Lost Girls, un mistero americano ancora irrisolto

E’ ora disponibile, su Netflix – dopo l’esperienza al Sundance -, il nuovo film di Liz Garbus, regista dell’Original, What Happened, Miss Simone? Un cast eccellente, una regia nella norma ed un’estetica concreta, impattante, drammatica e spigolosa arricchiscono una pellicola, che parte da premesse thriller per sfociare in un urlo femminista e di giustizia forsennato. Un crime nella media che, tuttavia, non riesce a trovare la propria dimensione di originalità nel panorama odierno

Dicembre 2010. I resti di quattro donne vengono trovati lungo la Ocean Parkway, località vicina alla città balneare di Gilgo, a Oak Beach, nella contea di Suffolk. Identificando ciò che rimane di queste giovani ragazze, si scopre che tutte e quattro erano dedite alla prostituzione e facevano parte della community di Craigslist, portale che ospita annunci dedicati al lavoro, eventi, acquisti, incontri e vari servizi. Tuttavia, questa scoperta e questa ricerca, da parte della polizia – che pensa immediatamente all’opera di un killer seriale -, non sarebbe neanche iniziata se Mari Gilbert, nel maggio 2010, non avesse chiesto l’aiuto delle forze dell’ordine, in seguito alla scomparsa della figlia, Shannan. Quest’ultima, 24 anni, di professione escort, doveva recarsi a casa della famiglia per una specie di rimpatriata. Non vedendola arrivare, la madre e le due sorelle pensano subito ad un impegno di lavoro e non si preoccupano neanche troppo, abituate ormai a quest’assenza della figlia dalla loro vita. Shannan, difatti, in seguito a decisioni della madre e al suo fidanzamento, è andata a convivere e le quattro, raramente, si riuniscono. I minuti, le ore, i giorni passano, le chiamate effettuate dai membri della famiglia non ricevono risposta e, giustamente, ci si inizia a preoccupare e a pensare che le sia successo qualcosa. Sospetti confermati dal fatto che, né il fidanzato né l’autista l’hanno vista più dopo quella fatidica sera, in cui Shannan, invece di recarsi dai suoi cari, ha deciso di accettare un appuntamento con un cliente. Pak, l’autista, aggiunge che l’ultima volta che l’ha vista, Shannan stava correndo via dalla casa di un cliente nell’area di Oak Beach, chiedendo aiuto e dicendo che qualcuno la voleva uccidere. Mari decide, così, di rivolgersi alla polizia che, dopo una scandalosa dose di riluttanza nella considerazione della sparizione – perché, a quanto pare, per una ragazza del genere “è normale” fuggire in questo modo -, decide di far partire le ricerche. Ricerche che porteranno le forze dell’ordine ad attribuire, alla mano di un singolo serial killer, un numero di omicidi che oscilla tra i 10 e i 16, perpetrati in un periodo di oltre 20 anni. Colui, che passerà alla storia con il nome di killer di Long Island, si pensa essere un uomo tra i 20 e i 40 anni, dotato di una familiarità innata con la zona di Long Island e di una conoscenza dei metodi della polizia o di un’eventuale connessione con essa, grazie alla quale è riuscito a passare costantemente inosservato.

Il film ha debuttato internazionalmente al 2020 Sundance Film Festival

Da sinistra, Mari Gilbert (Amy Ryan) e la figlia Sherre (Thomasin McKenzie) nel film
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Con la speranza di far ripartire le ricerche e trovare, finalmente, un vero e proprio colpevole, Liz Garbus dirige Lost Girls, film Netflix dalle premesse crime-thriller, ma che si converte, ben presto, in un dramma famigliare dalle tinte femministe e volontà di critica e denuncia. La regista newyorchese illustra e presenta, su schermo, la vicenda e i suoi sviluppi thriller, in modo incredibilmente classico, riuscendo ad instillare nello spettatore quel pizzico di tensione emotiva e di attesa che, in un film del genere, non guastano mai. Soprattutto, se non si conosce nulla della storia che ha ispirato la pellicola, il livello di curiosità e di mistero non fanno altro che aumentare. Questo senso di mistero, tuttavia, non caratterizza soltanto il racconto, ma permea anche la rappresentazione e lo studio che la macchina da presa fa sulle figure presenti in scena. La Garbus cerca di dare un‘impronta intima alla propria mano registica, ma, parallelamente, la descrizione visiva, che essa compie sui personaggi, protagonisti della narrazione, li fa sembrare come inscalfibili, costantemente sulla difensiva, protettivi nei confronti dei propri sentimenti e segreti. Nonostante i tentativi, da parte dello spettatore, di intendere e comprendere ciò che i personaggi pensino di una determinata situazione, relazione o scoperta, questi ultimi – aiutati da interpretazioni incredibili ed immedesimate da parte di tutto il cast – lasciano trasparire soltanto una sofferenza superficiale, un’emotività immediata. Perciò, buona parte del loro dolore viene conservato, tenuto per sé stessi, senza, successivamente, prestarsi alla camera e, di conseguenza, all’occhio dello spettatore, che si baserà soltanto su ciò che essi esprimono ed affermano ed avrà sempre una visione parziale delle proprie sofferenze.

