Servillo e Hoffman entrano nel labirinto di Carrisi

Dopo La ragazza nella nebbia, Carrisi ritorna alla regia di un film tratto da uno dei suoi racconti di maggior successo, avvicinandosi moltissimo ad uno stile americano e contando due interpreti di tutto rispetto

Era il 2017 quando Donato Carrisi, uno degli autori thriller italiani più famosi sia in patria che all’estero, fa uscire la sua prima opera come regista e sceneggiatore, La ragazza nella nebbia. Fedele al libro – scritto dallo stesso Carrisi -, la pellicola presentava alcune atmosfere e tempi ben riusciti, sia a livello di dialoghi che di messa in scena. L’opera prima di Carrisi risultava, però, fin troppo orientata al libro, con cui condivideva una componente descrittiva molto forte ed un ritmo, a volte, fin troppo letterario. Uno dei più grandi difetti del film erano le interpretazioni nel loro complesso. Infatti, a parte Toni Servillo – a cui, tuttavia, era stato affibbiato un accento abbastanza fastidioso – , il resto della componente recitativa del film risultava fin troppo dilettantesca, quasi amatoriale. Il nuovo lungometraggio targato Donato Carrisi condivide alcuni punti a favori e altrettanti difetti del film precedente, ma si migliora sotto diversi punti di vista, primo fra tutti, la recitazione ed il ritmo. Dagli spazi tetri e nebbiosi delle Alpi, si passa ad un’ambientazione estremamente chiusa, claustrofobica ed angosciante, tra un labirinto oscuro e misterioso, una sala d’ospedale asettica e stranamente tranquilla ed una città a metà tra Italia e Stati Uniti. Quindici anni dopo la sua sparizione e segregazione in un labirinto sotterraneo, una ragazza di nome Samantha Andretti viene ritrovata in un bosco, drogata ed incosciente. Ricoverata d’urgenza in un’ospedale, essa verrà immediatamente sottoposta alle domande e all’analisi del dottor Green, un rinomato profiler. Il dottore inizierà a porre domande alla giovane per scovare e catturare il suo rapitore e lo stesso farà Bruno Genko, un investigatore privato, sul punto di morte – a causa di una disfunzione cardiaca -, incaricato di ritrovare la giovane, anni prima, dalla famiglia di Samantha. Inizia così un’investigazione parallela tra flashback, illusioni, inganni, falsi ricordi, colpi di scena e rivelazioni, dove non tutto è come sembra.

Valentina Bellè e Dustin Hoffman nel film

Donato Carrisi, scrittore di bestseller come Il suggeritore e Il tribunale delle anime, due anni fa, decise di intraprendere un’avventura nell’arte del fare cinema. Nonostante la sua opera prima non fosse riuscita al 100% – risultando, anzi, abbastanza confusionaria in alcuni momenti -, La ragazza nella nebbia presentava un comparto registico notevole, per essere un debutto, con primi piani ed inquadrature che acceleravano il ritmo in certe sequenze ed aumentavano la suspense in altre, veramente tese ed ansiogene, rendendo interessante la vicenda narrata. Con L’uomo del labirinto, la direzione registica dell’autore pugliese compie un salto di qualità notevole, quasi raggiungendo il livello di colossi del genere e dimostrando uno stile internazionale, prettamente americano, inedito nel panorama del cinema italiano. E proprio la regia rende l’ultimo e secondo film di Carrisi ancora più efficace e riuscito. Il film non presenta, infatti, alcun momento morto, nessun disequilibrio ritmico. Lo spettatore è gettato perennemente nell’azione e non gli viene dato neanche un secondo per riprendersi e riflettere. Vengono costantemente buttati, addosso al pubblico, soprattutto attraverso la regia e la messa in scena, informazioni, indizi, spunti da assorbire e far rientrare nel gigantesco mosaico costruito da Carrisi. La macchina da presa si focalizza moltissimo sui vari personaggi che popolano il mondo de L’uomo del labirinto, gli sta addosso e riesce, così a condurre un’introspezione valida e misurata, attraverso dettagli, primi piani. Inoltre, egli dimostra un’evoluzione nella costruzione della suspense e delle scene più complesse e concitate. Ciò non significa, però, che tutti gli svariati momenti di questo film siano riusciti alla perfezione. Per esempio, da un punto di vista registico, la sequenza con cui si apre la pellicola – il rapimento della ragazza – è fin troppo frettolosa e non presenta una giusta costruzione nei tempi. Ma, d’altro canto, il momento in cui abbiamo la rivelazione più drastica e che cambia le carte in tavola appare costruito a regola d’arte. Ciò che veramente peggiora scene come quelle delle varie rivelazioni, è la sceneggiatura o, per meglio dire, un attaccamento fin troppo pedissequo alla natura letteraria del concept.

