Frozen II, ma quindi questo segreto?

Dopo quasi sette anni dal successo del primo capitolo, Disney riporta al cinema il mito di Elsa ed Anna, imbastendo una vicenda fin troppo classica, giocando su un terreno ormai largamente battuto da altri prodotti del genere. Un film che avrebbe potuto regalare e raccontare molto di più

Let it go/let it go/Can’t hold it back anymore” o All’alba sorgerò – come nell’adattamento italiano della canzone. Alzi la mano chi, nel lontano 2013, non ha sentito, cantato (o sofferto) almeno una volta, questo tormentone. In seguito all’uscita nelle sale della nuova IP targata Disney, Frozen, tutti, grandi e piccoli, sapevano chi erano Elsa, Anna e compagnia e conoscevano come faceva il tema principale, Let it go – merito anche della frequente trasmissione in radio. Con il passare degli anni, il successo e fenomeno Frozen è andato un po’ a diminuire, ma la possibile uscita di un sequel era tutt’altro che imprevedibile. Diciamo che Frozen II era quasi scontato che venisse prodotto. Bene, quasi sette anni dopo l’uscita del primo capitolo nelle sale, Elsa & Co. tornano sul grande schermo con una nuova, improbabile avventura che altro non è che un’occasione sprecata. Anni dopo l’iniziazione e l’apprendimento nell’uso dei propri poteri, da parte di Elsa, una forza misteriosa e legata al passato del regno richiama a sé la nostra eroina. Cosa c’è in gioco? Beh, soltanto la sopravvivenza e la salvezza di Arendelle da una vera e propria apocalisse degli elementi. Elsa, Anna, Olaf, Kristoff e Sven dovranno, quindi, partire alla ricerca di questa arcana presenza che sta richiamando la nostra regina, per salvare Arendelle dalla distruzione, sperando che i suoi poteri, questa volta, siano sufficienti a fermare il corso tragico e distruttivo degli eventi. Se questo incipit vi richiama alla mente una valanga di pellicole simili, state pensando bene. Se da un lato, il film propone, già dal titolo (Il segreto di Arendelle), il disvelamento di un mistero nascosto ed insito nelle pieghe del tempo, Frozen II fa tutt’altro, presentando una vicenda al limite della classicità, godibile, ma nulla di che. Disney si muove su lidi abbastanza noti, gioca, diciamo, in casa e non si sbilancia troppo, inciampando clamorosamente… come Olaf nel bosco.

La nostra compagnia di eroi nella prima parte del film

Jennifer Lee e Chris Buck tornano alle redini del mondo di Arendelle nella seconda avventura delle sorelle del regno nordico. I due dirigono un viaggio di iniziazione, di crescita, di maturazione e scoperta sia del proprio passato che delle proprie abilità. La regia favorisce esponenzialmente l’immedesimazione del pubblico con i protagonisti della pellicola, ponendo al centro della vicenda, come ovvio che sia, la varietà, i caratteri, le forze e i difetti dei diversi personaggi. Inoltre, si dà moltissimo rilievo alla vicenda e al proseguire degli eventi e la regia arriva a porsi praticamente in secondo piano, emergendo solamente in alcune specifiche sequenze. Tra i segmenti più curati, da un punto di vista registico, si ricordano quelli ambientati ad Athoallan, in cui Lee e Buck decidono giustamente di sottolineare la potenza visiva ed artistica della produzione, regalando inquadrature colorate, vivaci ed ispirate, con concept fantasiosi e ricchi di dettagli. Già ad una prima occhiata, si nota la cura dello storyboard e del decoupage, soprattutto, nei momenti più spettacolari e frenetici della pellicola, in cui l’identificazione con i personaggi è massima. Nella resa dei momenti più pirotecnici e scenici, un apporto sostanziale è dato dal montaggio che, pur non facendosi sentire o notare più di tanto, scandisce incredibilmente il ritmo del proseguire degli eventi, e dalla tecnica e resa delle animazioni che compongono e danno vita al mondo magico e fantastico di Arendelle.

Se c’è qualcuno che può salvare Arendelle sei tu.

