The Witcher, Toss A Coin To Your Netflix

Il sito di streaming online più visto e famoso del mondo produce, rischiosamente, una serie tratta dalla celebre saga letteraria polacca di Andrzej Sapkowski. Ambientazioni ispirate, personaggi ben costruiti, una struttura non sempre semplice e funzionale, ma comunque ben tenuta, rendono questa serie un must-watch per i fan del fantasy e, in generale, delle serie televisive

Maggio 2017. Netflix annuncia la produzione di una serie televisiva originale basata sui lavori fantasy dell’autore polacco Andrzej Sapkowski, la saga di The Witcher. Settembre 2018. Si comunica che, a vestire i panni dello strigo Geralt – protagonista delle opere del polacco -, sarebbe stato niente meno che Henry Cavill (attore estremamente fisico, divenuto famoso interpretando Superman nel Worlds of DC e, ultimamente, cresciuto molto a livello attoriale). Il 31 ottobre 2018, in Ungheria, inizia la lavorazione effettiva del serial, che si protrae per quasi un anno, fino ad arrivare al 20 dicembre 2019, data in cui la serie viene resa disponibile sulla piattaforma di streaming. Trasporre, sul piccolo o grande schermo che sia, l’opera maestra di Andrzej Sapkowski non era sicuramente un compito facile, perché estremamente complessa, articolata, ricca di contorno e contesto, fondatrice di una vera e propria mitologia. C’era riuscito il team di CD Projekt Red, nel 2015, con The Witcher 3: Wild Hunt, videogame action, open-world, in terza persona, con una forte componente narrativa ed immersiva. Qualche anno più tardi, appunto, ci riprova Netflix. La showrunner Schmidt Hissrich, fortunatamente, riesce nell’ardua impresa di adattare sul piccolo schermo e rendere giustizia alla saga fantasy di Sapkowski con una serie TV che, seppur non perfetta, riesce a regalare molto, sia da un punto di vista visivo che narrativo. Merito di questo successo, probabilmente, è la presenza, nel team creativo, dell’autore stesso come consulente, il che ha permesso sicuramente una maggiore fedeltà della serie alle atmosfere e all’anima dei libri. Come ogni saga fantasy che si rispetti, si viene introdotti in un mondo totalmente estraneo ai canoni terrestri, popolato da elfi, nani, umani e altre specie magiche. La magia è estremamente presente e cruciale nel mondo di The Witcher e fortissima è l’immedesimazione e il trasporto, da parte dello spettatore, all’interno di questo mondo pieno di pericoli e tutto da scoprire. Come, da anni, ci ha abituato Il Trono di Spade o, ancora prima, Il Signore degli Anelli, questo territorio fantasy è sicuramente più attraente se, al suo interno, vi sono degli squilibri, delle tensioni, una presenza malvagia. Le razze civilizzate devono infatti convivere con i mostri che li minacciano e, a causa di questi, sono stati creati i witcher, mutanti dalle forme umanoidi, dalle caratteristiche peculiari. Geralt è uno di essi, un essere umano strappato alla sua famiglia in tenera età, e sottoposto ad un durissimo addestramento, durante il quale gli furono somministrate erbe e pozioni che mutarono profondamente il suo organismo affinandone i sensi, attenuandone le emozioni ritenute superflue e fortificandone il corpo per renderlo più forte, veloce, agile e resistente. Come ogni witcher, Geralt si guadagna da vivere uccidendo, sotto contratto, i mostri. Le stesse persone che lo assoldano, tuttavia, hanno paura di lui, come se fosse allo stesso livello delle creature che annienta, un cacciatore da pagare per i suoi servigi, di cui sbarazzarsi il più in fretta possibile. Il destino stesso – vero e proprio demiurgo del racconto della serie – condurrà il witcher verso una potente maga, Yennefer, ed una giovane principessa con un pericoloso segreto, Ciri.

