Grazie a Dio, la parola liberata sulla pedofilia

Francois Ozon dirige una pellicola diretta e potente su un caso di pedofilia nella Chiesa, avvenuto in Francia tra gli anni ottanta e novanta. Non un film contro la Chiesa, ma per la Chiesa e per portare a confronto e discussione

Alexandre Guerin vive a Lione con la sua famiglia. E’ un uomo profondamente cattolico, caratterizzato da un profondo amore e una fiducia incontrastata nei confronti della Chiesa. Il suo passato e il suo rapporto con la religione e l’istituzione, però, non è sempre stato tale. Quando era bambino ed uno scout, infatti, Alexandre è stato vittima di ripetuti episodi di pedofilia da parte del parroco della sua comunità, padre Preynat. A seguito di questi episodi – subiti da altrettanti compagni del piccolo Guerin – il sacerdote sembrava fosse stato trasferito presso le suore. Un giorno, però, Alexandre scopre che Preynat non è mai stato o, comunque, ha abbandonato la nuova sistemazione e continua, imperterrito, a stare insieme, a fare catechismo, comunione e cresima a bambini e giovani ragazzi. Alexandre decide, innanzitutto, di aprirsi ai suoi figli, confessandogli l’accaduto e, successivamente, di ottenere il perdono ed un’azione risolutiva nei confronti di Preynat. La sua volontà, priva di spinte vendicative e totalmente pacifica, porterà altre vittime ad aprirsi, a testimoniare e a fare fronte comune per evitare che episodi del genere continuino a sussistere. Tra tanti “Dio ti benedica”, vergogna, dialoghi potenti e diretti e voglia di far conoscere tutto quello che si è subito, tutti i controsensi e le promesse mancate, Grazie a Dio rappresenta una vicenda umana, terrena che ha, come obiettivo primario, quello di aprire al dialogo e alla discussione sull’argomento sia dentro che fuori lo schermo.

Perché quest’uomo è ancora a contatto con i bambini?

Alexandre (Melvil Poupaud) nel film

Dopo l’ipnotico, misterioso, simbolico, erotico ed imperdibile Doppio Amore del 2017, Francois Ozon torna al cinema, affrontando una tematica quanto mai spinosa, controversa, taciuta, ma, allo stesso tempo, importante e centrale, oggigiorno. Ozon – che firma anche la sceneggiatura – mette in campo una regia concettuale, più che prettamente formale. Certo, troviamo un certo livello registico nelle inquadrature e nella scelta stilistica, ma è altrettanto vero che la regia impiegata dal parigino si concentra, in particolar modo, sulla valorizzazione e sull’enfasi data alla vicenda e alle interpretazioni. La macchina da presa segue costantemente i personaggi, gli sta addosso, ci sono pochissime panoramiche, campi larghi. Ci si sofferma su primi piani, piani medi e piani a figura intera, proprio perché la regia non deve o vuole, in alcun modo, abbellire visivamente, artisticamente e tecnicamente una questione, già di per sé, terribile ed inaudita.

Così come la situazione e i ricordi che stanno ripercorrendo nelle loro menti, la camera inquadra in modo soggettivo e quasi claustrofobico i differenti personaggi. Non si vuole spettacolizzare la vicenda, ma la si vuole rendere il più concreta, terrena e il più materiale possibile, empatizzando ed enfatizzando i protagonisti, vittime, prima, di una persona non proprio equilibrata, ora, di un sistema ed un’istituzione che non rispetta le promesse, irrispettosa e, talvolta, ipocrita di fronte al loro dolore e al loro desiderio di riconoscenza. In più, le varie macrosequenze della pellicola sono inframmezzate da brevi scene veramente atmosferiche, cariche di tensione e di angoscia in cui si mostrano in maniera abbastanza diretta ed emozionante alcuni istanti prima che si compiano gli abusi. Il tutto funziona, perché lo spettatore riconosce immediatamente la ricchezza di informazioni che ha. Il pubblico sa già cosa accadrà tra il prete e il bambino, ignaro, ma ci si sente impotenti, non si ha modo di avvertire questo povero fanciullo. L’impotenza è sicuramente il tema principale di tutta la pellicola, ma troviamo anche altri punti cardine. Imbarazzo, desiderio, vergogna, forza: questi gli altri valori centrali del film di Ozon, che questi riesce a centrare perfettamente, narrando, oltre che attraverso la sceneggiatura, una storia di rivalsa, di pace con i propri fantasmi, con il dolore e di libertà di parola, di espressione e di racconto dell’accaduto.

