Ritratto della giovane in fiamme, una poesia di donne per le donne

Dopo cinque anni, Celine Sciamma torna al cinema in veste di regista e sceneggiatrice con un film splendido, delicato e significativo allo stesso tempo. La pellicola, composta interamente da interpreti femminili, sfrutta la massima espressione del cinema, il primo piano, in una costante ricerca del mistero e della tensione dietro qualsiasi microespressione

Marianne, pittrice emergente, figlia di un artista celebre in tutta la Francia, è convocata nella sua magione – dispersa nel nulla, su una costa francese indefinita – da una contessa facoltosa che decide di commissionarle il ritratto della figlia, Heloise, prossima a convolare a nozze con un facoltoso ed innominato uomo di Milano. Quest’ultima, appena uscita dal convento delle Benedettine dopo il suicidio della sorella, è una ragazza abbastanza irrequieta e testarda, sottomessa al volere della madre e al progetto che quest’ultima ha per il suo futuro e per la sua vita. Ha già sfinito un pittore prima di Marianne e la contessa avverte la giovane pittrice che la figlia non sa e non dovrà sapere nulla della sua professione, motivo per cui questa dovrà realizzare il dipinto in gran segreto; e che, perciò, non ci saranno possibilità di avere sessioni di posa e di replica diretta sulla tela. Marianne viene, infatti, presentata ad Heloise come compagna di passeggiate. Durante questi percorsi per la spiaggia e le scogliere antistanti la villa, Marianne dovrà quindi osservare, alla perfezione, il volto della promessa sposa per poi riprodurlo, più tardi, sul dipinto. Molto La ragazza con l’orecchino di perla, molto La vita di Adele per quanto riguarda il concept di base, la francese Celine Sciamma firma una pellicola dalla grazia e sensibilità rare, che stupisce a più riprese, meritandosi così il Prix du scenario (premio per la migliore sceneggiatura), assegnatole allo scorso Festival di Cannes. Si parla di arte, di amore, di erotismo, di passione in modo mai voyeuristico, mai sconcio, mai scandaloso, preservando un umanità formidabile, nascosta ed insita dietro una cornice di dramma a sfondo storico.

Le due protagoniste Noémie Merlant e Adèle Haenel nel film

La regista di Pontoise torna ad atmosfere care alla sua filmografia fin dal lontano 2007, anno del suo primo film, Naissance des pieuvres. Si trattano temi come amore, omosessualità, emancipazione femminile sempre in maniera sottile, mai troppo sottolineata, evidenziata e caricata, come solito nelle produzioni odierne, soprattutto americane. E, per rendere efficaci lo script e il soggetto (scritti ed ideati dalla regista stessa) serviva proprio la mano e la sensibilità registica caratterizzanti lo stile e la filmografia di Celine Sciamma. I due temi fondanti della pellicola – l’arte del ritratto e la passione, che diventa quasi ossessione si uniscono, si interscambiano, fino a divenire una cosa sola, in primo luogo, da un punto di vista registico. La ricerca ossessiva del profilo migliore, dell’espressione perfetta, della posa comunicativa propria e privilegiata dalla protagonista pittrice, Marianne, interpretata da Noemie Merlant, trova una sua replica nello stile registico messo in gioco dalla Sciamma all’interno della pellicola, che trova nella valorizzazione delle magistrali interpretazioni un punto di forza cardine dell’intera produzione. Si presta particolare e meticolosa attenzione nella scelta delle inquadrature, alla costante analisi ed indagine dell’ambiguità e dell’intrigo nascosto dietro ogni singolo cambiamento del volto. La ricerca della protagonista nel compiere un ritratto intimo, suo, quasi privato, della giovane Heloise si interiorizza nello spettatore, che empatizza e si immedesima perfettamente nell’ossessione verso la bellezza e la perfezione soggettiva ed oggettiva. Con questo film, Celine Sciamma porta a massimo compimento e alla sua massima manifestazione, l’espressione assoluta del cinema, come arte e mezzo comunicativo, ontologicamente parlando. Si gioca e si scandisce il ritmo, volutamente rallentato e riflessivo, attraverso sequele di primi e primissimi piani con relazioni di rilievo liberamente povere, proprio per accentuare la potenza espressiva di questi piani. Ugualmente, ricoprono una menzione d’onore anche lo spazio e il rilievo dati alle riprese dei differenti ambienti – sia interni che esterni – che compongono l’unità spaziale del film.