Questa caratteristica della rappresentazione dei personaggi, che, sempre e comunque, mantengono una posizione privilegiata nella rappresentazione, non fa che confermare ciò che Amy Ryan – che interpreta Mari Gilbert nel film – ha commentato riguardo al lungometraggio: <<Perdere un figlio è il peggior incubo di qualsiasi genitore>>. Questo incubo, tuttavia, è e pare rimanere, sia nella rappresentazione della Garbus che nel personaggio di Mari, un qualcosa di personale, privato, intimo, profondo, un dolore soggettivo, che non tutti possono comprendere. Questa sofferenza può essere visibile superficialmente dall’esterno, ma diventa incomprensibile una volta interiorizzata. Da un punto di vista prettamente tecnico, Liz Garbus mantiene l’estetica e l’atmosfera di Lost Girls su toni abbastanza classici e tradizionali, per quanto riguarda il thriller e crime contemporaneo. Una fotografia – firmata dal direttore Igor Martinovic – dai toni grigi, abbastanza spigolosa, fredda, tagliente, ben si unisce ed amalgama con una vicenda spietata e orribile come questa ed un’ambientazione ventosa, gelida, vastissima, insidiosa, quasi sconnessa con il resto del mondo – se non fosse per i media e i telefonini. Il paesaggio pianeggiante di Long Island e il film in sé, in alcuni momenti, ricordano e si ispirano ad alcune sfumature e atmosfere, non solo di pellicole, ma anche di romanzi thriller scandinavi. Nonostante l’indiscutibile qualità della direzione in sé – che trova nei primi piani, nei particolari e nei dettagli il proprio punto di forza -, Lost Girls non riesce a trovare la propria dimensione di originalità, perdendosi e confondendosi all’interno dell’affollato panorama thriller odierno. Quindi, seppur ispirata e utile ai fini della narrazione, la direzione della Garbus non spicca per carattere e per innovazione, accontentandosi di rappresentare, al meglio delle possibilità, una vicenda tremenda come questa. Ad affiancarla, nella narrazione del doloroso viaggio emotivo della famiglia Gilbert, ci pensa Michael Werwie, autore della sceneggiatura.

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Thomasin McKenzie ha rifiutato il ruolo offertole in Top Gun: Maverick per partecipare al film