Anna ad Elsa nel film

Ma quale sarà mai il segreto che si nasconde dietro l’apparente perfezione del regno? Ve lo dico io con una sola parola: delusione. Il titolo lascia intendere un qualcosa di drastico, stravolgente e scioccante dietro alla perfetta maschera del fiordo. Tutto ciò non è che una mera apparenza, perché, in realtà, gli autori Jennifer Lee (anche alla regia) e Allison Schroeder puntano volontariamente su una vicenda ed un intreccio molto più canonico, sicuro, protetto, semplice ed abbastanza banale. Ecco la vera delusione dietro Frozen II. Giocando sicuro, la Disney non ha fatto altro che prendere la struttura, l’impostazione, del primo capitolo della duologia di Arendelle, cambiare qualche dettaglio qua e là e modificare l’incipit e la chiamata all’azione, l’evento scatenante. Per il resto, tutto rimane praticamente invariato, le meccaniche e gli equilibri sono gli stessi. Elsa, Anna & co. intraprendono perciò un tipico viaggio di maturità, di iniziazione, a momenti interiore ed intimo, arrivando a svelare segreti indicibili e a compiere scelte determinanti per il proprio futuro. Tutto ciò si traduce in un’avventura iniziativa godibile, che intrattiene, ma tutt’altro che innovativa (alcuni sviluppi sono prevedibili già dai primi minuti di film). Uno dei difetti principali, che la sceneggiatura di questo Frozen II dimostra, è, però, un azzeramento e quasi totale stabilità nell’evoluzione di quasi tutti i personaggi principali. All’interno della pellicola, il rapporto tra le due sorelle sembra richiamare, in pratica, la relazione tra le due che avevamo visto nel primo film. Elsa si comporta in maniera veramente odiosa, a momenti vittimista, nei confronti della sorella Anna, rispolverando così, nello spettatore, i ricordi e le memorie riguardanti il confronto tra le due nel castello di ghiaccio all’interno del capitolo precedente. E’ proprio necessario, inoltre, sottolineare che la quasi totalità delle piaghe di Arendelle sono riconducibili all’incoscienza e alla poca premura di Elsa nei confronti del suo regno? Nel primo reagiva di impulso alla sorella, comportandosi avventatamente. In questo secondo film, senza informarsi, avvisare o confidarsi con nessuno, decide di seguire una voce dal nulla ed innescare un determinato potere, possibile causa prima della distruzione del fiordo e del regno di Arendelle.

Tutt’al più, gli sceneggiatori non si riservano minimamente la premura di spiegare e chiarire i diversi passaggi che compongono la consequenzialità degli eventi. Per esempio, i nostri personaggi fanno un’azione che provoca A. Successivamente, A porta a B, B porta a C e così via. La narrazione si accontenta di mostrare il corso degli eventi senza specificare o comunque far comprendere allo spettatore perché tutto ciò stia avvenendo. La chiamata all’azione, all’interno del film, è data da un’azione che Elsa fa nei primi minuti della pellicola. Per la restante ora e mezza di film, gli autori non spiegheranno minimamente come faccia la regina ad evocare quel determinato potere ed abilità (che nel primo capitolo non si erano mai visti). Ci si adagia sulla giustificazione del mondo fantastico e della dimensione fantasy, dribblando il dovere di rendere chiaro al pubblico ciò a cui quest’ultimo sta assistendo. Si ripresenta anche uno dei difetti principali di Frozen del 2013. Nello sviluppo della vicenda, Elsa ottiene dei nuovi poteri – com’era ovvio che fosse – e, semplicemente cambiando abito ed acconciatura – meccanica fin troppo veloce -, essa è in grado di padroneggiare i poteri come se li avesse da sempre. Così, come d’incanto. E il motivo di ciò, a quanto pare, non rientrava nelle necessità primarie della sceneggiatura, perché queste motivazioni vengono spazzate via quasi subito da una sequenza completamente diversa per registro e tempistiche.

