Hunters, nazisti, Tarantino e Olocausto

Jordan Peele, regista di Scappa – Get Out e Us, produce una serie sulla frenetica, ma insolita e schizofrenica lotta tra una squadra di ebrei e un nascente e misterioso gruppo di nazisti, infiltratisi nei più alti ranghi dello stato americano. A metà tra la verve e la poetica tarantiniana e un action pulp e nevrotico, la serie travolge, colpisce ed emoziona, grazie anche ad una trattazione unica e sensibile di temi come l’oppressione, il razzismo, l’emarginazione e la Shoah

Riesumare i nazisti, la loro ideologia, i loro stereotipi e i loro luoghi comuni, in chiave comica, ironica e satirica. Ci aveva pensato Tarantino, nel lontano 2009, con il suo Bastardi senza gloria. Confezionando uno dei film migliori, più provocanti e dissacranti della sua filmografia, il regista ed autore cinematografico di Knoxville si fa poi prendere la mano, cambiando la storia e sovvertendo completamente le regole. Sulle battute finali della pellicola, infatti, Hitler e tutti i gerarchi nazisti vengono arrostiti da Shosanna, in pieno delirio vendicativo, dando fuoco al suo stesso cinema. La celebre sequenza verrà poi ripresa e citata nell’ultimo C’era una volta a… Hollywood, con Rick Dalton e il suo mitico lanciafiamme. Bastardi senza gloria era ed è, tuttora, il film che ha rivoluzionato il panorama e l’immaginario cinematografico, per quanto riguarda il tema di nazismo, Shoah, Seconda Guerra Mondiale e simili. Un altro perfetto esempio di satira e di umorismo su nazismo ed ideologia anti-semita e suprematista è dato dal recente Jojo Rabbit – film di Taika Waititi che rappresenta il nazismo, in maniera assurda, paradossale, comica, fanciullesca; un inno alla libertà unico ed imperdibile. La rivoluzione conseguente e quasi naturale si ha e si è avuta anche nel campo televisivo e dello streaming seriale, grazie a due produzioni Amazon estremamente curate; tra i migliori prodotti del panorama televisivo odierno: The Man in the High Castle e, appunto, Hunters – serie TV fresca di uscita e divenuta subito un vero e proprio fenomeno in madrepatria. La prima – conclusasi l’anno scorso con la quarta stagione e basata sul romanzo distopico, La svastica sul sole, di Philip K. Dick – racconta di un passato parallelo in cui l’Asse ha vinto la Guerra, conquistando e dominando gran parte del mondo. Gli Stati Uniti non esistono più e il loro territorio è stato spartito tra Germania e Giappone: a ovest si trovano gli Stati Giapponesi del Pacifico; a est sorge il Grande Reich Nazista; i due territori sono divisi dagli Stati delle Montagne Rocciose, noti anche come Zona Neutrale. Forte del successo del prodotto ideato da Frank Spotnitz, gli studios di Amazon decidono di inaugurare, nel 2020, la prima stagione di Hunters, serial che, già dal titolo molto più diretto e conciso, si allontana di moltissime spanne dalle atmosfere e dallo stile del predecessore, avvicinandosi esponenzialmente a quello che aveva fatto Tarantino in quel 2009.

Il tenente Aldo Raine (Brad Pitt) e il soldato Smithson Utivich (P. J. Novak) in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino
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Se nel film di Tarantino – a metà tra war movie e thriller dalle sfumature pulp con ambientazione storica -, al centro dell’azione, vi era una squadra speciale di otto soldati ebrei soprannominati i “Bastardi” e capitanata dal tenente Aldo Raine (Brad Pitt); in Hunters, il team, comandato da Meyer Offerman (Al Pacino), è molto più “scalmanato” e fumettoso, ma altrettanto spietato e a sangue freddo. Creata dall’acerbo David Weil e prodotto, tra gli altri, da Jordan Peele – una delle più sorprendenti rivelazioni degli ultimi anni, in campo thriller e horror -, regista di Scappa – Get Out, candidato a quattro premi Oscar, e di Us – Noi; Hunters racconta una vicenda totalmente inedita ed originale che, tuttavia, affonda le proprie radici in fatti realmente accaduti. La serie si ispira, infatti, a diverse figure di cacciatori di nazisti, vissuti ed attivi attraverso le decadi del secolo scorso, e su vicende reali e documentate come l’Operazione Paperclip – il cui obiettivo non vi voglio “spoilerare”, per scoprirlo durante il corso degli episodi. Quindi, per entrare un po’ nella trama e nei presupposti iniziali, il serial segue le orme di un gruppo di cacciatori di nazisti e della loro cosiddetta Caccia, sullo sfondo di una New York tesa e sul punto di esplodere, come quella del 1977. Questi Hunters – sotto la guida del sopravvissuto al campo di Auschwitz, Meyer Offerman, una sorta di Professor X – scoprono, difatti, che gran parte dei criminali e gerarchi nazisti si sono infiltrati nella società, nel governo, nell’establishment americano, adattandosi e scomparendo completamente dai radar e fuggendo dalla giusta e meritata pena per i loro crimini di guerra e contro l’umanità. Volenterosi di far giustizia per quei 6 milioni di ebrei che persero la vita nei campi di concentramento e di sterminio e nei processi di “arianizzazione”, forti delle informazioni scoperte da Ruth Heidelbaum – un’altra sopravvissuta dell’Olocausto, legata strettamente a Meyer – e con l’aggiunta del nipote della stessa, Jonah; Offerman e soci decidono di scovare, perseguire ed infine giustiziare i rifugiati nazisti, facendosi, così, giudice, giuria e carnefice. Weil, sicuramente sotto la supervisione e il consiglio di Peele, costruisce, con questo Hunters, dieci episodi sorprendenti, pieni di citazioni stilistiche ed estetiche, adrenalinici, assolutamente da non perdere per i fan, sia del grande che del piccolo schermo.