Basandosi sia sui fatti realmente accaduti tra 2010 e 2011 che sul romanzo di Robert Kolker, Lost Girls: An Unsolved American Mystery – che ha ispirato anche il titolo del film -, Werwie dà vita ad una sceneggiatura nella media, ma che comunque riesce a mantenere una tensione continua per gran parte della durata della pellicola. Asciutta, focalizzata, tradizionale, diretta e, talvolta, brutale, la scrittura di Lost Girls presenta, in maniera corretta e calibrata, un true crime che è, prima di tutto, una vicenda ed un dramma familiare. Anche se i suoi intenti non sono prettamente quelli di sconvolgere o scioccare irrimediabilmente lo spettatore, Werwie orchestra un paio di colpi di scena, dei ribaltamenti, che sorprendono e mantengono alto l’interesse del pubblico. Tuttavia, all’interno del lungometraggio, aleggia come un senso di sfiducia, di sconforto sia nei confronti delle forze di polizia che della risoluzione del caso. Appunto, come già ripetuto e ricordato sia dal titolo del film che del romanzo, il caso del serial killer di Long Island è tuttora rimasto irrisolto, non si è ancora identificato il colpevole di tutti quegli omicidi. Anche se un elemento centrale della pellicola e della sceneggiatura di Werwie è la speranza, da parte di Mari Gilbert, di ritrovare sua figlia viva, Lost Girls comunica costantemente allo spettatore un senso di delusione e di mortalità, tali da anticipare, praticamente, l’esito delle ricerche della madre, interpretata da una grandissima e struggente Amy Ryan. In un’altra tipologia di pellicola, quest’anticipazione smisurata della mancata risoluzione del caso avrebbe rappresentato, inevitabilmente, una falla nella costruzione dell’interesse nei riguardi della vicenda. Tuttavia, come già affermato sopra, Lost Girls parte da premesse thriller, per convertirsi in altro. La tensione che circonda il ritrovamento dei corpi e ciò che ne consegue, perciò, non è completamente legata alla scoperta del killer in sé – perché, appunto, si sa già che questo caso è, ora come ora, “An Unsolved American Mystery” -, bensì ad una vera e propria suspense emotiva e di contrasto, che trova il suo fulcro proprio nel personaggio di Mari Gilbert. Sebbene i personaggi seguano stilemi alquanto tradizionali e sdoganati di rappresentazione e caratterizzazione, grazie al prestigio delle interpretazioni, lo spettatore riesce ad empatizzare profondamente con i personaggi presenti su schermo, condividendone e comprendendone, in parte, dolore e sofferenza.

Pertanto, la tensione, che la pellicola riesce ad instillare nello spettatore, non deriva dall’elemento crime e thriller in sé, ma dalle reazioni, da tutto il comparto emotivo, che i personaggi mettono in campo, assistendo e partecipando agli eventi presentati durante il corso del film. Discostandosi, in parte, dall’elemento thriller e criminale, Lost Girls affronta e porta avanti due discorsi e riflessioni fondamentali che stanno alla base della comprensione e dell’inquadramento dell’opera della Garbus. Durante la visione di Lost Girls, è immediatamente palese l’intento femminista ed emancipatorio della produzione, sottolineato dal cast, composto principalmente da interpreti femminili, e dalla caratterizzazione forte, indipendente e consapevole delle figure principali, delle vittime di questo caso di cronaca. Questo discorso di genere, inoltre, viene ribadito e completato da alcune battute, confronti e dichiarazioni, centrali anche per la trattazione del secondo tema, ovvero la negligenza ed incompetenza delle forze dell’ordine nello studio e nelle investigazioni riguardanti la scomparsa di Shannan Gilbert – minimizzata e giudicata, inizialmente, quasi scontata e prevedibile dalla stessa polizia della contea, dando la colpa all’estrazione sociale e alla professione degradante della vittima. Infatti, secondo questi poliziotti ed investigatori, parafrasando, “è normalissimo e consueto che una prostituta ed una ragazza del genere, con quelle frequentazioni, scompaia senza dare più notizie di sé“. Queste due tematiche, così interconnesse e legate tra di loro trovano, come espressione primaria, ma non solo (troviamo, per esempio, la sequenza del party di pensionamento, la seconda visita al dottore da parte di Mari), la lotta per la giustizia da parte di Mari Gilbert e il suo contrasto contro l’inoperosità e svogliatezza della polizia locale – composta quasi esclusivamente, o, almeno, così ci viene mostrato, da agenti maschilisti e abbastanza superficiali (se non per la figura del commissario Dorman, interpretato da un credibile Gabriel Byrne).

Tirando le somme, possiamo dire quindi che Lost Girls sia un crime-thriller valido? Certo, anche se, da un punto di vista narrativo, ci si allontana leggermente dalla classicità del genere, toccando vertici tipici del dramma e del film di critica. Al contrario, visivamente ed esteticamente, seppur molto buono, il film della Garbus non riesce a discostarsi dalla norma degli esempi e sviluppi moderni del genere. Si sentiva il bisogno di un film del genere, ora come ora? Da un punto di vista tematico, è un qualcosa di sicuramente attuale, nonostante non spicchi per originalità comunicativa e rappresentativa di suddetti temi e discorsi. Pur tenendo conto di questo aspetto, Lost Girls può essere considerato comunque utile e necessario, proprio perché fa conoscere una vicenda sconosciuta ai più, soprattutto agli spettatori oltreoceano. Tuttavia, nell’ottica del genere cinematografico di appartenenza, purtroppo, Lost Girls non è né l’esempio più eclatante, né quello più memorabile, in particolare sul lungo termine.

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VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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