Jojo Rabbit, storia di un piccolo (grande) fanatico

Il regista del controverso film Marvel/Disney Thor: Ragnarok torna al cinema con una commedia nera dissacrante e satirica sul nazismo, sui suoi paradossi, controversie e stereotipi. Una commedia impeccabile da parte di un Taika Waititi, a briglia sciolta, che decide di costruire una fiaba, anche se nera ed irriverente, estremamente attuale e liberatoria

Taika Waititi – classe 1974, ma, lo stesso, eterno bambino – è indubbiamente una delle personalità e delle figure cinematografiche più in vista, originali e fantasiose del momento. Il regista, un tempo comico, neozelandese – famoso in precedenza per qualche produzione ristretta e di nicchia -, nel 2017, è diventato noto globalmente dopo aver prestato la sua visione e la sua mano alla regia di Thor: Ragnarok, cinecomic fondamentale, nonché uno dei capitoli più attesi, del Marvel Cinematic Universe. Nonostante un incasso di quasi 900 milioni di dollari (uno dei risultati più alti dell’universo Marvel/Disney), il film è divenuto oggetto di polemiche e di pareri contrastanti che ne affossavano lo stile e le atmosfere eccessivamente comiche, fin troppo infantili e fuori luogo rispetto al personaggio serioso di Thor e dell’evento apocalittico, fulcro dell’azione del film: il Ragnarok. Il cinecomic, ad ogni modo, è servito a Waititi per inserirsi nell’affollato e magico mondo di Hollywood e per entrare nel mirino di molte delle major più importanti e famose nel mondo. Lo stile fin troppo scanzonato e giocherellone di Ragnarok, oltre ad essere molto affine alle corde del regista in questione, è stato, in gran parte, voluto fortemente da mamma Disney che voleva rilanciare, in chiave comica, il franchise di Thor dopo i pessimi film precedenti ed uniformarlo, inoltre, alla linea galattica, fortunata e riuscita, lanciata da James Gunn con il suo Guardiani della Galassia. Con, alle spalle, Fox Searchlight e TSG Entertainment, Taika Waititi ha potuto realizzare questo immenso e pazzo Jojo Rabbit. Partendo da queste premesse, egli ha tirato un sospiro di sollievo e ha potuto lavorare in modo assolutamente personale e scevro da qualsiasi eredità acquisita. Waititi sceglie, con Jojo “Coniglio”, di portare sul grande schermo – in modo unico ed inedito, fedelissimo alla sua visione filmica – Il cielo in gabbia, romanzo del 2004 della scrittrice neozelandese-belga Christine Leunens. Il cineasta non desidera, tuttavia, compiere un mero adattamento e trasposizione cinematografica, ma vuole prendere, come materia di partenza, d’origine, l’opera della Leunens, plasmandola in un qualcosa di totalmente ed unicamente suo. Con Jojo Rabbit, Waititi stupisce e sorprende il pubblico di tutto il mondo, mostrando come fare satira e come prendere in giro senza, comunque, perdere il proprio tocco, il proprio stile e la propria classe, cadendo nel già visto, nello scontato e nel fuori luogo. Il protagonista del racconto è, per l’appunto, Jojo, bambino di 10 anni, fervido seguace e fanatico del nazismo, della dottrina, delle idee e di ciò che il Fuhrer rappresenta per il futuro e per la Germania. Egli fa parte della Gioventù Hitleriana e ha, come amico immaginario, una versione estremamente infantile, sopra le righe e gigionesca di Adolf Hitler che alimenta le sue giornate con l’odio, la paura e le sue fantasie e storpiature. Durante un weekend educativo – organizzato dalla Gioventù, sotto il comando del capitano Klenzendorf, durante il quale, il bambino riceve il soprannome di “coniglio” per la sua codardia -, Jojo è vittima di un incidente, a seguito del lancio fallito di una granata, che gli provoca delle ripudianti cicatrici su tutto il corpo. Amareggiato e in cerca di una propria identità ed inclusione sociale, il bambino finirà per scoprire che la madre, Rosie, sta nascondendo, in casa loro, ed accudendo una giovane ebrea, Elsa. Tra i due, nasce un rapporto unico e imprevedibile che gli permetterà di superare moltissime avversità, ingiustizie e tragedie, stravolgendo così la vita del piccolo Jojo.