I componenti della Caccia

La nuova serie, prodotta da Amazon Prime Video, segue e conferma perfettamente il recente e crescente avvicinamento dei prodotti televisivi all’ottica, alla qualità e all’estetica cinematografica, con puntate che non hanno nulla da invidiare ad una qualsiasi produzione hollywoodiana o pensata per il grande schermo. Per lo più, nel panorama dello streaming seriale, negli ultimi anni, la piattaforma di Amazon ha compiuto passi da gigante, confezionando – a partire proprio da The Man in the High Castle, arrivando a The Terror, Carnival Row, American Gods e alla recente The Boys – dei veri e propri gioiellini, sotto svariati punti di vista. Possiamo tranquillamente affermare che Hunters è, un po’, il figlio illegittimo della brutalità, dello stile e dell’estetica profondamente fumettistica del sopraccitato The Boys. I punti in comune si intravedono fin dalla regia, giostrata ed affidata a cineasti più o meno conosciuti, più o meno inseriti nell’ambito sia televisivo sia cinematografico. Ad aprire le danze, con il primo episodio – dalla durata di ben 90 minuti, convincente e diretto, come un pugno in pieno volto -, ci pensa Alfonso Gomez-Rejon, il più famoso tra i cineasti di questa prima stagione, regista di Edison – L’uomo che illuminò il mondo – film basato sulla storia vera dei contrasti tra Edison, Westinghouse e Tesla, in seguito all’invenzione dell’elettricità. Inquadrature oblique, primi piani espressivi, campi e controcampi concitati ed intriganti, sequenze d’azione all’ultimo respiro, un’atmosfera dark, pulp e violenta, piani sequenza ed un’attenzione spasmodica per i dettagli. L’episodio, diretto da Gomez-Rejon, coinvolge ed “acchiappa” immediatamente lo spettatore, presentando atmosfere, elementi e fili narrativi che contraddistingueranno, poi, gli episodi a seguire. Un ottimo pilot, insomma. Le 9 puntate, che vengono dopo questo ottimo inizio, si adattano e prendono spunto dall’esempio di Gomez-Rejon, costruendo sequenze rigorose e giuste, da un punto di vista della grammatica e dell’impostazione dell’immagine, ma ponendosi sempre in secondo piano rispetto alla sceneggiatura e al procedere degli eventi.

