El Camino. Buon viaggio Jesse Pinkman!

Il creatore di Breaking Bad, Vince Gilligan, torna alla regia e alla scrittura, con un film spin-off, che non aggiunge nulla di eccessivamente significativo al finale della serie, se non una degna chiusura per il personaggio di Jesse.

E ora?“. Questa è la tipica domanda che perseguita una persona che ha appena finito Breaking Bad. Il finale della serie, così desolante, significativo, emotivo e triste, deposita, infatti, nell’animo dello spettatore, un senso di desolazione e di devastazione incredibili. La serie colpisce così tanto a fondo l’immaginario e il cuore di chi la guarda, che pare quasi che dopo Breaking Bad non si possa più vedere nulla di nuovo o, comunque, che niente raggiungerà mai quelle vette. Dopo averla terminata, rimane solamente un’altra grande domanda: “Che ne sarà di Jesse?”. Ebbene, questo è proprio uno degli scopi principali del primo e, probabilmente, ultimo film tratto dalla serie record di AMC, El Camino – lungometraggio prodotto e distribuito da Netflix, per la regia e sceneggiatura, dopo tanti anni, di Vince Gilligan. Definirei questo El Camino più che un film vero e proprio, due episodi aggiuntivi – da un’ora ciascuno – della serie madre. Tra grandi ritorni, nostalgia, sparatorie e grandi dialoghi, El Camino rappresenta una sorta di canto del cigno per Jesse Pinkman, ora più che mai indipendente dalla figura assordante di Walter White/Heisenberg. Un film ben confezionato, che farà battere il cuore dei fan in più di un momento e che regala una degna conclusione alla storyline del nostro amato Jesse.

Il film riprende da dove tutto si era concluso: la liberazione di Jesse dalle grinfie dei neonazisti, la morte di Walt per il cancro e la conseguente fuga di Pinkman sull’auto di Todd, la El Camino. Il giovane gangster è, ora, un criminale, ricercato dalla polizia e dalla DEA e deve trovare un modo per sparire dai radar. Questi dovrà mettere in campo tutte le sue abilità e capacità per riuscire a racimolare abbastanza denaro per fuggire, cambiare identità e fare pace con i fantasmi del suo passato. Un soggetto tanto semplice quanto classico. Il film segue la tipica struttura di un “road movie“, però, con pochissima road, pochissimo viaggio effettivo. Più che di un viaggio fisico, qui parliamo, infatti, di un viaggio nel viale dei ricordi, tra riferimenti e citazioni alla serie madre, flashback e reunion attesi, quanto sognati. La pellicola dimostra un ritmo frenetico ed è costruita su un continuo ping-pong tra passato e presente, dando vita ad un vero e proprio omaggio alla propria creazione da parte di Vince Gilligan.

Gilligan, che qui torna alla regia e alla sceneggiatura di un prodotto connesso alla serie culto AMC, dimostra una capacità ed abilità tecnica straordinarie. Alla sua prima esperienza registica di calibro cinematografico, questi mantiene, in modo eccellente e conforme ai canoni di Breaking Bad, la tensione e il ritmo che pervadono l’intera vicenda. La cura per i dettagli e per la costruzione dell’azione è, come sempre, maniacale e la regia di Gilligan migliora esponenzialmente una sceneggiatura di per sé molto semplice e sdoganata. Il distacco tra serie TV e film non è così drastico, non è così evidente, alla fine della fiera. Anzi, a dire il vero, i due prodotti si distanziano pochissimo da un punto di vista tecnico, se non per l’assenza di una sigla iniziale. Gilligan riprende in mano la macchina da presa e costruisce una serie di sequenze memorabili ed esemplari, dal punto di vista di inquadrature, messa in scena, movimenti e scelte stilistiche. Un paio di “shots” sono veramente da brivido ed inaspettati. Senza dubbio, con questo film, il creatore di Breaking Bad ha sottolineato ancor più il suo amore e il suo legame con la serie che, in fin dei conti, lo ha reso celebre internazionalmente. La sua regia, tra l’altro, accompagna e valorizza così tanto la bravura e la prova attoriale – a dir poco eccellente – di Aaron Paul, che in El Camino torna a vestire i panni del goffo gangster, Jesse Pinkman , che lo spettatore empatizza mostruosamente con il suo personaggio e con la sua vicenda.

Oltre che un grande ideatore e grande regista, Gilligan è conosciuto, ai fan di Breaking Bad, anche per essere un ottimo scrittore e sceneggiatore. In questo caso, la trama e lo sviluppo congegnati da Gilligan sono e si configurano come puramente seriali, come un qualcosa di doppiamente legato al prodotto d’origine. Poco si sbaglia, dicendo che El Camino dà impressione di essere una sorta di appendice della serie principale. Nonostante ciò, però, è doveroso aggiungere che, in questo film, la scrittura di Gilligan risulta molto meno brillante del prodotto d’origine. Questo pensiero viene confermato dalla tipologia di eventi presentati, estremamente classici e così soliti, da apparire quasi monotoni e stereotipati. Il film segue, infatti, il classico filone delle storie di redenzione, ormai largamente diffuse nel mezzo cinematografico. Dopo la grande vittoria contro i neo-nazisti e la morte del mentore, Jesse Pinkman – spesso oscurato dalla grandezza di Walter White, ma, allo stesso tempo, ancora più complesso di quest’ultimo – deve venire a patti con il proprio passato ed espiare i propri peccati, raggiungendo, così, una nuova vita, una vita pacifica e piena di speranza. La debolezza innovativa e narrativa, rappresentata dal soggetto e dallo sviluppo della vicenda, viene progressivamente potenziata e migliorata dalla caratterizzazione e profondità (costruite durante cinque stagione televisive) del personaggio di Pinkman, valorizzate inoltre da un’interpretazione magnifica di Aaron Paul. Sicuramente, a livello di scrittura e narrazione, il film Netflix non riesce a raggiungere e a scavalcare la potenza di Breaking Bad, anzi alcune soluzioni appaiono un po’ troppo scontate e banali e, in un paio di scene, si cade nella classica “tamarrata” americana superficiale e basata solamente su esplosioni e frasi d’effetto. Indubbiamente, essendo un film che dura poco più di due ore, El Camino non può permettersi di andare ancora più in profondità e di accostarsi ai livelli della serie madre. Al contrario, diciamo che non è proprio nei suoi intenti primari. Il film incentrato su Jesse Pinkman ha difatti, come scopo nascituro, quello di concludere un ciclo, portare a termine una storyline in modo buono ed accettabile. E quello fa, fortunatamente rimanendo su lidi discreti e sicuri, se paragonata al successo e meraviglia tecnica, che è Breaking Bad.