Così come la regia, la scrittura di Ozon delinea una storia dolorosa, fatta di bugie, promesse fallite, incomprensioni familiari, lotta e rivincita. La perla della pellicola sono proprio i dialoghi che danno vita alla ricerca di un senso, da parte di Alexandre e delle altre vittime degli atti pedofili di Preynat. Il lungometraggio potrebbe essere suddiviso in tre grandi parti, in base al protagonista di suddetta sequenza. Infatti, non troviamo solamente Alexandre, come testimone di un passato burrascoso e traumatizzante, ma anche Francois ed Emmanuel (tra i tre, senza dubbio, colui che ha avuto ripercussioni sul presente più gravi). La suddivisione in tre storyline principali aiuta inoltre l’adozione di molteplici e differenti punti di vista, così come molteplici sono i modi di reagire alle difficoltà e di pensare dei tre. Alcune sequenze in particolare sono un letterale pugno allo stomaco per la loro natura diretta, scioccante, sconvolgente e destabilizzante e la ricchezza di particolari di alcune descrizioni di abusi. L’opera di Ozon potrebbe essere facilmente associata al maestoso Il Caso Spotlight di Tom McCarthy (vincitore del Premio Oscar come miglior film nel 2016), ma si sbaglierebbe solamente facendolo. Il regista parigino, difatti, costruisce un film che non punta il dito contro qualcuno o qualcosa – benché il punto di vista di Ozon riesce ad intravedersi tra le righe. Non si vuole accusare, non si vuole cadere nel vittimismo, nel pietismo o negli stereotipi facili – anche se un paio ne troviamo. Ozon vuole dar vita ad una vita discussione, sciocca, provoca, ma, una volta finito il film, non viene data alcuna idea di completezza, di riuscita, di giudizio. Grazie a Dio riesce nell’intento di creare un dibattito sull’accaduto sia tra i personaggi, all’interno del film, sia fuori, tra il pubblico. Durante la visione, l’empatia che si viene a creare genera quasi un dialogo tra entità filmica e pubblico ed una messa in dubbio di ideali e valori.

Francois (Denis Menochet) nel film

La riuscita del film è dovuta, in larga parte, dalla grandezza e dalla bravura degli interpreti principali. Melvil Poupaud, Denis Menochet, Swann Arlaud. Questi i nomi dei tre attori protagonisti di questo Grazie a Dio, uno più bravo e credibile dell’altro. La parte del leone, per la carica drammatica, tragica e di potenza espressiva, è individuabile nel personaggio di Emmanuel, portato su schermo da un magnifico Swann Arlaud. Emmanuel è, senza dubbio, colui che ha risentito maggiormente dell’accaduto, che lo ha portato ad avere una salute cagionevole, un cattivo rapporto col padre ed una difficoltà a rapportarsi con altre persone e ad avere un rapporto amoroso sano. Il film scava perfettamente nella psicologia delle diverse figure su schermo, mostrando tre diverse tipologie di reazione e superamento del trauma. Abbiamo Alexandre – ritratto da un ispiratissimo Melvil Poupaud – che, nonostante l’accaduto, continua ad avere una sorta di fiducia, seppur ridotta, nella Chiesa e nei suoi componenti e ad andare in Chiesa con la famiglia la domenica mattina. In seguito, troviamo Francois – interpretato da un Denis Menochet fisico, burbero, diretto e sboccato -, uomo molto caparbio, ribelle e testardo, rifugiatosi completamente nell’ateismo ed, infine, il già citato Emmanuel. La diversificazione di caratteri e di stili attoriali permette, al film, di abbracciare differenti punti di vista e spunti di discussione, portando, quindi, alla genesi di un quadro quanto mai completo sul tema.

Quello che mi aspetto è una sanzione della chiesa nei suoi confronti

Alexandre (Melvil Poupaud) nel film

La fotografia scelta per questo Grazie a Dio rispetta e segue pedissequamente il tono e l’atmosfera che la regia e la sceneggiatura si impegnano di creare. La fotografia di Manuel Dacosse è una di quelle fotografie grigie, opprimenti, realistiche, nebbiose, deprimenti che aiutano notevolmente l’espressione dello stato d’animo dei diversi personaggi della pellicola e segue, completamente, la stessa logica della regia. Mostrare in modo diretto, non abbellire. Il film risponde costantemente a questa richiesta stilistica e narrativa, non abbandonandosi mai alla retorica facile, ma, al contrario, descrivendo tutto nei minimi particolari, non vergognandosi di presentare momenti di violenza fisica e verbale, anche abbastanza pesanti e disturbanti. Questa volontà di scoprire tutte le carte del mazzo è, inoltre, in perfetta linea con lo scopo, da parte del film, di aprire e dar vita ad un dibattito sull’argomento, sia prima, che durante, che dopo la visione. Nella mente dello spettatore, intento nella visione di Grazie a Dio, si pianteranno in testa interrogativi e dubbi ripetitivi e frastornanti sia per quanto riguarda le azioni della Diocesi di Lione che per quelle delle vittime stesse, con l’apertura del sito “La parola liberata“. Necessario, visti i tempi, il film di Ozon – premiato al Festival di Berlino con l’orso d’argento – scatena e mantiene viva nella mente dei suoi spettatori la fiamma della questione pedofilia, che, finalmente, sta venendo discussa e risolta, dove possibile. Il cineasta parigino rappresenta una ferita ancora aperta nella storia e nel popolo francese che, grazie a questa pellicola, verrà conosciuta da sempre più persone, facendo così in modo, forse, che episodi del genere non si ripetano. Come ci dimostra l’ultima inquadratura di Grazie a Dio – con la chiesa illuminata che domina la città, ma anche la vita di Emmanuel, che guarda senza speranza il fondo del fiume – inevitabilmente, la Chiesa e, in particolar modo, Bernard Preynat saranno sempre presenti nelle vite e nei ricordi di tutti, soprattutto delle loro vittime.

VOTO 8.5

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