Da sinistra: Jonah Heidelbaum (Logan Lerman) e Meyer Offerman (Al Pacino) in una scena tratta dal primo episodio
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In un continuo ping-pong tra passato e presente, Hunters è un gigantesco calderone di citazioni, riferimenti, strizzatine d’occhio alla poetica e all’estetica di numerosi cineasti, tra cui il già citato Tarantino, e di differenti filoni narrativi e cinematografici, come il pulp, il nazi-shaming, i film d’exploitation, il cinema patinato, a basso budget ed incredibilmente trash, ma anche i film di arti marziali, i polizieschi, i noir, fino ad arrivare ai recenti dramma, thriller, cinecomics e a quella tipologia di cinema, caratterizzata da un’obbligata sospensione dell’incredulità, richiesta allo spettatore. Questo mucchio caotico di generi differenti e contrastanti, tuttavia, non impedisce lo sviluppo di una vicenda entusiasmante, sviluppata su più piani temporali e narrativi che si intrecciano tra di loro, composta da varie storyline secondarie, ma estremamente centrali ai fini della trama, emozionante e senza esclusione di colpi, in cui la componente del thrilling riveste un ruolo di primaria importanza. Anche se la trama e la narrazione della vicenda procede in maniera spedita e consapevole delle proprie volontà rappresentative e del fine di tutte queste storyline, nell’economia del racconto; il ritmo non è sempre costante. La serie parte letteralmente con il botto, poi, passata la metà della stagione, ci si adagia leggermente, forse un po’ troppo, sulle conseguenze di determinate azioni, per poi, infine, recuperare terreno, con due episodi conclusivi che cambiano drasticamente le carte in tavola. Questa struttura e questa vicenda, così machiavellica, complessa, ricca di tensione, suspense e twist inaspettati e mai prevedibili, deve la propria riuscita, quasi interamente, ad una costruzione e caratterizzazione credibile, umana ed avvincente delle diverse figure che compongono il colorato e concentrato mosaico pop e pulp di Hunters. I personaggi creati da David Weil iniziano il loro percorso su schermo come mere macchiette e stereotipi, a volte anche paradossali: abbiamo il ragazzo povero e sfigato, ma incredibilmente intelligente che non riesce a trovare il posto nel mondo, l’anziano ricco, misterioso ed inserito nell’establishment, il soldato giapponese, reduce dal Vietnam, l’attore in declino ed alcolizzato, la suora e la gangster cazzute e la coppia anziana simpatica e calorosa, ma paradossalmente esperta in tecnologia. Questa partenza, appunto, macchiettistica degli Hunters non fa che enfatizzare ed evidenziare ancora di più l’evoluzione e complessità che raggiungeranno con il procedere degli episodi.

Travis Leich (Greg Austin), uno dei villain della serie

Lo stesso discorso vale anche per i villain che, seppur nella loro natura prettamente fumettistica, assurda, stereotipata e completamente maligna, appaiono psicologicamente e visivamente sfaccettati ed interessanti. Tuttavia, c’è da aggiungere che, anche i buoni a volte passano per cattivi. Nel corso della stagione, sia lo spettatore che gli stessi eroi si chiedono costantemente se ciò che i personaggi stanno facendo non li stia irrimediabilmente in ciò che stanno tentando di combattere. Nonostante l’incipit estremamente assurdo, sopra le righe, ostentatorio, dissacrante, provocatorio, la serie raggiunge picchi narrativi seriamente disarmanti, emotivi, sensazionali, commoventi, trattando temi e discorsi importanti, presenti e caratterizzanti la nostra quotidianità. Temi e questioni che, a volte, ingenuamente, pensiamo essere più che superati. Si parla, ovviamente, di Olocausto, Shoah, memoria, arianizzazione, sterminio, antisemitismo, ma anche di razzismo, diversità ed emancipazione femminile, in maniera dura, sfacciata, concreta, diretta, esplicita e, di conseguenza, efficacissima. E’, appunto, nella trattazione – soprattutto, attraverso analessi/flashback struggenti, spiazzanti ed emotivamente carichi – di questi argomenti che si riconosce lo “zampino” di Jordan Peele e del suo impegno sociale, soprattutto per quanto riguarda la discriminazione razziale (come dimostrato da Scappa – Get Out), ed è proprio in questi momenti che la serie tocca alcune delle vette narrative migliori, non solo del prodotto in sé, ma anche di quest’annata televisiva. La serie può essere vista come la discendente naturale di The Boys anche per il suo rifarsi fortemente alla cultura pop, che vede, tra i propri divulgatori principali, proprio il fumetto supereroistico. The Boys è tratto da un fumetto – una graphic novel, per essere precisi -, che non è che l’esasperazione, in chiave violenta e grottesca, della figura del supereroe. E anche Hunters, in qualche punto, sembra esserlo. Non so se questa sensazione sia data dalla presentazione estremamente fumettistica, rumorosa e videoludica dei personaggi, da alcune sequenze d’azione, sospese tra assurdo ed incredulità, dalla componente visiva del tutto, oppure, per esempio, dai numerosi rimandi e citazioni alla cultura dei comics americani (Batman, Lanterna Verde, Professor X, Superman, Spider-Man, ecc…).