Da sinistra: Anya Chalotra nel ruolo di Yennefer, Henry Cavill come Geralt e Freya Allan nei panni di Ciri

Vista la qualità tecnica dell’ultima fatica fantasy targata Netflix, sorge quasi naturale il confronto con la grande serie di genere fantastico che ha letteralmente monopolizzato il panorama seriale degli ultimi anni, Il Trono di Spade. La direzione di alcuni episodi in particolare raggiunge livelli altissimi; sembra quasi di star vedendo un lungometraggio cinematografico – sensazione appoggiata e sostenuta, senza dubbio, dalla fattura del comparto fotografico. Le sequenze in cui proprio la regia della serie risplende sono i numerosi segmenti action, incredibilmente coreografati e movimentati. Ricordo, in particolare, la sequenza, presente nel primo episodio del serial, del combattimento corpo e corpo tra Geralt e Renfri nella città di Blaviken – scontro che varrà al nostro strigo l’appellativo di Macellaio di Blaviken. La sequenza è già “performata” in modo ispiratissimo, frenetico ed intenso e la regia non fa altro che regalare quel tocco aggiunto di velocità, ferocia e crudezza al tutto. Parlando di esempi eclatanti, a livello di regia, non posso che citare le varie battaglie presenti nella serie, come lo scontro, e il seguente assedio, tra Cintra e Nilfgaard e la battaglia finale, epica, maestosa e tragica, tra i momenti più alti dello scorso anno in ambito seriale. La regia riesce, inoltre, a far entrare ed introdurre, in modo funzionale ed efficace, lo spettatore nel vasto e ricco mondo di Sapkowski, presentando e valorizzando fin da subito ambientazioni variegate e suggestive, personaggi singolari e distinti per psicologia e look estetico ed una trama tutta da scoprire ed analizzare, dark, tenebrosa ed estremamente matura. La direzione si focalizza soprattutto sul rapporto che i personaggi mantengono, nel corso di tutti e 8 gli episodi, con il contorno, l’ambientazione e il contesto in cui sono immersi. La potenza di questa serie sta proprio nella natura evocativa ed affascinante del suo mondo, dei caratteri ed esseri che la abitano e della sua storia o, per meglio dire, lore – ossia la genesi del mondo, gli antefatti, il prologo di questo grande universo. Senza dubbio, se la regia della serie – che, spesso, si lancia in passaggi di macchina arditi e tenta di librarsi dalle sue catene televisive – non avesse raggiunto certi livelli, The Witcher non si sarebbe discostata abbastanza dal panorama fantasy odierno, a dir poco stagnante e ripetitivo. Questo grazie anche ad alcuni discorsi e temi trattati, in modo sottile e poco invasivo, all’interno dei differenti episodi.

Con la supervisione di Sapkowski, la sceneggiatura di The Witcher è un elemento estremamente in bilico tra bellezza, originalità e caoticità e confusione e disordine. Adottando una tendenza comune e diffusa ultimamente, nel panorama cinematografico e seriale – basti vedere anche solo Piccole Donne di Greta Gerwig -, la serie Netflix sceglie di portare su schermo la vicenda – contenuta, in particolar modo, nell’antologia di racconti intitolata, in originale, Wiedźmin, raccolta da noi, in Italia, nei due romanzi La spada del destino e Il guardiano degli innocenti -, non seguendo un ordine cronologico e lineare degli eventi, bensì spezzando le varie storyline in più dimensioni temporali. Se, da un lato, questa meccanica e scelta narrativa permette un maggior interesse e coinvolgimento da parte dello spettatore, perché rende la drammatizzazione del racconto molto più frizzante e brillante; dall’altro, tutto ciò non fa altro che rendere ancora più confusionaria una storia che lo è già in partenza. Tra nomi di personaggi da ricordare, luoghi visitati, eventi da collocare in una vera e propria cronologia o linea del tempo mentale, la visione di The Witcher potrebbe risultare abbastanza ostica, soprattutto a chi non mastica benissimo il format televisivo o il genere fantasy, generalmente parlando. Il racconto di The Witcher appare, ad ogni modo, come una perfetta via di mezzo tra i due capisaldi moderni del genere, ossia Il Signore degli Anelli, da una parte, e Il Trono di Spade, dall’altra. Ovviamente, sto mettendo in parallelo l’acquasanta con la Coca-Cola, lo so. Il Signore degli Anelli è divenuto ormai la saga intoccabile, per eccellenza, a partire dall’opera letteraria in sé e dal suo mondo, arrivando fino alla trilogia cinematografica di Peter Jackson, tris di film capolavoro, ormai cult, tra le migliori produzioni filmiche del ventennio. Il Trono di Spade è un po’ la rappresentazione aggiornata e odierna del genere fantasy, ormai slegato sempre più dai canoni tolkeniani e in cerca di una nuova poetica che trova in Game of Thrones la sua forma migliore – nonostante la qualità delle ultime stagioni. Il Trono di Spade non è nemmeno una serie propriamente fantasy. Di fantastico ha soltanto il contesto e l’ambientazione, infatti, per il resto non è altro che una storia di intrighi tra famiglie, di casate. Ecco, The Witcher sta in mezzo, perché, da una parte, presenta creature magiche come maghi, elfi, nani, draghi, ghoul, demoni, streghe, ecc…; dall’altra, ha, dalla sua, una componente di intrighi e di complotto tra regni che, seppur meno sviluppata rispetto a Game of Thrones, occupa il suo posto di rilievo.

