L’ufficiale e la spia, e Polanski decise di dirigere un documentario…

Il grande regista polacco scrive e dirige un film storico in costume, ispirato al celebre caso Dreyfus. Il risultato? Un film estremamente oggettivo, freddo, quasi documentaristico che, nonostante una quasi perfezione tecnica, non suscita nulla e non raggiunge gli obiettivi prefissati

Premetto che, da parte mia, c’erano numerose aspettative per il ritorno di Polanski al cinema dopo il pessimo, a mio avviso, Quello che non so di lei con Eva Green ed Emmanuelle Seigner. Il soggetto pareva avvincente ed intrigante, il contesto storico, politico e culturale ancora di più – a metà tra due secoli che separano l’antico dal moderno e contemporaneo – e la vittoria del Gran premio della giuria alla scorsa Mostra del cinema di Venezia faceva ben sperare in un vero e proprio ritorno da parte del grande regista polacco. Dopo averlo visto, posso affermare, purtroppo, che L’ufficiale e la spia di Roman Polanski non è che una cocente delusione. Se dal punto di vista tecnico, la pellicola si difende egregiamente, il film non sfrutta al massimo la potenza valoriale e narrativa di cui potrebbe disporre. Questa volta, come base del suo lungometraggio, Polanski sceglie di raccontare un fatto di cronaca molto vivo e sentito per il popolo francese, il celeberrimo caso Dreyfus. La vicenda del giovane soldato ebreo Alfred Dreyfus mostrò, infatti, la fallibilità del potere, le sue lacune, la sua corruzione e natura contraddittoria. Per un sentimento sull’orlo dell’antisemitismo nazista, il capitano viene accusato dall’esercito di alto tradimento, per aver passato informazioni secretate ai tedeschi, e viene condannato all’esilio sull’isola del Diavolo, striscia di terra posta al largo della Guyana francese. Il film prende le parti ed individua, come suo protagonista indiscusso, l’ufficiale Georges Picquart – vecchio maestro, dai sentimenti antisemiti, di Alfred alla scuola militare -, che, tempo dopo l’affare Dreyfus, viene promosso a comandante della sezione dei servizi segreti dell’esercito, prendendo il posto del colonnello Sandher, morente e recluso a letto a causa di una sifilide grave. Fin da subito, egli denota un’ostilità molto velata e sussurrata all’interno dell’ambiente di professione e, ben presto, inizierà a constatare che la maggior parte dei suoi colleghi e sottoposti dimostra dei comportamenti strani, suscettibili e minacciosi. Continuando ad investigare sui segreti del suo predecessore, dei suoi commilitoni e del contesto di lavoro, Picquart scoprirà in fretta che l’arresto e la condanna del giovane capitano ebreo è avvenuto con una mancanza di prove ed accertamenti e con una leggerezza di giudizio che hanno dell’incredibile e cercherà, così, nonostante gli ostacoli posti dai ranghi alti dell’esercito, di fare giustizia per Dreyfus.

La punizione che abbiamo inflitto a Dreyfus mostrerà al mondo come trattiamo i traditori

Il generale De Boisdeffre (Didier Sandre) nel film
Jean Dujardin (Georges Picquart) nel film

Anche se il film non presenta un comparto narrativo avvincente e, come già detto, convincente, da un punto di vista tecnico ed oggettivo, al film non si può contestare nulla. Il regista del capolavoro Rosemary’s Baby mette in gioco una direzione molto classica, molto lineare, ma estremamente suggestiva e prodigiosa. Roman Polanski ci conduce attraverso le varie sale del potere, i vari corridoi, i piccoli appartamenti bui in modo tortuoso, labirintico, opprimente, quasi angosciante. Inoltre, non mancano, nonostante il film non colpisca molto sotto questo aspetto, sequenze completamente in tensione e sul filo del rasoio, registicamente parlando. Si valorizza, tra le altre cose, in modo minuzioso, l’espressività dei differenti personaggi e si approfitta soprattutto della loro carica e potenza espressiva e comunicativa, facendo capo al grande Jean Dujardin che qui recita magnificamente, in maniera cupa, schiva e diffidente. Vengono, inoltre, costruite alcune scene altamente simboliche e che celano dietro di sé un doppio significato (per esempio, il dettaglio sulla sigaretta che viene spenta come se a spegnersi fossero le speranze di Picquart che sta assistendo). Però, diciamo che, nella maggior parte dei casi, Polanski opta per una regia realistica, centrata sulla rappresentazione senza veli e senza filtri del vero in tutte le sue forme, non vi sono troppe sequenze metaforiche o allegoriche, tutto ciò che viene ripreso ha una matrice reale, concreta e fattibile. La direzione registica del polacco dà il meglio di sé nelle sequenze fondanti del film: quelle di dialogo. I campi e controcampi giocano un ruolo preponderante nel film proprio per la sua natura letteraria e quasi teatrale. Peccato che una complessità imperante, a livello di intreccio, penalizzi un po’ l’analisi dettagliata di queste scene, perché alcune sono veramente da manuale.

