Anthony Stark + Sherlock Holmes = Dolittle

Ennesimo adattamento cinematografico delle opere di Hugh Lofting, Dolittle di Stephen Gaghan, con, come protagonista, l’istrionico Robert Downey Jr., si presenta come un buon film per ragazzi e bambini, con buone intenzioni, alcuni momenti divertenti, ma con altrettanti difetti che ne minano la solidità. Primo fra tutti, una sufficiente esplorazione degli svariati personaggi

Inghilterra. Prima metà dell’800. Il dottor John Dolittle è un veterinario che riesce, in modo incredibile ed inspiegabile, a comprendere e a comunicare con gli animali. Con la moglie Lily, il dottore intraprende una serie di viaggi ed esplorazioni in ogni parte del globo e stringe amicizia con numerose creature che abitano in questi territori selvaggi o desolati. Dopo essere stati curati da Dolittle, questi animali accettano di andare ad abitare con lui e la consorte nella loro villa in Inghilterra, un luogo a metà tra un’abitazione vera e propria, una clinica ed una riserva naturale, donatagli dalla regina in persona per i loro servigi. Poco tempo dopo, la moglie riparte – questa volta, da sola – per una spedizione di ricerca verso uno degli angoli più oscuri e reconditi del pianeta. Purtroppo, durante questa missione, la giovane Lily muore a seguito di una violenta tempesta e il dottor Dolittle, affranto, decide che, da quel momento in poi, non avrà più alcun contatto umano e con l’esterno della sua magione. La sorte, tuttavia, ha piani diversi per il nostro veterinario. Un giorno, infatti, un ragazzo di nome Tommy Stubbins, durante una battuta di caccia con suo zio, spara e ferisce involontariamente uno scoiattolo di nome Kevin. Volendo salvarlo a tutti i costi, questo viene condotto da Poly, il pappagallo della villa, dal dottore in persona, ormai stanco, diffidente, ozioso, svogliato nei confronti di qualsiasi cosa. Nella sua visita alla casa del dottore, Tommy resta affascinato dal modo in cui Dolittle e suoi animali comunicano tra di loro e decide di imparare a parlare con gli animali e di diventare il suo apprendista. Lo stesso giorno, la regina Vittoria invia la giovane Lady Rose alla riserva con il compito di portare il dottore a Buckingham Palace, per cercare di curarla da una malattia mortale. Persuaso ad uscire dalla villa da Poly – dopo aver saputo che se la regina morisse, lui e i suoi animali perderebbero il diritto di vivere nella casa -, al suo arrivo, egli scopre che la regina ha ingerito un tipo di erba velenosa conosciuta come “belladonna“. Per essere curata, deve mangiare un frutto proveniente da una terra lontana. Anche se sembra che il frutto sia inesistente perché esso nasce dall’Albero dell’Eden, che cresce solo su un’isola che non è segnata sulle mappe, tuttavia, è deciso a partire. Il dottore, il giovane Stubbins e tutti gli animali della villa si imbarcano, così, per un viaggio abbastanza tradizionale e classico tra mille disavventure ed altrettante (forse) sorprese.