Hitler (Taika Waititi) e Jojo (Roman Griffin Davis) in una scena del film

Libero da imposizioni onniscenti, dall’alto, autoritarie e legate prevalentemente ad un’ottica di massa cinematografica, Taika Waititi si scatena e sconvolge tutti con la sua visione assolutamente giocosa, esilarante, esagerata ed imperdibile dell’epoca del Terzo Reich e della Seconda guerra mondiale. Con uno stile riconoscibilissimo e, di certo, superiore al suo film su Thor, il regista neozelandese spinge sul fattore demenziale e sul delirante, mantenendo, comunque, una lucidità tecnica, di regia e messa in scena, che ha del notevole. La sceneggiatura e la sua potenza intrinseca vengono potenziate ulteriormente dalla mano e dalla tecnica registica messe in campo da Waititi. Se, ad una prima e fugace occhiata, la direzione di questo Jojo Rabbit possa sembrare assolutamente sconclusionata, folle e delirante; al contrario, il cineasta dimostra di sapere bene ciò che sta facendo e il risultato che vuole ottenere. Sintetica, pulita, ordinata, allegorica, coscienziosa, espressiva, quella di Waititi è, senza dubbio, una delle prove registiche migliori dell’anno; arricchita, senz’altro, dalla messa in scena consapevole e sfruttatrice delle potenzialità del contrasto e dell’uso del fuori campo. Sotto una coperta satirica, ironica, grottesca e follemente provocatoria, Waititi veicola, attraverso la sua direzione e le sue scelte registiche, messaggi estremamente importanti e per nulla scontati. L’abilità di Waititi regista, ma anche sceneggiatore, inoltre, è il saper utilizzare e condensare moltissimi generi sotto lo stesso cappello. La sua mano registica, rocambolesca ma perfettamente lucida, riesce, per fare un esempio, a porre sullo stesso livello, simultaneamente, uno stile ed un tipo di direzione tipicamente horrorifici con altri, invece, prettamente comici, basati sull’esagerazione e sull’assurdo (mi viene in mente la scena dell’incontro tra Jojo ed Elsa). Nel dirigere la storia del piccolo Jojo, Waititi si diverte – come fosse un bambino, guarda caso -, si evolve, mutando costantemente le aspettative e le previsioni del pubblico, scioccandolo, sorprendendolo e, perché no, segnandolo irreversibilmente. Non ha paura di prendersi poco sul serio, di esagerare, di andare troppo oltre, perché anche se lo facesse, il tutto rimarrebbe estremamente coerente e centrato nel contesto e nelle atmosfere della pellicola.

Il capitano Deertz (Stephen Merchant), il capitano Klenzendorf (Sam Rockwell) e Finkel (Alfie Allen) nel film

Oltre che dietro la macchina da presa, Waititi firma anche la sceneggiatura – adattata dall’opera della Leunens – di questo Jojo Rabbit. Anche con la penna in mano, Waititi dimostra una chiarezza incredibile, amalgamando e rendendo omogeneo un film che trae spunti da numerosi generi cinematografici. Jojo Rabbit è un’opera che risulta estremamente aperta nei confronti di qualsiasi stimolo la possa rendere più originale. Waititi dà prova di una tecnica impressionante nell’unire, equilibrare e reinterpretare insieme materia originale, idee adottate da opere e film di generi completamente diversi e la propria idea e visione originali del film. All’interno della pellicola, troviamo, difatti, oltre al soggetto di partenza del libro adattato, un po’ di comicità slapstick, che a Waititi piace tanto, – come dimostrato, di recente, in Thor: Ragnarokestremamente demenziale ed infantile, gli stilemi classici di qualsiasi storia di formazione ed identitaria, un pizzico di nonsense – che trova, però, un suo significato nell’economia del film -, una leggera aria horror in una sequenza in particolare e alcune atmosfere da film di guerra classico. Non sono questi contenuti, per quanto resi e sviluppati egregiamente, però, il vero gioiello della pellicola, bensì il modo con cui Waititi riesce a dargli un senso ed un significato all’interno del racconto di Jojo. Senza dubbio, una delle peculiarità che rendono Jojo Rabbit un ottimo film è la sua anima e la sua natura fiabesca nera semplicemente irresistibile ed inedita. La standardizzazione di tutto il racconto ad un livello infantile – non in modo dispregiativo – e da racconto di formazione avviene, in primo luogo, nella resa e nella scrittura dei personaggi. Il protagonista, i personaggi secondari, arrivando poi alle semplici comparse. Tutto è definitivamente e profondamente infantilizzato. Gli adulti si comportano come dei bambini – per non dire poppanti – ancora di più degli infanti stessi, vera anima morale e rivoluzionaria del film. Questa regressione e livellazione dei caratteri – che ha, come maggior rappresentante, il personaggio di Hitler – allo stadio infantile aiuta a rendere coerente e a giustificare irrimediabilmente la natura estremamente fanciullesca, ingenua, ma anche esagerata e quasi ridicola di alcuni comportamenti e situazioni, oltre ad inquadrare immediatamente il tono dell’intera pellicola.

