stagione di Tredici, con cui Elite 3 ha molto da condividere, anche a livello di trama – se ci pensate. Alla terza stagione, nonostante una loro compagna sia morta proprio per questi segreti, intrighi e piani “malefici” e vendicativi; tutti continuano imperterriti con questo tipo di atteggiamenti e comportamenti, ricadendo negli stessi errori di prima, risultando, di conseguenza, patetici ed infantili oltre ogni limite. E va bene che errare è umano, però capite che, dopo un po’, anche basta. Fino ad oltre metà stagione, non si riesce a prendere coraggio, i personaggi non ce la fanno a prendere una singola decisione seria e drastica. Il risultato? Un’evoluzione, come già affermato, fulminea, improbabile e poco credibile. Una drammatizzazione ridondante e ripetitiva, già vista, sdoganata, stereotipata e prevedibile. Finché la barca va, lasciala andare. Fatto sta che la terza stagione di Elite appare come un qualcosa di estremamente superfluo, inutile, quasi prolisso. Una stagione prodotta soltanto perché, ormai, la serie è una vera e propria gallina dalle uova d’oro per Netflix – insieme all’altrettanto famigerata (La) Casa di carta.

A sinistra, Carla (Ester Exposito) in una scena della serie

Non se ne sentiva di certo il bisogno, di una continuazione delle storie e conflitti degli studenti di Las Encinas con tutti i loro problemi, i loro amori improbabili e guasti, i loro intrighi, giochetti e segreti. Il finale a sorpresa (o cliffhanger) della seconda stagione era sì forte e sorprendente ad un primo impatto – anche se, come scritto sopra, errato nella logica e fin troppo forzato -, ma anche molto rischioso. Rischioso perché, come dimostrato dalla scorsa serie di episodi, l’inventiva già latitava nella mente degli autori da tempo. Il prodotto e risultato finale, inevitabile e prevedibile, di questa mancanza di idee è proprio questa terza stagione. Un incipit sviluppato in maniera classica, ripetitiva e noiosa, un cambiamento di rotta verso temi importanti ben accetto, se fosse stato trattato meglio e non come semplice riempitivo per aggiungere un po’ di pepe a premesse povere e carenti di appeal -; una caratterizzazione parzialmente apatica, ma sicuramente povera dei personaggi, un’evoluzione fulminea ed improbabile degli stessi ed una conclusione dell’intreccio, al tempo stesso, prevedibile e scontata, ma anche raccapricciante per la morale e per il messaggio che veicola (vogliamo parlare di quanto sia stupida la polizia?). Con Elite 3, si chiude un ciclo, ma non gioite. Temo se ne aprirà sicuramente un altro ancora più insensato ed inconcludente, viste le atmosfere e la costruzione del finale. In poche parole, questa terza stagione non può che essere vista come un’infelice, ma benvoluta manovra commerciale, per Netflix, basata unicamente sul nome della serie. Parlando di qualità? Il troppo stroppia.

Da sinistra, Lu (Danna Paola) e Valerio (Jorge Lopez) nella serie
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VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐


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