Robert Downey Jr., dopo il successo della saga degli Avengers, torna al cinema

Dopo il recente successo della saga dell’Infinito, targata Marvel Cinematic Universe, in cui interpretava il milionario playboy filantropo Tony Stark AKA Iron Man; Robert Downey Jr. torna sul grande schermo davanti alla macchina da presa di Stephen Gaghan. Reduce dal flop e mezzo fallimento di Gold – La grande truffa – film con Matthew McConaughey e Bryce Dallas Howard, basato sulla storia vera dello scandalo che coinvolse, negli anni Novanta, la società Bre-X Minerals -, Gaghan se la cava decisamente meglio, nella direzione delle rocambolesche avventure di Dolittle e dei suoi amici. Focalizzandosi, in particolar modo, sulla valorizzazione dei personaggi e dell’azione pura ed incontaminata, il regista di Louisville dà vita ad un racconto incredibilmente centrato e centralizzato, incollato, letteralmente, alla figura del dottore e dei suoi compagni di viaggio. Si assiste, così, alla costruzione di numerose sequenze che, spesso, risultano fin troppo chiuse, mirate sulla sola figura attoriale e del personaggio, dimenticandosi di dar aria e respiro alle inquadrature, di aprire il racconto filmico verso nuovi orizzonti narrativi e visivi. Sono pochissimi, difatti, i piani che tentano di dare un maggiore contorno e contesto spaziale e di ambientazione alla pellicola. Campi lunghi, lunghissimi, panoramiche descrittive. Tutte queste tipologie di piano vengono sacrificate, in favore di un’impronta quasi preferenziale scelta nei confronti dell’azione più pura, genuina, naturale, diretta, a cui si assiste in prima persona. Rivolgendosi ad un pubblico di adolescenti e giovanissimi, il film di Gaghan decide di puntare tutto sull’immediatezza del racconto, sull’elemento adventure alla Indiana Jones, per intenderci; penalizzando, in questo modo, una trattazione maggiore, più approfondita e tridimensionale del mondo di Dolittle e dei personaggi che lo abitano. Il rivolgersi quasi interamente ad un target di giovani bambini e ragazzi è dimostrato anche dalla costruzione e dalla realizzazione filmica di sequenze a dir poco goliardiche, al limite della volgarità più becera ed infantile, posta, sicuramente, per far ridere i più piccoli. Sto parlando della discussa e, a mio parere, veramente gretta ed evitabile sequenza di scontro con il drago e della conseguente operazione sulla creatura in questione; veramente di cattivo gusto. Parallelamente a ciò, Gaghan condisce il susseguirsi dell’avventura di Dolittle & co. con sequenze action e d’intrattenimento puro, discrete e ben confezionate, parlando di regia e messa in scena, ma leggermente confusionarie in qualche punto.

E’ normale avere paura…

Dolittle (Robert Downey Jr.) nel film

Il film è l’ennesima trasposizione della serie di romanzi scritti da Hugh Lofting nella prima e a metà ‘900. Un tentativo di adattamento – tutt’altro che fedele e pedissequo al materiale originale – era stato tentato, con scarsi risultati, nei film con, come protagonista, Eddie Murphy, ambientato ai giorni nostri, che dai libri di Lofting prendeva solo il concept di base. Dolittle dà l’idea, durante la visione, di essere una pellicola costantemente sul bordo di un precipizio, in bilico tra stabilità e discontinuità, un film sempre sulle spine, quasi come avesse, perennemente, un attacco schizofrenico. Questa caratteristica del film di Gaghan è individuabile, prima di tutto, nella sceneggiatura, scritta dallo stesso regista, insieme a John Whittingtonnon priva da difetti, come qualche buco di trama, qualche falla logica ed un paio di forzature. Il film è caratterizzato da un‘impostazione estremamente classica, da una struttura lineare, sintetica e semplificata. Si ha un obiettivo, un movente e motore dell’azione, un valore affettivo da perdere e a cui rinunciare e si adotta la meccanica del viaggio che, oltre a funzionare per il recupero dell’oggetto al centro dell’azione, servirebbe anche come metafora e rappresentazione della crescita, dell’evoluzione e del mutamento dei personaggi. Come intuibile, viste le considerazioni espresse sulla regia della pellicola, Dolittle non ama, anzi sembra odiare, prendersi qualche secondo di respiro, dedicato a considerazioni, approfondimenti e focus mirati su personaggi e background di questi. Dolittle deve intrattenere costantemente e ciò può condurre, alla lunga, a nient’altro che un’estenuante corsa diretta, ma abbastanza asettica e distaccata sul piano emozionale. Questa caratteristica può essere, sì, un pregio – visto che il film non si perde in sotto-trame e vicende secondarie inutili e riempitive, andando dritto al punto -, ma può risultare, ben presto, anche un difetto della pellicola e della sceneggiatura di Gaghan, lacunose di una profondità consona ed utile ai fini emotivi e d’immedesimazione e ad un’elevazione della pellicola rispetto al semplice e retrogrado film per ragazzi senza pretese. Significativa, infatti, nella considerazione e nella valutazione di questo film, è la sua finalità e il target a cui è rivolto, ovvero quello infantile o adolescenziale. Diciamo che, ragionando sul film da questo punto di vista, Dolittle, il suo lavoro lo fa egregiamente, intrattenendo e divertendo senza pretese artistiche o tecniche. Tuttavia, se Gaghan si fosse sforzato un pochino di più, dando maggiore tridimensionalità ai propri personaggi e arricchendo la vicenda rappresentata, elevandola da semplice “videogame” a livelli (perché questa è la sensazione percepita, guardando il film), la pellicola con Robert Downey Jr. sarebbe potuta essere qualcosa di sicuramente più memorabile, un film d’avventura più che buono ed un ottimo film d’intrattenimento. Purtroppo, la sua natura fin troppo semplicistica rende questo Dolittle un film che non lascia quasi niente, un film di cui ci si dimentica poco tempo dopo averlo visto.