Sembrerebbe quasi paradossale la vittoria per la categoria di migliore sceneggiatura conferita ad un film in cui si parla pochissimo e in cui la narrazione è veicolata quasi esclusivamente attraverso le immagini e la mimica facciale delle attrici. Nonostante ciò, qualsiasi frase, affermazione, constatazione, confessione che fuoriesce dalle labbra delle attrici di questo Ritratto della giovane in fiamma, è oro colato. Da premiare, inoltre, è sicuramente il modo con cui i temi fondanti la pellicola vengono trattati e risolti. Il film rimane su livelli alti e costanti, senza mai depotenziarsi, sottovalutarsi o scegliere la via più facile, apparentemente più intrattenente ed attraente per il grande pubblico. Il film di Celine Sciamma è sicuramente stupendo ed estremamente curato da un punto di vista oggettivo, ma non è certamente per tutti, non riesce e non vuole, volontariamente, piacere a tutti. Si racconta una storia e non la si censura, oscura o sconta di qualsiasi elemento scomodo. La passione, evidente già dai trailer e dall’incipit del film, tra le due giovani ed attraenti ragazze viene mostrata senza filtri, così come si dà. Il film apre, inoltre, un importante discorso sull’emancipazione femminile e sul nascente e tanto caro, soprattutto alle major d’oltreoceano, femminismo, a volte fin troppo caricato, arrivando quasi a stonare ed essere utilizzato come mero oggetto di consenso da parte del pubblico. Qui, la materia femminista c’è, è presente, ma non ricopre un ruolo fondamentale. L’obiettivo principale, così come lo era, per esempio, in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, è la rappresentazione di una storia d’amore, di una passione erotica e sensuale – mai fuori luogo ed esibita – estremamente naturale e ben costruita. Si aggiunge, in più, la volontà, da parte dell’autrice, di delineare due figure femminili molto forti, ma lontane tra di loro da un punto di vista temporale e sociale. Da un lato, abbiamo Marianne, donna emancipata, moderna, libera di fare ciò che vuole – decidere anche di sposarsi o meno, per esempio -, che morirebbe o, per meglio dire, annegherebbe, per la sua arte, una giovane ragazza legata al concetto artistico come fosse una vera e propria ossessione. Dall’altro lato, troviamo Heloise, una ragazza inesperta, sempre sulla difensiva, dal carattere forte e ribelle, subordinata però al volere della società, della madre e delle convenzioni, che troverà in Marianne una possibile via di fuga. In Ritratto della giovane in fiamme, tutto torna, tutto si chiude perfettamente su sé stesso ed una storia che potrebbe sembrare, all’apparenza, già vista e rimescolata viene resa, attraverso una sceneggiatura limpida e centellinata, un qualcosa di semplicemente unico e da non perdere. Il film si chiude così come è iniziato e non è altro che il frutto di una gigantesca analessi (flashback) prodotto dalla memoria e dai ricordi di Marianne.