Oltre a firmare la regia, Polanski scrive anche la sceneggiatura del suo L’ufficiale e la spia o, in originale, J’accuse. Ma non è solo! Ad affiancarlo troviamo, infatti, nientemeno che Robert Harris, l’autore dell’omonima opera letteraria, romanzo d’ispirazione per il film stesso di Polanski. Questa condivisione del compito narrativo, tra regista ed autore letterario, ha penalizzato, a parer mio, la resa finale e percepita della pellicola. Si comprendono benissimo le intenzioni originali della pellicola: mostrare come l’antisemitismo, concetto fondante del nazismo – che dominerà pochi decenni più tardi -, esistesse moltissimi anni prima che Hitler salisse al potere. Quindi, l’obiettivo è dimostrare come questo tratto ideologico non appartenesse solamente al Terzo Reich, ma anche alla Francia di fine Ottocento. Essendo, inoltre, Polanski un polacco ebreo diciamo che questa denuncia dell’antisemitismo è proprio insita nel suo essere e nelle sue origini, visto che la Polonia è stato il primo paese ad essere invaso dai nazisti e depurato da tutte le “razze minori”, così come pensavano i tedeschi in quel periodo. Il film vorrebbe mostrare e denunciare l’ingiustizia e la fallibilità del potere, concernenti il caso Alfred Dreyfus, e dovrebbe così suscitare, nello spettatore, un sentimento viscerale, profondo ed innato di denuncia, critica, polemica e dibattito nei confronti di quello che è successo. Ma non ci riesce. Da un punto di vista narrativo, il film coinvolge inizialmente, ma più si va avanti più è evidente la sua natura didascalica, documentaristica, dottrinale ed esplicativa, molto distaccata, oggettiva e razionale. Si fa cinema con la testa, ma non si emoziona, non si coinvolge, non si suscita nulla che renda L’ufficiale e la spia un grande film storico e di denuncia e riflessione storica.

Quando una società arriva a tanto cade in decomposizione

Georges Picquart (Jean Dujardin) nel film

La struttura della pellicola risulta fin troppo macchinosa e schematica e c’è il rischio di perdersi, tentando, durante la visione, di ricollegare ed analizzare tutti i vari segmenti. Anche se molto classica e tradizionale, tutto il film è costruito, didascalicamente, come un grande susseguirsi di causa ed effetto. Seppur scritta ottimamente da un punto di vista formale, la sceneggiatura di J’accuse non rende abbastanza, non provoca abbastanza, non si spinge, rimane in lidi prettamente freddi e documentaristici. La vicenda rappresentata potrebbe essere paragonata benissimo a ciò che ci si potrebbe immaginare, sfogliando un libro di storia o un saggio sulla vicenda. Gli elementi in gioco, i nomi e i personaggi sono così numerosi che servirebbe una seconda visione per associare qualsiasi nome ad un volto ben preciso. Il film non scivola, risulta a tratti abbastanza dispersivo, farraginoso e un po’ noioso nelle sequenze iniziali. Il film presenta due finali. Sì due finali! Il primo finale risulta fin troppo tempestivo e, a livello filmico, non ha nessun elemento che possa condurre ad una conclusione vera e propria e, se visto così, pare fin troppo leggero e fuori luogo. Fortuna che c’è il secondo che tenta di dare un nota di chiusura memorabile, ma appare fin troppo anonimo nelle dinamiche.