Rassoulim (Antonio Banderas) è uno dei villain del film
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Di certo, una così poca profondità dedicata ai personaggi non migliora l’interpretazione – che ho trovato, a mio modesto parere, abbastanza sottotono di Robert Downey Jr., nel ruolo del dottor Dolittle. Protagonista indiscusso della pellicola di Gaghan, Downey costruisce il personaggio di John Dolittle, unendo elementi positivi, ma anche negativi, di Sherlock Holmes – interpretato dall’attore nei due film di Guy Ritchie – e Anthony Stark – una delle figure più importanti del Marvel Cinematic Universe. L’interprete dimostra, perciò, una prova attoriale veramente simile a quelle di questi due personaggi, con un’aggiunta sottile di follia alla Jack Sparrow, ma risulta – penalizzato, sicuramente, da una sceneggiatura non proprio felice – estremamente sottotono, quasi annoiato in alcuni punti. Nonostante ciò, la sua personalità, il suo estro ed istrionismo fuoriescono anche in questo Dolittle, divenendo, fin da subito, il perno e l’elemento di maggior memorabilità della pellicola. Lo stesso non si può dire, purtroppo, di Rassoulim, uno dei due villain del film, interpretato dal candidato, recentemente, all’Oscar, Antonio Banderas. Dopo aver fatto faville nello stupendo Dolor y gloria di Almodovar, l’attore iberico torna sul grande schermo, questa volta, interpretando una parte esponenzialmente minore ed estremamente dimenticabile. Frutto, come già citato, di una sceneggiatura e caratterizzazione dei personaggi certamente non brillante, l’antagonista rappresentato da Banderas appare quasi come una macchietta, un misto tra Sandokan ed un villain non proprio riuscito della saga di Pirati dei Caraibi. Banderas non fa altro che portare a termine – in maniera egregia, ma non eccezionale – il compito assegnatogli senza prendere iniziativa e metterci del suo. La stessa cosa, elevata alla massima potenza, si può dire dell’interpretazione Michael Sheen che presta il volto al secondo villain del film. Scialbo, macchiettistico, insipido, bidimensionale, il suo dottor Blair Mudfly è, senza dubbio, la componente maggiormente dimenticabile di questo Dolittle, da quanto risulta ridicolo. Abbastanza sottotono anche i giovani interpreti, le nuove leve, le giovani scoperte del film, Harry Collett come Stubbins e Carmen Laniado come Lady Rose. Una cosa è certa. In lingua originale, il film acquisisce maggior potenza ed efficacia, visti i nomi e le voci coinvolte: attori (non tutti) famosi, importanti e talentuosi, qui doppiatori degli animali, realizzati in CGI, compagni di viaggio e di vita del dottor Dolittle. Tom Holland, John Cena, Ralph Fiennes, Selena Gomez, Marion Cotillard, Rami Malek, Kumail Nanjani, Octavia Spencer, Emma Thompson. Vedere Dolittle in originale sicuramente apporta una maggiore spettacolarità al risultato deludente che è il film. Non che il doppiaggio italiano del film sia orribile, anzi, ma un conto è, per esempio, sentire Ralph Fiennes che fa Barry, la tigre, un conto è Francesco Prando – senza nulla togliere a quest’ultimo che ha fatto un ottimo lavoro.