Non vinceranno mai. L’amore è la cosa più forte al mondo.

Rosie (Scarlett Johansson) nel film
Elsa (Thomasin McKenzie) in una scena del film

Il racconto di Jojo Rabbit è una fiaba a tutti gli effetti, già a partire dalla struttura, lineare e comune, e dai personaggi che incontriamo durante il percorso di crescita del nostro Jojo. In primis, abbiamo un eroe ovviamente, un’antagonista, il Terzo Reich e tutti i suoi componenti – che qui vengono ridicolizzati e presi in giro in modo esemplare, basandosi su stereotipi classici e tradizionali -; un elemento magico o, per meglio dire, immaginario, il personaggio di Hitler interpretato da Waititi; una donzella non solo in pericolo, ma pericolosa per Jojo e la sua famiglia, Elsa; un innamoramento, un paio di aiutanti, sono ben chiare le fazioni e la divisione tra bene e male e c’è anche un po’ di “magia” o, per meglio dire, assurdità nell’aria – basti solo pensare che Jojo sopravvive all’esplosione ravvicinata di una bomba. La pellicola poteva iniziare benissimo con C’era una volta in un mondo lontano, lontano…, perché – anche se vengono citati nomi di stati, potenze in guerra come Germania, Stati Uniti, Russia, Giappone; e personalità celebri (Churchill, Hitler stesso) – la narrazione viene relegata al piccolo paesino rurale in cui abitano Jojo e la madre. Della fiaba, Jojo Rabbit mantiene, in più, l’aura, il clima, scanzonato, delizioso e coloratissimo che rende il film perfettamente visibile, nonostante la violenza visiva e verbale, pure da un pubblico di ragazzi delle medie, per esempio. La visione di Jojo Rabbit si tramuta ben presto in un appuntamento cinematografico estremamente necessario, educativo e sentito, visti i temi e i messaggi che Waititi inserisce e veicola al suo interno. Oltre ad una ridicolizzazione goliardica, e necessaria visti i tempi, del nazismo e della sua ideologia, Jojo Rabbit contiene un discorso per nulla scontato e sdoganato sulla figura femminile, incluso all’interno di uno scambio di battute tra Elsa, la ragazzina ebrea, e la madre di Jojo, Rosie. La pellicola contiene, tra gli altri, un messaggio di inclusione ed anti-razziale delicatissimo, portato avanti, nella maniera più semplice e classica possibile, dai suoi due giovani protagonisti. La sceneggiatura mostra, inoltre, in modo sublime ed eccellente, l’evoluzione e la crescita progressiva dei differenti personaggi, caratterizzandone puntualmente momenti di luce e di buio. Waititi riesce, in più, a costruire sequenze, in cui la tensione è esemplare e retta magistralmente da grandi ed ispirate interpretazioni.

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Rosie (Scarlett Johansson) con Jojo nel film