Infatti, se da un lato, dal punto di vista narrativo e dell’intreccio, L’uomo del labirinto è fabbricato in modo veramente certosino ed attento in ogni minimo particolare, dall’altro si nota una volontà narrativa, parlando di fedeltà verso l’opera letteraria, fin troppo debitrice al materiale originale. Questo aspetto va ad inficiare soprattutto la spiegazione e lo scioglimento dei vari grattacapi e misteri presenti nella pellicola. Sebbene il film tenti di farti vedere come sia facile capire, solamente attraverso le immagini, ciò che l’autore ti sta buttando davanti, si necessita di cinque minuti buoni per assorbire e rendere propria codesta rivelazione. Cinque minuti riflessivi, che, in film di questo genere, possono distrarre lo spettatore da un dettaglio chiave, anche solo espresso da una battuta di un attore. Dettagli come questo sono vitali all’interno di thriller, noir o gialli che si rispettino. Ed anche chi ha la parvenza di aver compreso tutto il disegno narrativo di Carrisi, necessiterà di un paio di minuti, una volta terminata la visione, per rimettere tutto in ordine. Il film cerca, infatti, di far sua la caratteristica principale dell’opera letteraria: i tempi dilatati, la sospensione del tempo della narrazione per descrivere o mostrare, elemento che nel cinema non può essere più di tanto contemplabile. Pur essendo curata nella narrazione degli eventi e nella costruzione della suspense, la scrittura non è sempre diretta e chiara nell’introduzione e nello sviluppo di certi concetti e determinati momenti. Infine, pure in questo film, è riscontrabile uno dei difetti del predecessore: la quantità esorbitante di colpi di scena, a volte, pure intervallati da pochissimi minuti di screentime; caratteristica che, in letteratura, funziona (sempre per la questione della dilatazione), ma che, nel cinema, è come una lama a doppio taglio. Presentando, infatti, tre colpi di scena, ugualmente efficaci si rischia, scrivendo e girando un film, di svalutare mano a mano che si prosegue il twist precedente. Quindi, giunti al secondo risvolto, il primo non sarà più così potente come al principio e così via.

La storia non finisce così, giusto?

Bruno Genko (Toni Servillo) nel film

Uno dei punti di forza dell’ultimo film di Donato Carrisi è, indubbiamente, il cast d’eccezione, che conta addirittura una figura riconosciuta ed amata internazionalmente. Sto parlando naturalmente di Dustin Hoffman, che qui interpreta il profiler, il dottor Green, un personaggio che appare, fin da subito, troppo retto ed ordinario, stonando in questo mondo così caotico, misterioso e violento. Hoffman regala un’interpretazione semplicemente da brivido (il dialogo con Servillo, alla fine, è una cosa da pelle d’oca) ed ispiratissima. Egli interpreta questo specialista molto pacato, molto riflessivo, ma altrettanto misterioso, la cui presenza causa immediatamente un senso di rispetto e soggezione, che nasconderà un dettaglio chiave per la vicenda. Hoffman riserva una particolare attenzione alla mimica e al carattere calmo e tranquillo del suo personaggio. Ed è proprio questa sua bravura che rende ancora più efficace il colpo di scena che lo riguarda. Ma non disdegniamo certamente uno degli attori più bravi del momento nel contesto del cinema nostrano: Toni Servillo. Il suo personaggio è il tipico antieroe da noir: è un disgraziato, un inetto, non gliene capita mai una giusta, registra cassette in cui riversa i suoi pensieri e le sue memorie, riflette moltissimo, si muove come un’ombra, quando deve uccidere lo fa e usa dei metodi d’investigazione non convenzionali. Lui e il dottor Green rappresentano due facce della stessa medaglia, entrambi stanno indagando per trovare il rapitore di Samantha che molti testimoni hanno individuato in un uomo con addosso una maschera da coniglio. Il criminale, il malato, il sick del film, soprannominato Bunny, rappresenta un po’ l’elemento surreale che rientra alla perfezione nel quadro generale del lungometraggio e che ritorna a momenti nella storia, soprattutto dal punto di vista dell’ambientazione. Tra gli interpreti principali, subordinati però alla grandezza di Hoffman e Servillo, troviamo anche Valentina Bellè, che interpreta un personaggio abbastanza stereotipato, quello di Samantha, e lo fa in modo abbastanza classico e tradizionale; nulla di trascendentale; e Vinicio Marchioni, molto bravo in serie come Romanzo criminale, che, qui appare così poco, diventando praticamente un personaggio secondario.