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Oltre al delineare e al descrivere in maniera certosina e precisa il mondo in cui si svolgono i fatti dei primi otto episodi di The Witcher, la potenza principale della serie è, indubbiamente, la caratterizzazione dei personaggi e delle presenze che animano il mondo magico e tenebroso, creato dalla geniale mente di Andrzej Sapkowski. Lo spettatore viene introdotto ed assiste al racconto attraverso tre punti di vista principali, che determinano la nascita di discorsi abbastanza attuali: quelli dello strigo o witcher Geralt di Rivia; della maga, un po’ femme-fatale, un po’ parte morale degli eventi, Yennefer di Vengerberg; e della giovane Ciri, principessa di Cintra, grande incognita e grande mistero all’interno degli eventi di The Witcher. Henry Cavill interpreta, in modo magistrale e camaleontico, quasi irriconoscibile, un Geralt di Rivia assolutamente perfetto. Il ruolo sembra averlo appassionato e coinvolto a tal punto che egli diventa tutt’uno con Lupo Bianco, regalando momenti di pura magia, in cui sembra quasi di veder comparire sullo schermo il Geralt della carta stampata o del fortunato videogioco di cinque anni fa. Cavill ruba completamente la scena e buca lo schermo in qualsiasi sequenza in cui compare, donando un’interpretazione incredibilmente fisica e mastodontica. Essendo l’unico attore big della produzione, temevo che il personaggio di Geralt fosse fin troppo presente nel corso degli 8 episodi, che compongono questa prima stagione dello show, impedendo al resto del cast e, di conseguenza, dei personaggi di emergere, impedendo dunque la creazione di un mosaico semplicemente memorabile. Tutto il contrario, per fortuna. Riuscendo nell’arduo compito di far sfigurare un Henry Cavill in forma smagliante, l’incantevole Anya Chalotra interpreta una Yennefer inedita, ma perfettamente in linea con l’anima cartacea del personaggio. Come affermato sopra, la potente e sensuale maga dal profumo di lilla e uva spina rappresenta la componente morale ed umana dell’opera, portando avanti, inoltre, un discorso femminista e di inclusione sociale – quest’ultimo discorso viene portato avanti anche da altri personaggi nella serie, come Geralt o l’elfo che aiuta Ciri – per nulla fuori luogo con il contesto generale della serie. Con la sua bellezza e la sua sensualità orientale e passionale, la Chalotra tiene testa al Geralt di Cavill, arricchendo sequenze da urlo da un punto di vista visivo e attoriale. Paragonata da molti all’Arya Stark de Il Trono di Spade, Ciri, principessa di Cintra e figlia spirituale di Geralt, in questa stagione, ricopre un ruolo incredibilmente marginale ed esclusivamente d’intrigo, di mistero all’interno del racconto. Senza dubbio, la sua storyline, la sua importanza ai fini del mondo di The Witcher e la sua evoluzione ricopriranno un ruolo di rilievo sempre maggiore nelle prossime stagioni dello show, permettendo di aprire un discorso ancestrale, magico, che rappresenterà una letterale sorpresa per gli spettatori acerbi da libri o videogiochi.