Non ci resta che imbarcarci in questo viaggio pericoloso…

Dolittle (Robert Downey Jr.) nel film

Se i nomi attoriali, coinvolti nel progetto, sembrano riabilitare, leggermente, la riuscita finale del film di Gaghan, lo stesso non restituisce, di certo, la resa della CGI utilizzata per dare vita ai pittoreschi animali che completano l’avventura di Dolittle e Stubbins. Così come ne Il re leone (2019), anche qui, torna il discorso sull’efficacia della CGI da un punto di vista emozionale e puramente filmico. Poi, se gli effetti visivi sono resi bene – come nel caso del film Disney -, è un discorso, ma se questi appaiono posticci e non all’altezza del budget da blockbuster della pellicola, allora il prodotto finale non sarà proprio bellissimo e riuscitissimo. Gli effetti utilizzati e la resa visiva degli animali, protagonisti centrali del racconto, non migliorano certamente il risultato finale di questo Dolittle, anzi non fanno che far venire meno quell’immedesimazione e quel coinvolgimento, che sono finalità primarie del film. Un’altra delusione della pellicola è rappresentata dalla colonna sonora, firmata Danny Elfman. Tutti noi conosciamo le potenzialità emotive delle colonne sonore di Elfman, autore di celebri temi di film come, per esempio, Batman, Edward Mani di forbice e Big Eyes di Tim Burton e Mission: Impossible di Brian De Palma. Nonostante ciò, in Dolittle, viene lasciato pochissimo spazio al suo estro e alle sue armonie e la soundtrack in sé appare come un qualcosa di veramente poco ispirato. La componente musicale di Dolittle, paradossalmente, fuoriesce ed emerge maggiormente nei titoli di coda con la canzone di Sia, Original, orecchiabile e caratterizzata da una grande prova canora dell’interprete.

Alla fine della fiera, cosa rimane di Dolittle di Stephen Gaghan? Senza dubbio, un film che non lascia una grande impronta di sé nella memoria di chi lo guarda, un film che si accontenta di far divertire un pubblico giovane ed infantile (accezione positiva, ovviamente) per un paio di ore, senza pretendere nulla di più di questo. Nulla di nuovo sotto il sole, un film d’intrattenimento godibile e spensierato, ma caratterizzato da difetti che ne minano parzialmente la visione; un film che, fin da subito, schiaccia sull’acceleratore, togliendo il piede soltanto all’arrivo dei titoli di coda. Si vede, purtroppo, che Gaghan e la produzione volevano far qualcosa di più riuscito e memorabile, ma il risultato finale è una pellicola che avrebbe avuto un enorme successo, se solo fosse uscita quindici anni fa. Dolittle risulta fin troppo scontato, fin troppo semplice, sintetico e minimale, sia da un punto di vista di caratterizzazione dei personaggi, sia se si analizza in toto il prodotto finale. Questi difetti e il poco coinvolgimento ed interesse suscitato dal film di Gaghan sono comprovati dal flop commerciale, subito dal film in patria. Dolittle poteva e aveva la possibilità di essere e di regalare qualcosa in più, poteva essere più di un semplice e banale film per ragazzi e d’intrattenimento senza pretese e senza sforzo – non è neanche l’esemplare più riuscito del genere. Quello che resta sono un paio di ore spensierate, divertenti, ma che si convertono in un nulla di fatto una volta usciti dalla sala.

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VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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2 pensieri riguardo “Anthony Stark + Sherlock Holmes = Dolittle

  1. Ottima e approfonditissima recensione! Sono in linea di massima d’accordo con la tua analisi. Preciso solo che l’ambientazione non è tra ‘800 e ‘900, ma nella prima metà dell”800. Se può interessarti, pochi giorni fa ho recensito anch’io il film (e soprattutto i libri).

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