Vogliamo i tuoi ricordi, ne abbiamo bisogno ora

Il dottor Green (Dustin Hoffman) nel film
Simon Berish (Vinicio Marchioni) nel film

Un fattore centrale che rende l’atmosfera così ben riuscita ed efficace è senza dubbio l’ambientazione, punto cardine, fortissima da un punto di vista visivo ed aiutata, nella sua costruzione potenza, dalla fotografia. A metà tra l’Italia, parlando di interni, ed una metropoli californiana o della Florida, per quanto riguarda gli esterni, la caratteristica principale dei luoghi del film è la loro chiusura perenne. Infatti, anche quando si è in esterni, si percepisce comunque un senso di angoscia, chiusura, claustrofobia. Gli spazi esterni in L’uomo del labirinto fanno da interni, si percepisce che non vi è e non vi sarà mai una possibilità di uscita, di salvezza. Come si viene proiettati nel labirinto, lì si rimane per tutta la durata del film. Sembra, anzi, che la città stessa, l’ospedale stesso, facciano parte, a loro volta, del labirinto, che non è altro, poi, che il labirinto della mente umana, i muri innalzati nella nostra testa, da cui non riusciamo mai ad uscire, da cui non troviamo mai una parvenza di salvezza. Non considerando i primi due minuti iniziali, in cui si svolge il rapimento di Samantha, dove la fotografia dà un senso di maggior respiro ed apertura al tutto, nel resto della pellicola, le luci e i colori suggeriscono sempre un senso di oppressione, di peccato, di angoscia e mistero. La fotografia, in questo film, non dà tregua né agli attori, né allo spettatore. Sembra che la vicenda si svolga in un mondo sospeso nel tempo e nello spazio, alcuni interni sembrano provenire dal secolo scorso, altri sono quasi surreali – come l’ufficio persone scomparse -, cozzando, così con il realismo e la realtà presente e terrena.

Adottando alcuni stilemi dal parco horror contemporaneo, come Saw, per la questione dei giochi che vengono proposti a chi è rinchiuso nel labirinto, o Hostel – in minima parte – per la tortura psicologica e, a volte fisica sottoposta ai prigionieri, L’uomo del labirinto si propone, al pubblico, come un thriller tradizionale e solido da un punto di vista narrativo. A metà tra noir, poliziesco, giallo e con qualche tinta horror (data soprattutto dal maniac, Bunny), l’ultimo film di Donato Carrisi spicca sul predecessore, presentando una regia migliorata, che scimmiotta lo stile americano, fresca, frenetica e tesa incessantemente, due interpretazioni magistrali che fanno a gara per tutta la durata della pellicola, un’ambientazione suggestiva e surreale, un montaggio che mantiene alta la curiosità e l’attenzione dello spettatore nello scoprire e svelare il mistero dietro Bunny ed il labirinto, ed una colonna sonora, firmata Vito Lo Re, calzante, d’atmosfera, che accompagna e migliora, stilisticamente, moltissimi momenti del film, soprattutto quelli ambientati all’interno del labirinto. Carrisi, impegnato sia dietro la macchina da presa che alla scrittura, erige una vicenda sicuramente non eccellente (tra i difetti troviamo anche un paio di green screen abbozzati), ma che regala alcuni momenti veramente memorabili, convulsi ed angoscianti, dove la suspense regna sovrana. Le rivelazioni finali di questo L’Uomo del labirinto non arrivano dirette e palesi agli occhi dello spettatore. Tuttavia, alcune di queste appaiono abbastanza prevedibili e scontate e, per quanto riguarda quelle riuscite, c’è bisogno di un paio di minuti per mettere tutto al proprio posto, ma, una volta fatta questa pulizia e finita la visione, ci si rende conto dell’abilità, da parte dell’autore pugliese, nell’imbastire storie, intrecci e narrazioni che, seppur contorte, funzionano e colpiscono come devono.


voto

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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