Lo show prodotto da Netflix si arricchisce ulteriormente, da un punto di vista meramente estetico, pur presentando qualche falla qua e là, soprattutto per quanto riguarda la componente effestistica. The Witcher aggiusta notevolmente il tiro, puntando verso finalità estetiche e visive puramente cinematografiche e filmiche grazie ad una fotografia espressiva, incantevole, favolosa ed ammaliante. L’uso delle luci intra- ed extra-diegetiche, nel corso degli otto episodi della serie, riesce nello scopo, ambito e fruttuoso, di avvicinarsi alle produzioni fantasy hollywoodiane e alzare notevolmente l’asticella della credibilità, della drammatizzazione e della potenza del racconto. Nota di pregiata qualità, dimostrata dall’adattamento televisivo dei libri di Sapkowski, è rappresentata dalla fattura e realizzazione dei costumi e del trucco utilizzato per valorizzare ancora di più quella nota, quell’atmosfera, da fantasy, a metà tra tradizione e modernità, tra luce e ombra, tra romance e dark duro e puro. La presenza di storie d’amore all’interno della serie, pur ridicolizzate e stereotipate in alcuni punti, appare estremamente coerente per umanizzare personaggi tutti d’un pezzo e quasi inscalfibili, come Geralt, e in linea con ciò che è contenuto nei racconti di Sapkowski. A bilanciare questa componente romantica, le atmosfere e i toni maturi, profondi, oscuri, misteriosi, surreali e terrificanti, porzione rappresentata, in particolar modo, dalle variegate e minacciose creature che popolano questo mondo e contro cui il nostro strigo – forse fin troppo poco – combatte per guadagnare qualcosa, in breve, l’obiettivo principale della sua esistenza e del suo fare per essere. A Geralt non interessa la fama, il ristabilire la reputazione dei witcher, bensì guadagnare e tirare avanti. Ma il destino avrà in serbo qualcosa per lui, una parte più grande in tutto questo caos. Queste creature rappresentano, comunque, uno dei difetti principali dell’ultima fatica seriale targata Netflix.

Seppur intriganti ed ispirate, sulla carta, la loro presenza su schermo non è in live-action, mediante animatronics, per esempio, bensì applicata in post-produzione, con la CGI. La computer grafica non è sicuramente ai livelli di Game of Thrones, purtroppo. Il confronto con quest’ultima diventa quasi superficiale, proprio perché, alla fine dei conti, pur assomigliandosi in qualche aspetto principale, le due serie partono da contesti di produzione diversi e prendono strade completamente differenti tra di loro. Un elemento che, senza dubbio, ha lasciato un segno indelebile sugli spettatori e crescente fandom della serie è la colonna sonora, composta da Sonya Belousova e Giona Ostinelli, che vede, come traccia culmine, – una delle cose che rimangono più impresse del serial – Toss A Coin To Your Witcher – cantata, nella serie, da Jaskier, comic-relief estremamente minore, ma valorizzato dal suo rapporto particolare con Geralt – che, in pochissimo tempo, ha raggiunto una fama incredibile sul web e nelle comunità dedicate. Oltre alle interpretazioni, il contesto, il mondo, le ambientazioni, la fotografia e la regia, la soundtrack è un altro esempio del perché The Witcher di Netflix è un autentico gioiello ed imperdibile appuntamento per tutti gli amanti della serialità e del fantasy. Divenuta, in un lampo, la serie più vista su Netflix, The Witcher è già entrata nell’immaginario di tutto noi – oltre ad essere stata rinnovata per una seconda stagione nel 2021 ed una terza, probabilmente, nel 2022 o nel 2023. Ed è ora che le cose si fanno interessanti. Con la chiusura e il riallacciamento dell’introduzione, del prologo, della premessa – lunga ben otto episodi, ma per niente pesante – si potranno esplorare strade differenti ed ugualmente interessanti come il rapporto tra Geralt e Ciri, l’incessante conquista del continente da parte di Nilfgaard, l’introduzione di villain e nuove creature come la Caccia Selvaggia – componente centrale del terzo videogioco della serie omonima – ed un’esplorazione più recondita ed approfondita del continente e delle abilità e backstory dietro la razza e il corpo dei witcher – con la comparsa di personaggi come il vecchio Vesemir, istruttore di Geralt, già citato nell’ultimo episodio di questa prima stagione. Se si continua di questo passo e con questa qualità narrativa e visiva siamo sulla rotta giusta per fare di The Witcher una delle migliori serie fantasy di sempre. Netflix, non deluderci!

Geralt con il suo fido destriero, Rutilia
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VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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