Frozen II meets Pocahontas. Un altro dei grandi contro della sceneggiatura dell’ultima fatica firmata Disney Studios è il poco spessore, spazio e profondità lasciati e dedicati a vari personaggi, sia nuovi che vecchi. All’interno del film, viene infatti introdotto un nuovo popolo, quasi una tribù, indigena che popola la Foresta Incantata agli estremi di Arendelle. La citazione a Pocahontas – voluta o meno – è chiara, essendo questi indigeni una sorta di traslazione nordica degli indiani d’America. Ecco, questa popolazione viene introdotta, quasi buttata lì, e mai più ripresa all’interno della pellicola, se non in qualche raro caso. Si sarebbe potuto scoprire e conoscere di più sul loro conto per un senso di maggior completezza. In più, la finalità principale di questi nuovi figuri è, apparentemente e visibilmente, quella di introdurre, in maniera accennata e pizzicata, un discorso multietnico e di integrazione, così come accadeva nel pessimo e scialbo seguito di Maleficent. La stessa sorte spetta al povero Kristoff, a cui era stato dedicato più spazio e rilievo nel primo capitolo. Qui non gli viene riservato altro che un compito, che egli impiegherà tutto il film per portare a compimento ed un momento musicale individuale neanche troppo azzeccato per un film come Frozen. Lo stesso avviene con il suo compagno, Sven. Entrambi non sono altro che figure marginali all’interno dell’economia del film, a differenza dei più riusciti e centrali Olaf (protagonista di alcune delle sequenze più divertenti ed esilaranti della pellicola) ed Anna, che continua a prevaricare, per empatia ed immedesimazione, la sorella.

L’altra novità inutile del secondo capitolo

Una domanda, solo una se mi permettete. Perché devo sentire Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, seppur bravo, durante i titoli di coda di Frozen II? Essendo questo un momento tutt’altro che narrativo, non si poteva tenere l’eccellente versione di “Into the Unknown/Nell’ignoto” dei Panic! at the Disco? No, ovviamente bisogna come solito italianizzare tutto, senza rendere giustizia agli interpreti originali. Questo discorso, sulla potenza sia musicale che canora delle canzoni del film, tuttavia, non vale solamente per l’accompagnamento dei titoli di coda della pellicola, ma anche per tutta la restante soundtrack italiana del film. Serena Rossi, Serena Autieri, Enrico Brignano e Paolo De Santis, anche se ottimi e professionali nei loro ruoli, purtroppo, non reggono il confronto con la controparte americana della colonna sonora cantata del film, se non per l’interpretazione canora del tema principale. E’ una questione di principio, anche perché, da un punto di vista di scrittura, le canzoni originali di questo secondo capitolo non superano, neanche rasentano, quelle della pellicola del 2013. Basta solamente citare Let it go per polverizzare praticamente tutte le nuove tracce.

Continuo a sentire una voce

Elsa nel film

Non bastano, perciò, un paio di personaggi ben caratterizzati, un’animazione solida, quasi foto-realistica, un concept art e story-board fantasioso e geniale ed una fotografia che si distanzia dallo stile invernale del primo capitolo, puntando su sfumature più autunnali – a volte dark -; per fare di Frozen II un gran bel film d’animazione. Una sceneggiatura banale, prevedibile, convenzionale, a tratti quasi ovvia e scontata, caratterizzata da un paio di scivoloni e cadute di stile, penalizza una produzione che poteva regalare sicuramente qualche emozione in più, sia dal punto di vista narrativo che emotivo. Anche se la pellicola presenta alcuni risvolti tragici si deduce immediatamente – dati l’atmosfera e il mood del film – che questi non saranno mai permanenti. Non aiuta, nella riuscita del film, neanche una colonna sonora (parlando della versione italiana) a volte convincente, altre inusuale, pressoché inadeguata – se non per qualche momento specifico – ed un ritmo non sempre equilibrato, anzi in alcuni punti leggermente altalenante. In conclusione, cosa rimane di questo Frozen II? Un’opportunità sprecata, nulla di speciale, se non un film per famiglie, godibile, divertente, con cui passare due ore in maniera spensierata. Un’avventura consueta e già vista che regala (pochi) momenti riusciti e memorabili. Una pellicola che – se fosse stata audace e avesse azzardato un po’ di più sia per quanto riguarda i segreti auspicati e l’evoluzione dei personaggi avrebbe potuto regalare un viaggio a dir poco indimenticabile ed irripetibile, tra i segreti ed i misteri di Arendelle e della sua Foresta incantata. Peccato, veramente peccato, perché sarebbe stato un gran colpo per mamma Disney.


VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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