Lonny Flash (John Radnor) in una scena della serie
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La sceneggiatura, il concept e la regia di Hunters non sarebbero così magiche e spettacolari se, ad accompagnare, non ci fosse un cast così assortito e talentuoso. La serie, inoltre, è già storia, perché rappresenta il primo e vero approccio del grandissimo Al Pacino con il mondo delle serie televisive. La star – recentemente candidata al suo nono premio Oscar – di cult senza tempo, come Scarface, Il Padrino e Serpico, nonché di due film usciti l’anno scorso (C’era una volta a… Hollywood e The Irishman), impone, con la sua recitazione e la sua imponenza, sia attoriale che scenica, il proprio monopolio su tutti e dieci gli episodi della serie. Hunters, quindi, non è più, per il grande pubblico, “la serie degli ebrei contro i nazisti“, bensì, “la serie di Al Pacino“. La prova attoriale del fu Tony Montana è così mastodontica, solida ed eccellente che diventa irrimediabilmente uno degli elementi di riconoscimento e più memorabili dello show. Ogni sequenza, in cui questi è presente, diventa ineluttabilmente sua, senza se e senza ma. In un prodotto televisivo, non in un film, Pacino riesce a toccare il livello raggiunto in The Irishman – tra i suoi ruoli recenti, uno dei migliori -, facendo ridere lo spettatore, emozionandolo e travolgendolo completamente. A tenergli testa, ma leggermente inferiore all’attore premio Oscar, il giovane Logan Lerman che – dopo i suoi ruoli in Percy Jackson, Noi siamo infinito, Noah e Fury – era un po’ scomparso dalle scene. Hunters, oltre a segnare l’esordio televisivo di Al Pacino, perciò, marca anche il ritorno attoriale e sotto i riflettori del fu idolo delle ragazzine; qui, in un ruolo molto più maturo e di spessore. Lerman, nella rappresentazione di Jonah Heidelbaum, ha dovuto scontrarsi con una costruzione ed un carattere estremamente complesso, contrastante e in crescita e direi che egli abbia ottenuto e raggiunto, a pieni voti, il volere rappresentativo della sceneggiatura, per quanto riguarda il suo personaggio.

Il Colonnello (Lena Olin), il villain principale della serie

In Hunters, infine, un altro interprete, a dir poco inaspettato, ricalca le scene, dopo le nove stagioni di How I Met Your Mother. Sto parlando del volto comico Josh Radnor che – in seguito all’interpretazione dell’innamorato, ma sfortunato Ted Mosby – torna sul piccolo schermo per interpretare, in modo ilare, ma estremamente vero, il personaggio di Lonny Flash. Ad arricchire il gigantesco e sfaccettato mosaico che è Hunters ci pensa la fotografia di William Rexer, Tim Norman e Frederick Elmes. Visivamente diretta e violenta, pulp, patinata, caricata, ispirata, essa risulta doppiamente legata al racconto e alla sua caratterizzazione spaziale e temporale, nonché estremamente espressiva. Tuttavia, le sequenze d’azione e i confronti, di cui la serie è piena, non sarebbero così ben caratterizzati, così incisivi e cadenzati, senza un montaggio, a metà tra il narrativo e il discontinuo, ugualmente pregiato e curato, che non si limita a dare un ritmo, ma entra e si intromette prepotentemente nella rappresentazione, interagendo con ambientazioni, personaggi ed oggetti. In ultima battuta, un ulteriore aspetto pregevole della serie creata da David Weil è la ricostruzione storica della New York del 1977, scossa da violenza, crimini ed un serial killer a piede libero. Sto parlando del Figlio di Sam – omicida seriale, responsabile della morte, per quello che si è scoperto fin ora, di sei persone tra il ’76 e il ’77. Oltre ai fatti reali di cronaca, un elemento altrettanto utile nella caratterizzazione temporale è la musica caratterizzante quegli anni. Tra le componenti più valide di Hunters, quindi, si può citare anche la colonna sonora, composta di brani di band come i Doors, i Rolling Stones, i Talking Heads, i Velvet Underground oppure cantanti come Bob Seger, Roy Orbinson o Dick Dale.

La detective Millie Morris (Jerrika Hinton) in una scena della serie

Seppur con qualche difetto minore – alcuni fili narrativi che vengono presentati, ma successivamente tralasciati ed alcune incongruenze -, la nuova serie Amazon, creata da David Weil e prodotta da Jordan Peele, è, senza alcun ombra di dubbio, uno dei prodotti televisivi imperdibili di questo 2020. Un mix coerente, consapevole e forte di poetiche, ispirazioni e correnti diverse. Un thriller, che è anche un pulp, che è anche una serie di denuncia, che è anche una comedy, che è anche un drama. Hunters è un serial assolutamente fenomenale, arricchito esponenzialmente dall’interpretazione centrale ed inamovibile di Al Pacino e da una vicenda coinvolgente, fatta – come in The Boysdi oppressi che diventano oppressori e viceversa, disseminata di twist. Colpi di scena potenti ed inaspettati, come i due conclusivi (uno è quasi un ribaltamento alla Scooby-Doo – citato, tra l’altro, nella serie), che non fanno altro che instillare, nello spettatore, un’attesa morbosa per una futura seconda stagione che speriamo arrivi prima di subito. Heil Hitl… Ah no, quello è un film! Lunga vita alla Caccia!

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VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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