La riuscita del lungometraggio è garantita, in larga parte, dalla grandezza e dall’altezza delle interpretazioni. Dopo anni, Aaron Paul torna a prestare il volto al personaggio che lo ha elevato ad un livello superiore di interprete, ma anche di icona pop. Jesse Pinkman è, senza ombra di dubbio, una delle figure più complesse, profonde ed articolate degli ultimi anni, per quanto riguarda il panorama televisivo. Il personaggio del giovane gangster, interpretato da Paul in Breaking Bad, riesce, infatti, nell’arduo compito di sfigurare e rubare la scena al grandissimo Bryan Cranston – che veste i panni di Walter White/Heisenberg nella serie. Per certi versi, la storyline e l’arco narrativo del personaggio risultano, a volte, ancora più tragici e drammatici di quelli del professore di chimica. Il passaggio di Pinkman, da spalla ed aiutante, a vero e proprio protagonista, è rapido, quanto perfetto e ben delineato nella serie AMC. La vicenda che coinvolge Jesse, nel corso delle stagioni, è caratterizzata da eventi neri e tragici, come la morte della sua ragazza (Krysten Ritter), a seguito di un’iniezione di eroina. El Camino rappresenta, perciò, una sorta di chiusura, di omaggio, alla storia e alla “vita” del personaggio, interpretato nuovamente da un magnifico ed iconico Aaron Paul – una delle scoperte attoriali migliori dell’ultimo decennio, attivo soprattutto in campo televisivo. Paul interpreta, in modo sofferente, profondo, espressivo ed immenso, un Jesse Pinkman stanco e distrutto dagli ultimi eventi, che lo hanno profondamente segnato. Egli ha un solo obiettivo: riniziare da capo, ricominciare, un fresh start. L’intero film viene costruito, proprio, attorno a questa sfinente odissea di Pinkman, alla ricerca di un modo per scappare e venire a patti con i propri ricordi e con ciò che gli è successo da quando ha deciso di entrare in società con Walt. Diciamo, purtroppo, che il film intrattiene e non annoia, non per la qualità della sceneggiatura (discreta, ma niente di esageratamente bello), ma, al contrario, per l’estro di Aaron Paul stesso, che ce la mette tutta per portare a termine questo viaggio, vera e propria metafora del proprio percorso attoriale – visto che Jesse Pinkman è diventata, un po’, la maschera, il ruolo che lo ha reso famoso. Paul regge sulle sue spalle tutta la pellicola e viene accompagnato egregiamente da un cast di tutto rispetto, a partire da Jesse Plemons e Robert Forster, arrivando a Matt L. Jones e Charles Baker.

Il film, giocando moltissimo sull’effetto nostalgia – anche dal punto di vista fotografico (è una vera e propria estrazione dell’atmosfera della serie) e della colonna sonora (che, in molti momenti ricorda alcuni toni e melodie del prodotto originale) – punta, ovviamente, in larga parte, sui grandi ritorni. Tra personaggi noti e comparsate fugaci, ma significative, El Camino sorprende e fa battere il cuore dei fan accaniti in più di un momento. Sicuramente, per queste presenze, i seguaci della serie riusciranno a sorvolare sui numerosi difetti presenti, come un’originalità fin troppo assente, un’inutilità di fondo (se non per una conclusione e rivelazione del destino di Jesse) dell’intera operazione e un adagiarsi sugli allori fin troppo ripetuto e marcato. L’ultima fatica di Gilligan, connessa profondamente alla sua opera maestra, è, di fatto, un film che si accontenta della sua appartenenza all’universo di Breaking Bad. Non osa mai, non cambia le regole; El Camino è un prodotto che abbandona lo spettatore, alla fine della visione, con un forte amaro in bocca ed un senso di desolazione. La pellicola è, in definitiva, una gigantesca operazione nostalgia, amarcord che si rivolge, soprattutto ai fan della serie, incontrando il loro cuore e la loro memoria, ma che, tuttavia, non porta nulla di nuovo, non solo nel panorama di Breaking Bad, ma anche nell’altro prodotto di Gilligan, Better Call Saul. Un film nella norma, non esente da difetti e profondamente derivativo di cui, però, non si può non apprezzare la volontà di chiusura, di omaggio e di dedica tanto alla serie, quanto ai fan della stessa. Addio e buona fortuna, Jesse!

voto 7/8

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