A sinistra, Alfred Dreyfus (Louis Garrell) nel film

Anche se il film tratta del noto caso Dreyfus, il capitano ebreo appare quasi come una figura di contorno, secondaria, arriva quasi ad essere un mero soggetto e scopo dell’azione. Infatti, tutta la vicenda si concentra attorno al protagonismo e alla centralità del personaggio del tenente colonnello Georges Picquart, interpretato da un bravissimo Jean Dujardin. Baffuto, cupo – sorriderà solamente nel primo finale -, diffidente, testardo, perspicace e valoroso, il tenente compierà, all’interno del film, una vera e propria evoluzione e andrà contro alle sue credenze ed ideali – essendo egli antisemita -, in favore del bene comune, della conservazione dei valori dello stato francese, della repubblica, per rispetto dei diritti che ogni essere umano dovrebbe avere, senza distinzione di età, sesso, etnia o religione. I suoi grandi e folti baffoni ci accompagneranno per tutta la sua lunga, macchinosa e tortuosa indagine. Ancora una volta, Dujardin testimonia le sue abilità recitative e la sua maestria. Purtroppo, la sceneggiatura penalizza le potenzialità di una recitazione espressiva, ispirata e profondamente immedesimata. Lo stesso discorso vale anche per tutta l’altra sfilza di interpreti della pellicola come Louis Garrell – estremamente in character e con cui si ha volutamente e veramente difficoltà ad empatizzare -, Emmanuelle Seigner, personaggio femminile borderline, che riveste un ruolo di minima importanza perché legata a Picquart in modo romantico e sentimentale, ma che non porta nulla di aggiuntivo ai fini della trama. Polanski – irrimediabilmente segnato dall’assassinio della moglie, Sharon Tate, per opera di Charles Manson – dimostra una difficoltà immane nel rappresentare una scena amorosa o atteggiamenti affettuosi e sessuali tra i due, il che si rivela un difetto, seppur minimale, a lungo andare.

Questo non è un altro caso Dreyfus, questo è il caso Dreyfus

Georges Picquart (Jean Dujardin) nel film

Peccato veramente che L’ufficiale e la spia non voglia osare, abbia questa carenza da un punto di vista emotivo, comunicativo e di denuncia, perché l’ottima regia di Polanski e le interpretazioni, sia principali che minori, immedesimate e credibili sono completate da un impianto di ricostruzione storica, fotografico e sonoro al limite dell’impeccabile. Pawel Edelman firma una cura fotografica, cinematografica e dei colori estremamente coinvolgente, intrigante e trascinante. La serietà e la rilevanza della vicenda centrale del film e del carattere scandalistico che la pellicola vorrebbe avere sono sottolineate, in modo evidente, dalla fotografia spenta, demoralizzata, nebulosa (così come l’affare Dreyfus), pessimista, quasi come se l’intero film fosse pervaso da un alone di fumo – elemento filmico molto presente in scena. La fotografia aiuta anche la localizzazione temporale degli avvenimenti. Ci troviamo, infatti, agli sgoccioli del XIX secolo, età e secolo dominati da uno sviluppo industriale e non solo, a livello mondiale. Questa fotografia è marcata e sostenuta ulteriormente dai colori smorti dei vestiti affibbiati ai personaggi. Il vestiario non provoca incanto, stupore, meraviglia negli spettatori, ma una voluta passività. Non si mostrano ricchezze, ambientazioni estremamente ricche, fastose, proprio perché non c’è nulla da esibire e da dimostrare in un caso del genere, se non la verità. Da una produzione del genere mi sarei aspettato una maggiore posizione di rilievo data alla colonna sonora, firmata da Alexandre Desplat (La forma dell’acqua), che irrompe quasi unicamente, in modo notevole, nei titoli di coda, e al montaggio, che, se curata maggiormente, avrebbe apportato un’accelerazione del ritmo e un maggior coinvolgimento e trasporto nei confronti della vicenda. Una sceneggiatura più significativa, eloquente ed energica e meno descrittiva, didascalica e letteraria avrebbe reso J’Accuse di Roman Polanski un film strepitoso, scioccante, d’assalto, intrigante, viscerale, profondo. Al contrario, una resa narrativa e, a tratti tecnica, – soprattutto parlando di ricostruzione in CGI della Parigi di quegli anni e di una scelta non sempre condivisibile rispetto alle location – rendono l’ultimo Polanski, anche se applaudito a Venezia, un film certosino e curato per alcuni aspetti, ma blando, distaccato, insipido, scialbo e freddo per altri, accostandosi al livello di documento o, per meglio dire, documentario storico e di cronaca.


VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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