Vera e propria sorpresa della pellicola e giovane promessa in ambito cinematografico, Roman Griffin Davis – suo protagonista indiscusso – si tramuta, nel corso della visione, nella colonna portante e simbolica della produzione, subito dopo l’Hitler di Taika Waititi. Espressivo, diversificato, puntuale, comico, drammatico, tragico quando serve e sempre sul filo del rasoio, sulle spalle del giovane Roman e sulla sua giovane bravura attoriale si reggono gran parte delle sequenze chiave della pellicola. Attraverso e nel suo personaggio, quello di Jojo, si districano ed incarnano tutti i principali discorsi e le volontà rappresentative della sceneggiatura di Waititi e perfetta è la sua evoluzione da fanatico indiscusso del Terzo Reich ad amante e sostenitore della libertà, base del nuovo mondo, di una vera e propria era moderna. Ad affiancarlo, come suo amico immaginario, nel ruolo del satiro, dell’antitesi del grillo parlante di Pinocchio, una versione gigionesca, cartoonesca, slapstick e stilizzata – scritto e caratterizzato benissimo – di Adolf Hitler in persona. Nel ruolo, dopo Chaplin in Il grande dittatore, il regista – impegnato, quindi, anche di fronte alla sua macchina da presa – mette in mostra tutte le sue abilità e la sua vena di attore comico, regalando momenti di pura follia, altri assolutamente irresistibili ed altri ancora completamente disagevoli. A completare la coppia vincente ed affiatata a livello interpretativo e visivo, una meravigliosa, candida e singolare Scarlett Johanssoncandidata ad un premio Oscar per questo film – nel ruolo, inedito e fuori dai suoi canoni, di Rosie, la madre di Jojo; un Sam Rockwell significativo, anche se estremamente sfortunato e miserabile, che trova una sua redenzione nel finale, umano e profondamente vero; ed una Rebel Wilson abbastanza solita ed abituale, che, come sempre, da il meglio di sé in questi ruoli fuori dagli schemi ed intensamente nonsense. Eccellente anche il resto del cast, completato dalla naturale e scaltra Thomasin McKenzie come Elsa, l’imponente e funebre Stephen Merchant nel ruolo dell’ufficiale della Gestapo Deertz, l’irresistibile e fisico Archie Yates che veste i panni dell’amico di Jojo, Yorkie; e, ultimo ma non meno importante, da Alfie Allen, risicato ma, ad ogni modo, memorabile.

Alla tua età avevo un amico immaginario. Mi metteva sempre nei guai.

Il capitano Klenzendorf (Sam Rockwell) nel film

A completare il quadro, stravagante, bizzarro, forsennato – così come i nazisti all’interno di questo film -, ma incredibilmente consapevole, messo in piedi da Taika Waititi, un restante comparto tecnico di tutto rispetto. Mihai Mălaimare Jr. firma la fotografia di questo Jojo Rabbit, seguendo da vicino l’impulso e lo stile registico presentato da Waititi nella sua direzione. La cinematografia, coloratissima, essenziale, sfumata, dolce, raffinata e piacevole, è soltanto un altro dei contrasti presenti nella pellicola: una parvenza fotografica infantile e fiabesca applicata su un racconto estremamente dissacrante, diretto, satirico, ma ugualmente storico, violento e travolgente. Contrasto che, allo stesso livello delle diverse modalità con cui la guerra viene rappresentata e raccontata all’interno del film – dalla più giocosa e comica a quella reale, tangibile e mortale -, viene poi a risolversi e a diventare concreto in una delle sequenze che chiudono la pellicola. Qui, tutta la bellezza apparente si spegne per lasciar spazio agli effettivi e storici realtà e contesto con il conflitto e la distruzione che irrompono profondamente nelle vite dei personaggi, nessuno escluso. La potenza di Jojo Rabbit, tuttavia, non si spegne con una vittoria degli Alleati o, per meglio dire, una sconfitta- nella guerra, non ci sono vincitori, solo individui comuni, questo ci vuole sottolineare Waititi. Il film cresce ancora con un finale estremamente emotivo e liberatorio, visionario e catartico, rappresentativo della costruzione e della genesi dell’epoca moderna con la bellissima Heroes di David Bowie che irrompe in sala. Elemento vincente e potente dell’ultima fatica di Taika Waititi, infatti, è proprio la colonna sonora, originale – di Michael Giacchino – e non – con adattamenti in tedesco di Heroes o I Want to Hold Your Hand dei Beatles (che qui viene associata al saluto nazista ed accompagna una sequenza in cui la popolarità dei Fab Four viene accostata a quella di Hitler, in Germania, tra gli anni ’30-’40 del ‘900) e tracce in inglese come Everybody’s Gotta Live. Candidato a sei premi Oscar, Jojo Rabbit è un film assolutamente unico nel suo genere, mai scontato, mai prevedibile, che dimostra la grandissima passione per il cinema e la preziosa verve comica di Taika Waititi, qui impegnato, appunto, su molteplici livelli. Una fiaba nera, grottesca, satirica, esilarante, assurda, ma estremamente simbolica, allegorica e necessaria per i discorsi che trasmette, a tratti metaforica, altre volte estremamente didascalica, ma, ad ogni modo, costantemente martellante. Un film dalla potenza incomparabile, vero e proprio urlo di libertà, indipendenza nei confronti di ciò che fu e di ciò che è ancora.

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VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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