La contessa, madre di Heloise, (Valeria Golino) nel film

Questo intricato e sopraffino lavoro di regia e sceneggiatura non potrebbe essere tale senza interpretazioni altrettanto splendenti, componente unica e costitutiva del film di Celine Sciamma. Si viene così a costituire un complesso mosaico composto prevalentemente da micro-espressioni eccellenti e mai stonate che donano un livello ancora più profondo alle differenti prove attoriali di un cast formato quasi interamente da interpreti femminili. Noémie Merlant e Adèle Haenel mostrano un’alchimia ed una chimica formidabili sul grande schermo. Ogni loro dialogo, ogni loro discussione, ogni loro sguardo cattura e rapisce completamente l’attenzione dello spettatore, che viene naturalmente trascinato nelle loro vite e nella loro storia d’amore. Le due arricchiscono la riuscita finale del film e impreziosiscono ancora di più la visione della pellicola, dimostrando una complessità nell’approccio ai loro personaggi ed un repertorio, per quanto riguarda la mimica, soprattutto facciale, veramente impressionante. Il film, inoltre, ha il pregio di non “utilizzare” e sfruttare le proprie protagoniste – sensualissime ed estremamente attraenti -, conferendole un mero scopo e obiettivo sessuale e prettamente fisico. La storia di Marianne ed Heloise si dà al pubblico, sì, senza veli e filtri di sorta, ma, anche nei momenti più erotici, in quelli di nudo, non si cade mai nel tranello facile dell’esibizione sessuale, della scopicità meramente oggettuale e fisica del corpo. Le interpreti di Marianne ed Heloise ricavano, dalla loro sensualità e fisicità, una trasmissione emotiva ed estremamente sciolta e naturale, compiendo gesti e movimenti estremamente spontanei e mai costruiti ed artificiali. A completare la trinità di grandi talenti ci pensa la nostrana Valeria Golino nel ruolo, minore e sottotono rispetto alla Merlant e Haenel, della contessa, madre di Heloise, austera e regale, così come il ruolo le richiedeva di essere. Una menzione speciale va anche a Luàna Bajrami nel ruolo della governante della villa, Sophie, protagonista, all’interno del film, di una delle sequenze più drammatiche ed emozionanti della vicenda, legata alla sua volontà di abortire. Il film tratta così, in modo struggente e curioso allo stesso tempo, un altro dei temi fondanti la nostra quotidianità, tra i più discussi ora come ora, così come la già citata tematica del ruolo femminile nella società odierna.

Se un dipinto, per essere considerato un’opera d’arte, deve essere rifinito e curato minuziosamente anche nei minimi particolari e dettagli, lo stesso vale per Ritratto della giovane in fiamme di Celine Sciamma, film che viene completato e colmato meravigliosamente anche sotto l’aspetto fotografico, per quanto riguarda le ambientazioni e parlando di colonna sonora. La direttrice della fotografia Claire Mathon firma un impianto cinematografico che prende spunto e “ruba” alcune caratteristiche dalla pittura in sé. Decisa e con colori e contrasti forti negli esterni, ma, allo stesso tempo, sfumata e leggera, come fosse un particolare o un’ombra in un quadro, negli interni, la fotografia della Mathon accresce ancora di più l’impatto visivo ed artistico della pellicola, oltre a potenziarne il coefficiente e la riuscita emotiva e sensistica. Inoltre, così come le ambientazioni – suggestive ed incantevoli -, viene dato grandissimo spazio all’importanza del silenzio e dei rumori. Il film, infatti, presenta pochissimi momenti musicali, in favore di una prevalenza indiscussa del suono in presa diretta e dei rumori ambientali. Allo stesso modo della pellicola in sé, la colonna sonora, e il suo utilizzo nel lungometraggio, segue una logica di crescendo, giungendo, sul finale, ad una vera e propria esplosione musicale che accompagna una singola ed unica inquadratura potentissima ed energica, che rappresenta il culmine e la summa di tutto il film. Una storia d’amore naturale ed istintiva, due protagoniste femminili forti e complesse, rappresentanti due epoche storiche e sociali differenti (il passato e la contemporaneità) ed una delicatezza e finezza uniche nella trattazione dei temi e dei discorsi principali sono gli ingredienti ed elementi fondanti di Ritratto della giovane in fiamme, uno dei migliori film dell’anno, sicuramente tra quelli più memorabili e rilevanti per la nostra quotidianità, una pellicola che non racconta semplicemente una relazione omosessuale, ma la concezione d’amore e passione per Celine Sciamma. Ritratto della giovane in fiamme è un autentico gioiello, un film dalla grazia rara, una pellicola da vedere e da analizzare, in cui ogni dettaglio, ogni micro-espressione, ogni particolare ha un senso, cela un significato ignoto e misterioso, in cui nulla viene dato per scontato.


VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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